"Atleta e donna. Le barriere del professionismo sportivo" a Sherwood 2017

15 / 7 / 2017

Mercoledì 12 luglio, presso la Free Sport Area dello Sherwood Festival, si è svolto il dibattito Atleta e donna: le barriere del professionismo sportivo, organizzato dalla Polisportiva San Precario ed al quale hanno partecipato Luisa Rizzitelli (presidentessa Assist, Associazione Nazionale Atlete), Antonella Bellutti (ciclista, due volte campionessa olimpica), Arianna Cau (due volte campionessa dell'Italian Snowbord Tour), Silvia Bortot (campionessa Italiana di boxe  nel 2011) e Chiara Rosa (pesista italiana, bronzo agli Europei di Helsinki 2012).

Come ha spiegato Francesca Masserdotti nell’introduzione, la Polisportiva Sanprecario ha iniziato ad approfondire la tematica delle discriminazioni di genere nello sport quando, in vista della partecipazione dello sciopero internazionale dell’8 marzo organizzato dalla rete Non una di Meno, è stata iniziata una corricerca sulla situazione delle donne nell’ambito sportivo italiano. Quello che ne è uscito è raccapricciante: la legge 91 del 1981 che regola il professionismo sportivo ha delegato al CONI, in collaborazione con le federazioni sportive, la decisione rispetto alle discipline a cui estendere lo status professionistico. A 36 anni dall’entrata in vigore della legge il CONI non ha ancora chiarito cosa differenzi l’attività sportiva professionistica da quella dilettantistica. Attualmente le discipline sportive professionistiche sono 4: calcio, golf, basket e ciclismo, tutte declinate solo al maschile.

Luisa Rizzitelli, la cui associazione si propone di tutelare e rappresentare i diritti collettivi delle atlete di tutte le discipline sportive operanti a livello agonistico, entra nel merito delle tante problematiche che il dilettantismo pone a chi decide di dedicare un pezzo importante del proprio tempo allo sport. Innanzitutto c’è la questione contrattuale e salariale, perché nella maggior parte dei casi ci troviamo in di uno stipendio, ma di semplici rimborsi spese. Non è previsto il pagamento dei contributi pensionistici e non vi è alcuna tutela in caso di invalidità o maternità. Manca, inoltre, l’obbligo di assicurazione sanitaria e vengono meno una serie di tutele sia rispetto alla salute, sia rispetto all’accesso alle strutture sportive. Ci troviamo di fronte ad una situazione di assoluta precarietà e di rapporto altamente impari tra società sportive ed atleti.

Per le donne è ancora più evidente la discriminazione perché per legge non possono essere atlete professioniste. «Decine di migliaia di sportive fanno un’attività del tutto assimilabile ad una lavoro, ma al CONI ed alle federazioni sportive questo non interessa». Ci troviamo d fronte ad una vera e propria mancanza di costituzionalità, perché ci sono soggetti che non possono materialmente avvalersi di una legge dello stato, la già citata legge 91 del 1981. La questione delle discriminazioni di genere nello sport ha un carattere estremamente politico, se si pensa che non ci sono mai state donne nei ruoli apicali del sistema sportivo italiano. Per questa ragione la lotta contro le discriminazioni nello sport va letta come una lotta femminista a pieno titolo, perché riguarda l’emancipazione di migliaia di donne.

Spesso questa condizione è fonte di tante frustrazioni, sul piano sportivo ma soprattutto umano, sia nel corso dell’attività agonistica sia al termine della carriera. Nonostante il suo valore e la popolarità raggiunta, Alessandra Bellutti ha raccontato le sue esperienze, spesso umilianti e segnate da un mobbing estremo da parte della federazione ciclistica. In particolare la Bellutti si è soffermata su un episodio, accaduto quando la federazione ciclistica, subito dopo il suo addio alla carriera, le aveva proposto di diventare direttrice tecnica di tutte le squadre nazionali. La notizia era già circolata sui media, ma non è mai stata formalizzata attraverso un contratto. Dopo nove mesi di lavoro volontario e gratuito la Bellutti si è vista costretta a dichiarare delle dimissioni “mediatiche, con una lettera scritta a Repubblica, per uscire dall’impasse della situazione.

La questione del dilettantismo pone anche altre problematiche in Italia, come quella relativa alla mancanza di un programma di sostegno alla doppia carriera (quella di studente ed atleta). Una condizione che vivono tutti gli sportivi, ma che nelle donne è ancora più drammatica. In questo contesto il doping stesso  spesso diventa un appiglio ed una finta soluzione alla precarietà assoluta che la carriera sportiva mette di fronte agli atleti.

Altre atlete hanno raccontato e messo a confronto le proprie esperienze. Spesso le situazioni peggiori si riscontrano negli sport cosiddetti “minori”. Arianna Cau, campionessa di wakeboard, sport poco conosciuto e mediatizzato, ha evidenziato come per una ragazza sia davvero duro praticare questi tipi di sport, senza preparatori atletici o società sportive alle spalle. Proprio in questi sport le discriminazioni sono maggiori, a partire dai premi di denaro nelle gare di coppa del mondo, che per gli uomini sono dieci volte superiori alle donne. In questo quadro anche l’entrare a far parte di selezioni nazionali, sogno di molti atleti, diventa frustrante. Dice la Cau, a proposito del sessismo e maschilismo imperante nello sport: «se devo indossare la maglia dell’Italia in una squadra dove mi considerano più un oggetto sessuale che altro, preferisco continuare a fare le gare da sola». Il cambiamento deve partire dalla consapevolezza delle atlete. Conclude la Cau: «come c’è la battaglia per i diritti del lavoro, ci deve essere battaglia per i diritti nello sport».

Tra gli sport considerati “maschili” per antonomasia ci sono quelli di combattimento. Secondo Silvia Bortot, campionessa di pugilato, questo elemento ha inibito le donne nell’intraprendere questi sport o a vivere grandi situazioni di disagio al l’interno di questo mondo. All’inizio la boxe in Italia era addirittura preclusa alle donne, anche se la situazione è cambiata negli ultimi 10 anni. «Rimangono ancora tante barriere ed esiste un grandissimo problema di discriminazione economica» afferma la Bortot che può essere affrontato solamente affrontando il problema del rapporto tra dilettantismo e professionismo in tutta la sua profondità».

Un altro problema, che s’intreccia con quello del dilettantismo, è rappresentato dall’altissimo livello di militarizzazione esistente nel mondo dello sport italiano. La mancanza di investimenti pubblici sulle strutture ed in generale nel sistema sportivo impone a migliaia di persone, che vogliono praticare lo sport ad alti livelli, di provare ad entrare nei corpi militari o di polizia. È il caso della pesista Chiara Rosa, che chiaramente ammette come non ci sia alternativa alla “militarizzazione”. I concorsi sono molto selettivi ed esclusivi, ma soprattutto lo status imposto dai corpi agli atleti comprime fortemente la loro libertà di potersi esprimere ed esporre pubblicamente.

La serata si è conclusa con un esempio di sport al femminile del territorio padovano con la presentazione del progetto Ragazze nel Pallone e la proiezione del documentario a loro dedicato, che fa parte del progetto "A qualcuna piace il calcio", nato nel 2014 per raccontare lo sport femminile.

«Siamo solo all'inizio di un percorso che ha come obiettivo diritti fondamentali, per i quali dobbiamo ancora combattere», commenta nel finale Hilary De Luca, attivista della San Precario. «E' essenziale iniziare a parlarne con forza e mettere il CONI e le Federazioni Sportive davanti alle loro responsabilità, perché una legge antica e discriminante, per tutte le donne e per gran parte degli atleti in Italia sia finalmente modificata».

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