«All talk no action». Per una fenomenologia del trumpismo

Francesco Biagi recensisce il libro di Fabio Mengali "Di cosa parliamo quando parliamo di Trump"

27 / 6 / 2017

Pubblichiamo una recensione del libro di Fabio Mengali Di cosa parliamo quando parliamo di Trump (edito lo sorso mese da Villaggio Maori Edizioni di Catania), fatta da Francesco Biagi su Thomasproject.net. Martedì 27 giugno il libro verrà presentato allo Sherwood Festival, all’interno del dibattito Chi'è Donald Trump? Le elezioni degli Stati Uniti tra populismo e puritanesimo.

Il canale tv statunitense NBC nel 2004 ha ideato un programma dal titolo The Apprentice, letteralmente significa «l’apprendista – il tirocinante». È una trasmissione in cui alcuni giovani uomini d’affari devono superare un certo numero di prove manageriali per riuscire a conquistare un posto di lavoro – remunerato con cifre stellari – nell’azienda del conduttore dello show: Donald Trump, un imprenditore immobiliare a capo di un impero economico diffuso in tutto il mondo. Nel 2015 Mr. Donald lascia il programma televisivo, lascia la sua azienda e si candida alla presidenza degli Stati Uniti d’America entrando nel ring delle primarie repubblicane. Inizialmente, è molto conosciuto per due attributi: il primo è la sua impresa e il grande impero immobiliare che possiede, il secondo è la celebre espressione che ripete in The Apprentice: «You’re fired!», ovvero «Sei licenziato!». Nel nostro stivale, il canale Sky Cielo, tra il 2014 e il 2016, ha tentato di riproporlo, in chiave italiana, con Flavio Briatore e il motto «You’re fired!» si è trasformato in «Il boss ha sempre ragione, anche quando ha torto. Sei fuori!». Purtroppo per Cielo e per Briatore, la mancanza di ascolti ne ha provocato la chiusura. Negli Stati Uniti invece dopo il 2015 si sono susseguiti altri imprenditori, fra i quali figli e parenti dello stesso Trump, fino a quest’anno, con la conduzione di Arnold Schwarzenegger.

Il protagonista del libro Di cosa parliamo quando parliamo di Trump di Fabio Mengali[1] è quindi un imprenditore e conduttore televisivo che decide di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti per “licenziare” la classe politica tutta «all talk, no action» e ridare voce alla gente, agli «uomini e donne dimenticati» (p. 145) se vogliamo essere aderenti al lessico usato da Mr. Trump.

L’opera di Mengali ha il merito di presentare la figura del nuovo presidente degli Stati Uniti rivolgendosi a un pubblico non specialistico, senza tralasciare l’acutezza di un’indagine filosofico-politica del “fenomeno-Trump”. Infatti, il volume è composto da due parti: la prima riguarda un ampio saggio introduttivo, dove l’autore offre un’analisi esauriente – dal punto di vista antropologico, sociologico e filosofico – delle origini e dell’ascesa di Mr. Trump, del decollo della sua immagine politica e del gruppo di cui si è circondato per governare il Paese d’Oltreoceano; la seconda parte, invece, è composta da diverse interviste e discorsi del Presidente tradotte in italiano di proprio pugno da Mengali, utili a mettere in luce l’irruenza dell’animale-politico dell’estrema destra repubblicana.

La prospettiva dell’autore si serve con precisione della cassetta degli attrezzi offerta dall’attuale dibattito sul populismo[2] e prende in seguito forma propria nella definizione del trumpismo quale «populismo (neo)fondamentalista» (p. 41). Il “fondamentalismo” di Trump prende corpo sotto una nuova luce, miscela i valori dell’American Dream e dell’American way of life nella creazione di identità da difendere, da “far ritornare grandi” contro un nemico esterno: di volta in volta il nemico è il migrante, l’élite della finanza di Wall Street o della politica a Washington, i Paesi più competitivi economicamente sul costo del lavoro, Hillary Clinton e i Democratici con il loro “buonismo”.

Trump, infatti, come lucidamente mette in evidenza Mengali per mezzo del lessico di Ernesto Laclau, supera le domande particolari creando una catena di equivalenze che oscillano fra il «populismo dispotico-narcisista» e il «populismo fraterno-egualitario». È dispotico e narcisista quando non perde occasione di fare vanto del suo impero plurimiliardario e in nome di questo proporsi come unico grande timoniere con il fine di traghettare l’America non solo fuori dalla crisi economica, ma soprattutto «great again!», «di nuovo grande!», unica potenza dominatrice del mondo. È fraterno ed egualitario nel momento in cui presenta la sua immagine e la sua storia di vita come parte del popolo, della gente semplice, che ha lavorato sodo e si è rimboccata le maniche superando vari ostacoli per diventare – un giorno – molto ricca. La ricetta di Trump è: sedurre il popolo statunitense per mezzo della possibilità di diventare, un giorno, plurimiliardario come il suo Presidente. In nuce, il programma politico di Trump è la sua stessa biografia, la sua stessa vita quotidiana: la disoccupazione si risolve creando lavoro affinché tutti possano diventare ricchi per mezzo del sudore della propria fronte (come ha fatto il suo Capo populista); il lavoro si crea sottraendolo ai Paesi più competitivi, i quali hanno approfittato degli USA in modo parassitario, come il Messico, la Cina, il Giappone e gli stati in cui la manodopera è più a buon mercato; gli interessi dell’America si fanno strappando accordi commerciali sbilanciati a favore della propria nazione, e ai tavoli di trattativa fra potenze statali ci si deve comportare come ai tavoli di trattative fra aziende. Per «fare di nuovo grande l’America» bisogna immaginarla come una immensa multinazionale, metterci a capo un uomo forte, capace e coraggioso di “battere il pugno”, minacciare sanzioni, porre dazi e costruire muri, affinché tutti capiscano con chi si ha a che fare. Questo è Mr. Trump: applicare il suo stile imprenditoriale su una scala maggiore, a tutti gli Stati Uniti; il suo populismo poggia fortemente sull’ideologia del lavoro, del «self made man». Il “trumpismo” quindi è l’agglutinamento tra la ripresa del nucleo valoriale classico dell’americano medio e il riscatto nazional-popolare contro la morsa della crisi economica che attanaglia gli Stati Uniti.

Quando viene accusato di simpatizzare per l’estrema destra suprematista bianca dichiara semplicemente che sta solo cercando di «abbracciare il senso comune» (p. 145). Ed è proprio il patchwork del «senso comune» che gli ha permesso di raggiungere la Casa Bianca. La massima abilità retorica di Trump si esprime nel contrastare gli attacchi di Hillary Clinton: ogni accusa a lui rivolta, risponde dicendo che l’avversaria democratica dileggia e offende le classi popolari, la gente d’America che fatica e lavora. L’identificazione fra il “Capo” e il “popolo” è assoluta nella costruzione della trincea contro il candidato sfidante (pp. 205-206) fino alla rigorosa decisione di assumere – come dimostrano alcuni studi – una retorica così semplice da essere compresa anche da un bambino della scuola elementare (pp. 54-56).

Nonostante le radici affondino nella cultura dell’estrema destra – al riguardo è emblematica la scelta del suo entourage di governo come ben dimostra l’autore (pp. 43-51) – Trump presenta il suo bagaglio valoriale come sensibilità condivisa e diffusa fra il popolo statunitense, poiché è riuscito a rendere egemone questa chiave di lettura dei problemi sociali. Pertanto, è possibile annoverare l’opera di Mengali fra gli studi sulle forme politiche del populismo di destra, meno studiato e meno messo in luce rispetto alla variante del cosiddetto “populismo di sinistra”, nonostante le categorie di Laclau siano così scivolose e ambigue da legittimare l’ascesa di qualsiasi ideologia a partire dalle sabbie mobili populiste[3].3

L’autore, per mezzo di un’accurata documentazione bibliografica anglofona, interviene per fare chiarezza anche sul dibattito che ha coinvolto la soggettività dell’elettorato trumpista: che tipo di popolo è colui il quale ha votato per il magnate dei palazzi di lusso? Molti media hanno dipinto simile elettorato come una classe operaia bianca rancorosa, arrabbiata e razzista; quasi un deja-vu della torsione autoritaria che l’hitlerismo diede alla classe operaia tedesca egemonizzata nei primi anni del Novecento dall’ipotesi comunista. La demistificazione di questa interpretazione è operata attraverso la chiave di lettura della linea del colore: Trump ha mobilitato i bianchi, le donne bianche e gli uomini bianchi, in particolar modo la classe media impoverita bianca, ma non solo (pp. 26-27). Se c’è un blocco sociale a cui fa riferimento il voto trumpista è quello della pelle bianca, al di là dell’età, della classe e del genere. È possibile dedurre quindi che, nonostante l’appello di Trump agli elettori di Bernie Sanders e ai movimenti sociali che hanno contestato la finanza di Wall Street, l’elettorato nero non è caduto nella trappola populista dell’imprenditore immobiliarista preoccupato per le sorti della crescente disoccupazione nelle periferie. La linea del colore pare quindi essere la chiave di volta negli Stati Uniti per una soggettivazione che abbia delle ricadute concrete anche dal punto di vista di classe e di genere.

Vorrei concludere con una considerazione personale balzata agli occhi durante la lettura dell’opera. Se pensiamo ai numerosi studi economico-sociali sulla crisi negli USA, spicca fra le più acute quella di David Harvey, accorto studioso dell’economia dal punto di vista del mercato immobiliare[4].4 È alle sue riflessioni che più si deve far riferimento nell’analisi dello scoppio della crisi dei mutui sub-prime dalla fine dell’anno 2006. Harvey infatti ha messo a fuoco come il mercato immobiliare sia stato il quadro fondamentale entro cui la finanza ha speculato. Credo che non vi sia più grande beffa per gli Stati Uniti nell’aver scelto come proprio Presidente un magnate del medesimo mercato immobiliare, un uomo capace di costruire una fortuna ricchissima proprio nel campo economico che ha acceso la scintilla della crisi. Oltre ai numerosi palazzi di lusso che hanno contribuito ai processi di gentrificazione di altrettanti quartieri, sarebbe interessante capire il contributo di Trump nell’aver drogato il mercato immobiliare dei mutui. Lui, proprio lui, che ora propone la sua biografia personale come soluzione globale.

 


[1] F. Mengali, Di cosa parliamo quando parliamo di Trump, Villaggio Maori Edizioni, Catania, 2017. Da qui in poi le pagine citate dal libro saranno fra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per una concettualizzazione storico-politica si veda: M. Anselmi, Populismo. Teorie e problemi, Mondadori, Milano, 2016

[3] Cfr.: F. Biagi – G. Ferraro (a cura di), Populismo, democrazia, insorgenze. Forme contemporanee del politico, numero monografico de «Il Ponte», n. 8-9, Firenze, agosto-settembre 2016.

[4] Si veda in modo particolare: D. Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città, Ombre Corte, Verona, 2012; Id., L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, Milano, 2011; Id., Città ribelli. I movimenti urbani dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street, Il Saggiatore, Milano, 2013; Id., Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Feltrinelli, Milano, 2014.

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