"Abitare illegale" a Sherwood 2017

19 / 6 / 2017

Domenica 18 giugno presso lo spazio Sherwood Books & Media, è stato presentato il libro di Andrea Staid Abitare illegale, con la presenza dell’autore. Il libro, edito nel 2017 da Milieu, affronta la complessità dell’abitare e dà grande spazio, soprattutto nella prima parte, alle sue forme “informali” ed in primo luogo alle occupazioni di edifici a scopo abitativo. Si tratta di una pratica molo diffusa nello spazio e nel tempo, che assume caratteristiche differenti a seconda del contesto storico, geografico e politico in cui si immerge.

Per articolare bene il concetto di abitare è necessario risalire al significato etimologico del termine, che letteralmente significa “consuetudine a vivere in un luogo” ed ha a che fare con le forme di vita quotidiane e con le relazioni che gli individui instaurano con la propria comunità. Per gli occidentali «abitare ha significato sempre di più, negli ultimi secoli, rinchiudersi in una casa, come conseguenza della mercificazione dell’abitare». Una mercificazione che ha rotto il legame con la comunità e che è coincisa con la nascita del capitalismo e l’assunzione della proprietà privata come elemento cardine del sistema economico e sociale. Per questa ragione le occupazioni delle case si sviluppano di pari passo con la mercificazione dell’abitare. «Addirittura, nella Londra dell’Ottocento descritta da Engels si ribellavano all’uniformazione coatta dell’abitare, linciando i poliziotti che venivano a mettere i nomi delle vie».

Il libro mira ad essere “un’etnografia del vivere ai margini in Occidente”, come segnalato dallo stesso sottotitolo dell’opera, sia in senso storico che contemporaneo. Oggi i movimenti di lotta per il diritto alla casa sono esplosi con la crisi del welfare, ma non si sono limitati alla rivendicazione tout court di un diritto basilare: «questi movimenti hanno risignificato la città contemporanea, innescando processi istituenti di welfare autogestito e rinsaldando le comunità disgregata dal neoliberismo».

Nel libro non ci sono solo storie di militanti, «perché è importante mappare la complessità del “vivere ai margini” nell’Europa contemporanea». Sul piano metodologico Stain guarda infatti all’antropologia in senso polifonico, perché dà voce non solo a filosofi ed intellettuali, ma soprattutto a donne e uomini che vivono le contraddizioni reali. Ed è proprio da pezzi di storie vissute e narrate che è emersa una grande esigenza di «tornare ad essere homo faber, attraverso la pratica dell’autocostruzione e dell’autorecupero, che è parte integrante di molti progetti di occupazioni abitative. Uno degli esempi più lampanti è quello di Venezia, dove l’Assemblea Sociale per la Casa (ASC) ha occupato più di 70 case pubbliche (di proprietà dell’ATER) ed iniziato con gli occupanti progetti di auto-recupero, che hanno contribuito a valorizzare e condividere al meglio l’idea di spazio comune. Nel caso veneziano la pratica dell’occupazione sta facendo emergere una nuova coscienza legata alla residenzialità, che si oppone alle logiche della città forgiata sul turismo di massa. In altre realtà, come ad esempio quelle che hanno subito gravi eventi sismici, «l’autocostruzione blocca infiltrazioni mafiose e rinsalda le comunità locali, affermandosi non come cosa marginale, ma come alternativa reale».

Stein, infine, ha insistito molto sulla questione della “sicurezza”, da sottrarre ai politicanti e da rivalutare in termini di sicurezza sociale e di legami comunitari.

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