Un coordinamento nazionale dei movimenti tunisini - Complessità, speranze e rischi

Di Henda Chennaoui, tratto da Nawaat.org

3 / 4 / 2017

Negli ultimi giorni hanno avuto luogo blocchi stradali e manifestazioni nella regione di Tataouine, dove gli abitanti richiedono che stato e multinazionali petrolifere facciano concessioni per il lavoro e lo sviluppo locale. Come già notato, le mobilitazioni sociali in Tunisia si contraddistinguono per una grande radicalità nelle pratiche e una ostinata tenacia rivendicativa ma si sono finora scontrate con l’assenza di un livello e di una forma di organizzazione in grado di dargli continuità temporale e spaziale. Il progetto di creare un Coordinamento Nazionale dei Movimenti che sta gradualmente prendendo forma è per questo interessante quanto necessario. Come rileva l’articolo qui tradotto, le difficoltà strutturali e soggettive sono senz’altro numerose, ma si tratta di un tentativo che gode di una vera adesione da parte di importanti esperienze di lotta su tutto il territorio tunisino.

“Diversità, resistenza e solidarietà” è lo slogan del primo congresso nazionale dei movimenti sociali che si è tenuto tra il 24 e il 26 marzo 2017. Organizzato dal Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (Ftdes), il congresso dovrebbe ripetersi ogni anno e dare vita a un Coordinamento Nazionale allargato dei Movimenti Sociali. Nella loro prima dichiarazione, emessa domenica 26 marzo a Nabeul, i congressisti hanno annunciato “l’inizio di una nuova fase di resistenza contro le politiche di marginalizzazione e di ingiustizia dello stato”.

Venerdì 24 marzo ha avuto luogo l’apertura ufficiale del congresso a Tunisi, in presenza dei partiti politici, le associazioni e i media. Poi i congressisti si sono spostati a Nabeul dove hanno passato il weekend. Più di 240 militanti si sono riuniti attorno a cinque tematiche differenti; diritti ambientali, lotte dei disoccupati, attori sociali e governance locale, movimenti sociali e lavoro precario ed economia sociale e solidale come opzione di sviluppo. Ogni workshop ha chiuso i lavori con una serie di risoluzioni che dovrebbero servire da guida per le prossime fasi di militanza. Un rapporto di sintesi sui lavori sarà pubblicato tra qualche settimana.

Perché un congresso?

Nessuno può negare il bilancio negativo dei movimenti sociali dal 2014 in poi, più precisamente a partire dal dialogo nazionale. Eccezion fatta per le due vittorie degli abitanti di Kerkennah contro la società Petrofac e l’esperienza, fino a oggi unica, delle oasi di Jemna, i movimenti sociali e soprattutto i sit-in dei disoccupati sono sempre più isolati. Spossati dal silenzio delle autorità locali e nazionali, dalla criminalizzazione della contestazione e dalle campagne mediatiche di denigrazione, la maggior parte dei movimenti sono con le spalle al muro e al limite della disperazione. Abderrahman Hedhili, presidente del Ftdes, dichiara che “Dopo la more di Ridha Yahyaoui a Kasserine e l’ondata di contestazione del 2016 che si è diffusa in tutto il paese, il governo di Habib Essid ha deciso di non negoziare, ascoltare o interagire con i movimenti sociali. Nel settembre 2016, il governo di Youssef Chahed ha voluto criminalizzare i movimenti sociali. Siamo dunque di fronte a una politica non interessata a trovare soluzioni”.

“Abbiamo fatto il bilancio della sconfitta migliaia di volte. Compagni in prigione, altri indeboliti dagli scioperi della fame, altri ancora in preda alla disperazione… Fino a quando continueremo a combattere ognuno per conto proprio? I tentativi di unificazione non sono cosa nuova. Ma questa volta non abbiamo scelta! O concretizziamo la coordinazione tra tutti i disoccupati o saremo di nuovo sconfitti” avverte Raouf Gadraoui, disoccupato laureato del presidio permanente di Majel Bel Abbas (Kasserine), lanciato a partire da gennaio 2016.

Siamo al gruppo dedicato alle lotte dei disoccupati, che ha riunito discriminati politici, disoccupati laureati, disoccupati senza laurea e disabili. Venuti in gran numero, i disoccupati sono all’origine del lancio del congresso. “Dopo una carovana a piedi da Gafsa a Tunisi e quattro mesi di presidio nel parco di Morouj 2, dove siamo stati circondati dalle forze dell’ordine che rifiutavano di farci entrare a Tunisi, abbiamo capito che non possiamo fare nulla senza l’appoggio della società civile e degli altri movimenti. Il governo si sente più forte a causa della nostra frammentazione” afferma Ali Omar disoccupato non laureato del presidio di Gafsa, cominciato nel 2014.

Nonostante il loro isolamento, i movimenti sociali hanno vissuto una evoluzione considerevole a partire dal 2011. “I presidi a ripetizione che abbiamo vissuto a partire dal 2011 sono una vera scuola politica. La scrittura di comunicati, la documentazione delle aggressioni della polizia, le tattiche di negoziazione, la mobilitazione delle altre competenze hanno trasformato i movimenti sociali. Oggi abbiamo dei leader locali con una nuova narrazione argomentata, una visione politica più chiara e delle soluzioni alternative per la disoccupazione e la precarietà” afferma Abdelhalim Hamdi, militante del presidio Harimna (Siamo invecchiati) di Meknassi e membro del coordinamento nazionale dei movimenti sociali. E aggiunge: “Dobbiamo ora investire su questa ricchezza per più impegno comune e più mobilitazioni. Dobbiamo aprire la porta ai movimenti che non sono ancora nel network. È una responsabilità collettiva”.

Anche se la maggioranza dei congressisti è d’accordo sull’unificazione e sul lavoro collettivo tra movimenti sociali, altri pensano che ciò non sia sufficiente. “Bisogna andare più in là: cercare nuovi metodi di resistenza e tentare di uscire dal circolo vizioso in cui i movimenti si dimenano da anni, tra la logica delle rivendicazioni locali o regionali e le campagne di solidarietà per i prigionieri” spiega Meriem Bribri, militante indipendente di Sfax, che osserva e sostiene i movimenti sociali a partire dalla rivoluzione.

Con chi e contro chi

Tra una sessione di lavoro e l’altra, sessioni contraddistinte dall’entusiasmo eccezionale dei congressisti, le discussioni su quanto fare dopo il congresso animano le pause caffè. In piccoli gruppi, i militanti di ogni movimento si scambiano informazioni sui workshop a cui hanno partecipato. “L’aspetto informale dei movimenti sociali ne rende difficile l’organizzazione. Una delle ragioni che ha spinto a organizzare il congresso è la volontà di aiutare i movimenti a uscire dalla spontaneità per trovare una visione politica e una strategia a medio e lungo termine. Dobbiamo guardare più lontano e imparare dalle esperienze esistenti altrove. Una delle possibilità offerte da questo congresso è quella di diventare forza politica o unirsi con delle forze politiche progressiste” ci spiega Ghassen Henchiri, disoccupato laureato e presidente del congresso.

Durante i workshop, e anche dopo l’assemblea plenaria di chiusura, i militanti erano divisi sul ruolo del sindacato UGTT nel sostegno ai movimenti sociali. La controversia ha raggiunto l’apogeo al momento della redazione del documento finale del congresso. “La più grande forza del paese” è ancora dalla parte degli oppressi? Nadia Yahmed, coordinatrice degli operai dei cantieri sezione Gabes, ricorda che dal 2014 l’UGTT rifiuta agli operai dei cantieri la possibilità di creare un sindacato che li rappresenti. “A parte il Ftdes e alcuni media, nessuno ci sostiene. Tutti hanno un sindacato per difendersi tranne noi. Se l’UGTT si impegnasse a negoziare la regolarizzazione della nostra situazione, non saremmo rimasti marginalizzati fino a oggi”.

Atef Ben Salem, membro del coordinamento nazionale dei movimenti sociali, insiste sul fatto che “La società civile e l’UGTT non sostengono i movimenti sociali! Non bisogna coprirsi gli occhi! Bisogna che ognuno si prenda le proprie responsabilità!”. Partendo dalla stessa constatazione amara in merito all’assenza di appoggio alle lotte economiche e sociali, i dirigenti del Forum invitano a conquistare la simpatia e il sostegno dell’UGTT e della società civile. Abderrahman Hedhili afferma che “Dal 2002, i movimenti sociali sono riusciti a rompere l’embargo della dittatura solo attraverso la solidarietà nazionale e internazionale delle associazioni e dei partiti politici di sinistra. Bisogna cercare appoggio dappertutto: gli artisti, gli intellettuali, le varie comunità e anche i borghesi e i liberali che a volte sono dalla nostra parte, come per esempio nel caso del movimento ambientalista Yezzi di Sfax contro la fabbrica SIAPE. Per riuscirci, bisogna procedere gradualmente e con argomenti solidi”.

Nei vari workshop, i partecipanti non hanno faticato a stilare il bilancio di un modello di sviluppo basato sulle ingiustizie e alimentato dalla corruzione. Se alcuni oratori hanno rinvenuto nell’arbitrarietà giudiziaria e nella burocrazia schiacciante le cause del caos economico, altri non hanno esitato ad accusare l’orientamento neoliberista e iniquo dello stato. Tali politiche non riguardano solamente il livello di vita degli operai, dei contadini, dei disoccupati e dei marginali ma anche la qualità della vita di tutti i cittadini. Il workshop sull’ambiente e i movimenti sociali ha discusso proprio questa problematica. “Per decenni lo stato ha portato avanti una politica distruttrice dell’ambiente, della quale subiamo le conseguenze. Nel bacino minerario di Gafsa, a Gabes, Sfax, Kasserine, Tataouine, Kerkennah, Jerba, Tozeur e in altre città, le industrie chimiche e petrolifere inquinanti causano danni irreversibili alla fauna, la flora e l’essere umano. Il primo responsabile è chiaramente lo stato, ma anche il capitale che investe direttamente sulle nostre terre” spiega Khayreddine Debaya, membro del collettivo Stop Pollution di Gabes e moderatore del workshop. Secondo Khayreddine e la maggior parte dei partecipanti, i nemici di oggi sono le multinazionali, le fabbriche inquinanti, lo stato ma anche alcuni sindacati che si oppongono con forza alla chiusura graduale delle industrie inquinanti. 

Un congresso con le sue sfide e omissioni

Nonostante il suo lavoro di organizzazione comunicativa e logistica, il Ftdes ci ha tenuto a precisare che i movimenti sociali sono del tutto indipendenti e gestiscono il loro congresso autonomamente. “Non vogliamo dominare il congresso o dirigere i movimenti ma solo aiutarli nelle loro iniziative e nelle loro lotte. Questo congresso è padrone di se stesso e non abbiamo alcun potere sulle sue decisioni e il suo orientamento” conferma Maher Hanini, membro della segreteria del Ftdes. Ali Omar, da parte sua, spiega che le speranze sue e dei suoi compagni sono legate “al ruolo che potrà giocare il Forum nella mediatizzazione dei nostri presidi e delle nostre rivendicazioni. Possono negoziare con l’UGTT, il governo e i media. Sono più ascoltati di noi perché sono più conosciuti”.

Ghassen Ben Khelifa, membro del Comitato di sostegno all’Associazione per la protezione dell’oasi di Jemna, pensa che il vero pericolo sia quello di inserire i movimenti “Nel processo di transizione democratica come intesa dalle istituzioni internazionali e dai finanziatori di una parte della società civile. Questi movimenti sociali, che sono al momento l’ultimo eco della rivoluzione, rischiano di diventare un ornamento come un altro nella situazione politica attuale”. Wassim Laabidi, militante della Università Popolare Mohamed Ali El Hammi, ha voluto ricordare che i movimenti sociali non hanno altra scelta che lo scontro con lo stato: “Il recupero e la coltivazione delle terre demaniali da parte dei piccoli agricoltori, i movimenti sociali e le comunità oppresse, - come l’esperienza di Jemna – devono essere una rivendicazione popolare e non una scelta riformista che non farà altro che aiutare il sistema corrente” esclama davanti a una sala convinta. 

Come sempre, le partecipanti donne erano molto meno numerose degli uomini. Alcuni ritengono che la loro voce non abbia pesato nei workshop. “Siamo state totalmente ignorate durante il workshop su movimenti sociali e lavoro precario. Abbiamo percorso chilometri per partecipare e trovare soluzioni comuni, ma durante il workshop e nel rapporto finale si parla solo degli operai dei cantieri!” protesta Fathia Zaague, operaia testile di Monastir. 

“Diversità” è una delle parole che compongono lo slogan del congresso. Le rivendicazioni e i metodi di militanza dei movimenti sociali non sono omogenei. Il rapporto con lo stato, con l’UGTT e con le altre organizzazioni della società civile varia tra un movimento e l’altro. Durante l’assemblea plenaria di chiusura, la maggioranza degli interventi è stata fatta da militanti di Tunisi che hanno rotto, non tutti, con la militanza di partito. “Un ceto che adora le espressioni sofisticate e le parole cariche di simbolismo ideologico. Ma sappiamo già che gran parte dei movimenti sociali è contro l’iper-politicizzazione delle proprie azioni e identità. La questione è trovare la giusta mezza via senza farsi tutori dei movimenti” spiega Moutaa Amin Elwaer, moderatore del workshop ambientale.

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