Uno spunto d’analisi critica sul proseguimento del camminino di Cig, Cni ed Ezln

29 / 5 / 2018

Le elezioni per la poltrona di presidente del Messico sono alle porte. Il primo luglio infatti terminerà questa campagna elettorale che ha visto, per la prima volta, il tentativo dell’EZLN, attraverso la collaborazione con il Congreso Nacional Indigena, di incunearsi all’interno della politica ufficiale. Un tentativo che si è fermato in febbraio quando le regole imposte dai los de arriba hanno di fatto escluso la candidata indigena Marichuy dalla contesa elettorale. La rubrica Sin bajar la mirada ha seguito fin dall’ottobre di due anni fa il percorso dell’EZLN e del CNI, cercando di approfondire le ragioni, le motivazioni, i pro e i contro di una scelta definita dallo stesso SupGaleano «assurda». Come detto, questo percorso, e questa rubrica, si concluderà questa estate con le elezioni. L’associazione Ya basta! Êdî bese! seguirà da vicino questo importante momento con il viaggio in Messico La voz de los de abajo. Non terminerà invece la lotta dei popoli indigeni. Sebbene “bocciati” dal sistema elettorale, la precampagna elettorale nella quale la canidadata indigena ha girato l’intero paese, è stato un momento molto importante per l’auto organizzazione indigena e di movimento e di certo non sarà la probabile elezione di Andres Manuel Lopez Obrador a fermare questo processo dal basso e per chi sta in basso. In attesa del viaggio e dei racconti dalle giornate elettorali, vi proponiamo un testo di Andrea Cegna del collettivo 20zln nel quale si cerca di analizzare con una criticità positiva, l’assurda scelta degli zapatisti e degli indigeni di inserirsi all’interno del sistema elettorale.

Le firme raccolte sono poche? Sono tante? Non lo so. Sicuramente non sono state sufficienti da un lato, ma sono un punto di partenza dall’altro. E non lo penso solo io, anche nella discussione del collettivo 20ZLN (Italia) più volte è uscita una divergenza sul valore numerico. Significa forse che non è così interessante dire se sono state tante o poche. Sicuramente non è stato un dramma. È un dato che deve far riflettere.

Scrivo mentre da lontano osservo, ascolto e guardo il seminario in corso al CIDECI. Mi pare di cogliere tra i molti interventi qualcosa di importante. Più importante di altre iniziative organizzate nell’ultimo periodo dall’EZLN. E dal CNI. Scrivo tutto con il massimo rispetto di essere di parte, di appoggiare le iniziative delle zapatiste e zapatisti, così come del CNI, ma con la volontà di essere elemento critico per suggerire prospettive di dibattito, e forse lo sguardo d’osservazione dall’Italia può fornire una visione asimmetrica, non certamente puntuale come stare in Messico, ma parziale come la distanza. E forse per questo utile.

Mi pare interessante quello di cui si sta discutendo al CIDECI perché si sta cercando di ricucire una frattura. La frattura tra l’avanguardismo militante e chi vive il mondo; frattura che si determina nell’assenza di una grammatica politica comune. Non di lessico, non di immaginario, ma di grammatica, un qualcosa che arriva prima. Ed è interessante che sia ancora l’EZLN ha cercare di sanare questa frattura. Perché ancora? Perché la formula  che ha meravigliato il mondo il 1° gennaio del 1994 è stata la potenza comunicativa delle zapatiste e degli zapatisti. Racconti, comunicati e parole capaci di costruire un movimento rivoluzionario meticcio e a maggioranza indigena, e allo stesso tempo parlare a militanti di sinistra di tutto il mondo così come a   messicani e messicane, indigeni e non, ed ai così come cittadini del mondo che militanti non erano. E la cosa incredibile è che il tutto è nato trovando nella Selva Lacandona una grammatica comune con gli indigeni, e poi, con il Vecchio Antonio, lessico e immagini condivise.

Quel vento, quella grammatica, quella capacità di  parlare a tutte e tutti è arrivato fino al 2003, passando da Seattle fino a Genova, e alla proposta dell’Autonomia, che è diventata esempio fondante. In Messico è stato l’EZLN il detonatore grammaticale. In Europa, permettetemi la provocazione, il rap nelle varie lingue autoctone e i diversi nuovi linguaggi artistici, oltre all’esempio zapatista.

È chiaro che oggi i movimenti hanno perso la capacità di farsi capire. Probabilmente perché il linguaggio cambia. L’avvento dei social network ha cambiato e continua a cambiare vorticosamente le regole. il tutto corre veloce veloce veloce. I movimenti sono rimasti fermi. Arriviamo così alla folle proposta di candidatura. Forse,  non è riuscito di rendere comprensibile il significato della proposta. Non solo nelle città, ma anche nel variegato mondo indigeno, come testimoniano i risultati in stati come il Guerrero o Oaxaca. E, permettetemi anche qui di essere critico, ai movimenti d’appoggio mondiali. In Italia, molti abituati alla grande produzione intellettuale sviluppata dal movimento zapatista e filo zapatista sull’autonomia, non hanno accolto con favore  questa apertura alla politica istituzionale. E posso pensare che in Messico non sia stato diverso. Soprattutto in un momento storico dove la politica istituzionale, lo stato e le istituzioni statali sono considerate una casta lontana dalle persone.

I motivi sono certamente tanti, tra questi però ci metto con forza quello di non essere riusciti tra tutti a generare una nuova grammatica politica capace di generare un nuovo effetto “Selva Lacandona” e quindi, nelle differenze linguistiche, inventare un modo di comunicare potente, universale, capace di creare lessico ed immagini comuni ed azzerare le differenze linguistiche per essere chiari e non autoreferenziali.

I tavoli del CIDECI, critici, puntigliosi e attenti, non nascondono l’assenza di questo piano comune di presa di parola. E la presenza di voci non storicamente vicine allo zapatismo o al CNI sono una risorsa enorme per fare questo passaggio. Perché Defensa Zapatista la si comprende solo se si è dentro alla storia dello zapatismo e dell’indigenismo. La Legge Rivoluzionaria delle Donne, i racconti del Vecchio Antonio e Don Durito de La Lacandona, al contrario, erano comprensibili a grandi e piccini, uomini, donne, gay, lesbiche, trans, indigene, indigeni, e tutti gli eccetera. Erano universali.

Grammatica politica non significa, quindi, solo linguaggio, ma vuol dire definirne la costruzione partendo dalla base di un discorso politico fatto di significati e significanti. Ed è qui la sfida. Ed a me sembra che sia questo che stia uscendo con forza al CIDECI.

Come hanno fatto le compagne curde e i compagni curdi con l’intuizione del confederalismo democratico, mettendo assieme storie diverse, geografie e calendari e abbattendo quei muri che  in Medio Oriente significano distruzione e morte.

Se non si è raggiunto il numero delle firme necessarie non è un dramma, è un sintomo di qualcosa che non va. È certamente anche il risultato delle campagne di paura e della legge di sicurezza interna. Perché molti dei pochi messicani che conosco mi hanno detto che non se la sono sentita di mettere nome, cognome ed indirizzo in pasto ad uno stato assassino che si serve di militari e gruppi di narcotrafficanti per svolgere il lavoro sporco di eliminare gli avversari politici. Può sembrare, vile e poco rivoluzionario, ma chi non vive in contesti di autodifesa e protetti può aver paura anche di questo. Ma questo non basta a spiegare il risultato. Così come non basta il gioco dei media di tenere fuori visibilità Marichuy, e non basta nemmeno il gap tecnologico classista con cui il sistema di raccolta firme è stato pensato. Tutto insieme forma un grande ostacolo. Ma l’ostacolo più grande, con tutto il mio rispetto e umiltà (che forse non traspare da questo testo), è stato l’assenza di una nuova grammatica politica comune. E finché non saremo in grado di trovarla, parleremo lingue diverse, le mille lingue delle resistenze, delle opposizioni sociali, dei progetti alternativi che scaldano il mondo che si oppongono al capitalismo ma che, essendo diverse grammaticalmente non riescono ad unirsi, a parlarsi, a tramare comunemente scenari futuri e complessi. Bene, mi pare che quel che al CIDECI sta andando in scena vada in questa direzione e ponga un nuovo zero. Dove protagonisti e protagoniste non sono uno o l’altro movimento, dove centrale non è il tale o la tale, ma si provi a far sì che i soggetti attivi siano le insorgenze mondiali, i rifiuti al potere costituito, i singoli e le singole che si mettono in relazione.

Certo, non è solo compito di EZLN e CNI costruire questa grammatica. Ma, a differenza di altre geografie e calendari, mi pare che qui nuovamente sia stato centrato il nocciolo della questione. O forse non ho capito nulla, e queste mie righe sono solo un grido di speranza, in forma di critica, per trovare il modo affinché il percorso del CIG e di Marichuy si faccia maggioritario in Messico, come fu la sollevazione zapatista il 1° gennaio del 1994.

Partendo dal Messico, per il Messico. Puntando al mondo intero come unica patria che faccia esodo dall’abominio dello stato nazione, dalla discriminazione di genere, la guerra, i muri, il capitale, con una grammatica comune capace di far parlare assieme tutte le lingue del mondo come in una nuova babele, giusta, democratica, paritaria, senza divinità superiori.

Andrea Cegna, collettivo 20ZLN – Italia. Umilmente e sempre e convintamente dalla parte di CNI ed EZLN.

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