Tratto da Meltingpot.org

Ungheria: mancato il quorum sul referendum sulle quote UE di redistribuzione dei richiedenti asilo. Quali conseguenze? Bruxelles o Budapest?

5 / 10 / 2016

Il referendum relativo al piano UE di reinsediamento dei migranti si è tenuto domenica 2 ottobre in Ungheria. Il referendum proposto dal governo è stato comunemente chiamato come “kvótanépszavazás” o “kvótareferendum” (referendum delle quote) dai media ungheresi.

«Il referendum del 2 ottobre non è sull’appartenenza all’Ue - si legge sul sito del Governo di Budapest - Quello lo abbiamo già tenuto nel 2003 ed è stato a favore, sostenuto anche dal partito al governo Fidesz. Quello di domenica è un referendum per impedire a Bruxelles di procedere con l’implementazione di un sistema di quote obbligatorio e permanente. Non vogliamo che l’Ue prenda decisioni in una materia che non le compete. La politica sull’immigrazione è materia di competenza nazionale».

Mentre la stragrande maggioranza degli elettori ha respinto quote migranti dell’UE, l’affluenza alle urne è stata troppo bassa per validare il referendum. Dopo una lunga e intensa campagna mediatica e la spesa di circa 16 miliardi di fiorini (55 milioni di dollari) di fondi pubblici, il referendum anti-quote proposto dal governo ha dato un risultato non valido a causa del mancato raggiungimento del quorum.

Il voto si è tenuto domenica tra le 6 del mattino e 7 di sera. Solo il 43,23% degli aventi diritto si è recato al voto, ben al di sotto del 50 per cento più uno, soglia necessaria per convalidarlo.

Eppure per Viktor Orbán si tratta di una vittoria. Sui votanti i “No” sono stati attorno al 98%, con oltre 200mila schede nulle e pochissimi Sì.

Il referendum non è valido, in termini legali, significa che il Parlamento non ha l’obbligo di modificare le leggi del paese in modo da riflettere il risultato della votazione. Ma Fidesz non può permettersi di lasciare che il referendum passi alla storia come un fallimento.

Già nel primo pomeriggio il partito al governo ha iniziato a vedere che non si sarebbe raggiunto il quorum minimo per validare il referendum, iniziando così a riformulare il contesto del voto di sminuendo il significato di un voto non valido. La cosa importante, hanno sostenuto il porta voce del governo, è che i voti contro la quota di reinsediamento dei rifugiati superino in numero dei "sì".

Ora che il referendum ha ufficialmente fallito, i leader di partito sono al lavoro per salvare la faccia. Il primo ministro Viktor Orbán ha dichiarato che sarebbe stato deluso di qualsiasi risultato inferiore al 100 per cento, ma che anche in caso di referendum non valido, se i "no" fossero stati più numerosi dei "sì", avrebbe preso in considerazione questo mandato per iniziare un’azione legislativa.

"Valido è sempre meglio invalido", ha dichiarato il primo ministro domenica mattina, "ma vi saranno in ogni caso conseguenze legali."[1]

"Questo referendum sarà valido in ogni caso", ha detto ancora Orbàn, citando il fallito referendum del 2004 come una vittoria morale, se non legale, per la posizione del governo. Ha aggiunto che nel referendum del 2 ottobre la maggioranza degli elettori ha votato "no" alle quote imposte dall’UE, validando così il referendum.

Ma la proporzione di voti è rilevante, in termini legali, dal momento che il referendum ha avuto una partecipazione ben al di sotto del 50 per cento.

I partiti dell’opposizione hanno già iniziato a chiedere a gran voce le dimissioni del governo. L’ex primo ministro, ora all’opposizione e leader del partito Coalizione Democratica (DK) Ferenc Gyurcsány ha chiesto le dimissioni di Orbán, anche il partito di estrema destra Jobbik ha chiesto le dimissioni del primo ministro, sottolineando che il referendum non ha avuto alcun risultato legalmente valido ma che l’esisto solamente quello di aver speso 20 milioni di fiorini [2] per i sondaggi elettorali ottenendo un risultato che tutti già conoscevano e per il quale non c’era bisogno di un referendum.

Quali conseguenze giuridiche potranno esserci ora? I leader politici del governo hanno assicurato che saranno apportate modifiche alle leggi del Paese, cambiamenti che potrebbero includere emendamenti costituzionali. Il fallimento di Fidesz potrebbe presto trasformarsi in una giustificazione per grandi cambiamenti a venire.

Orbán afferma di voler comunque portare avanti la proposta di modifica della Costituzione dichiarando le quote “anticostituzionali”, idea che però arriva da Jobbik, il quale fin dal principio si era dichiarato contrario al referendum. Infatti, secondo il partito di estrema destra, e ora anche secondo il governo sarebbe bastato intervenire sulla Costituzione per evitare le quote dell’UE.

“La questione era Bruxelles o Budapest?”, e secondo il primo ministro il popolo ungherese ha scelto Budapest. È stata la mossa estrema di Viktor Orbán il referendum sul piano di gestione dell’immigrazione per quote ideato dall’UE. L’anno scorso Orbán aveva già colto l’occasione di aizzare la popolazione contro il flusso migratorio definendolo una «invasione», creando così una frenesia islamofobica in Ungheria e sfidando il cancelliere tedesco Merkel all’interno dell’Unione europea.

Da notare che in Ungheria in gioco non c’è il rischio di “invasione” o di “islamizzazione”, come fortemente sostenuto dal governo. Dei 160 mila richiedenti asilo da redistribuire in Europa, in Ungheria ne andrebbero appena 1.294. Per una popolazione di quasi 10 milioni di abitanti che ha solo 21 mila residenti di origini extraeuropee sono numeri davvero irrisori. Ma Orbàn ha fatto “dell’Ungheria agli ungheresi” un cardine della propria campagna politica, che vuole utilizzare anche per rafforzare il suo ruolo nel cosiddetto «gruppo di Visegrad» (Ungheria, Polonia, repubblica Ceca e Slovacchia), gruppo particolarmente rigido sul tema dell’immigrazione.

Era chiaro fin dagli inizi della campagna elettorale che questo referendum non era riferito solo ed esclusivamente a fermare le quote imposte da Bruxelles, ma si tratta sia di una presa di posizione contro l’UE che di una manovra politica per valutare i consensi del governo in vista delle prossime elezioni politiche e in parte anche per distogliere l’attenzione dall’alto tasso di corruzione interna al governo.

Questa campagna elettorale può essere vista anche come una pre-campagna elettorale e sondaggistica per le elezioni politiche del 2018, in quanto durante la campagna referendaria il governo è stato in grado di creare un sentimento anti-immigrati e di invasione, prima non così forte tra il popolo ungherese, portando quindi a sé maggiori consensi rispetto a quelli che avrebbe avuto senza la “campagna del terrore”.

Note

[1] http://444.hu/2016/10/02/orban-annak-is-lesz-kozjogi-kovetkezmenye-ha-ervenytelen-a-nepszavazas

[2] http://index.hu/belfold/2016/10/02/jobbik_orban_mondjon_le

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