Dove va lo sfruttamento

Intervista a Marta Fana, autrice de "Non è lavoro, è sfruttamento".

2 / 3 / 2018

Tommaso Baldo, storico e collaboratore di Globalproject.info, ha intervistato Marta Fana, ricercatrice di economia all'Istituto di Studi Politici di Sciences Po a Parigi. Il suo ultimo libro, Non è lavoro, è sfruttamento, pubblicato da Laterza nel 2017, rappresenta una delle più complete antologie contemporanee dei rapporti produttivi, nel quadro della riorganizzazione post-crisi avvenuta all'interno del capitalismo italiano, e non solo.

Io ti domanderei innanzitutto di che cosa parla il tuo libro a grandi linee. Quali sono le forme di sfruttamento che prende in esame?

Il libro parla innanzitutto della frammentazione della strategia politica da parte del capitalismo, una volta uscito dal grande ventennio di lotte operaie e dalle crisi internazionali. Il capitalismo è stato capace di ristrutturarsi scaricando il peso dei suoi nuovi assetti su suo antagonista per eccellenza, quindi sul lavoro, su quella che era la classe operaia.

Se prendiamo invece l'ultimo ventennio, che parte dal 1997, quindi dal pacchetto Treu in poi, e quindi da tutto il processo di riforme del mercato del lavoro, quella a cui assistiamo è una frammentazione di quest’ultimo operata attraverso strumenti normativi, che determina un impoverimento sia dei lavoratori che della struttura produttiva italiana. 

La mia scelta  di utilizzare e analizzare soltanto alcuni settori ha due obiettivi. Il primo è quello di portare alla luce e dare voce a settori che spesso sono marginali, tenuti volutamente nell'ombra. Come ad esempio la logistica o i servizi pubblici esternalizzati, un settore che ha un forte legame - in termini di composizione di classe - proprio con i facchini, che subiscono lo stesso processo di esternalizzazione, attraverso appalti e subappalti e ricatti; una catena non stop che arriva sino al culmine di questa situazione: l'obbligo al lavoro gratuito. Siamo quindi in presenza di un costante impoverimento della struttura produttiva, dei diritti, dei salari, di una svalutazione del lavoro che porta all'obbligo del lavoro gratuito; una cosa che di fatto dovrebbe essere anche intesa come incompatibile rispetto al capitalismo, che in teoria avrebbe bisogno di una fase di riproduzione.

In secondo luogo analizzo tutto questo alla luce di che cosa ci serva, in termini di ricomposizione di classe. Perché il problema è che loro - i capitalisti - sono abbastanza uniti mentre noi no. Quest’analisi tende a guardare quali siano oggi le fasce intrinsecamente rivoluzionarie - cioè pensiamo a tutte le mobilitazioni dentro la logistica, ma anche quelle dei fattorini - proprio per dire che il guardarsi attorno e riconoscersi deve partire effettivamente da questi legami produttivi. Le diverse situazioni lavorative vengono frammentate anche in termini di immaginario; faccio sempre l'esempio tra il facchino con la sua tuta blu o il giubbottino catarifrangente fosforescente che incontra tutte le mattine una cassiera o commessa di Zara, invece vestita di bianco pulito e sorridente. Quindi anche nell'immaginario i soggetti vengono separati, poi – però - vivono la stessa logica di sfruttamento.

Sostanzialmente il libro è questo: un quadro, un affresco, se vogliamo una fotografia neanche troppo originale, che però tiene insieme tutti i pezzi che sono interessanti nella fase di sviluppo all'interno del capitalismo moderno e nella sua fase di ristrutturazione post-crisi. Questo quadro si conclude parlando di quel grande abbaglio retorico, che dobbiamo continuare a smascherare, ossia la narrazione per cui l’innovazione e la tecnologia sarebbero neutre: le nuove piattaforme, come la digitalizzazione e la tecnologia, si riducono ad essere uno strumento per reintrodurre il cottimo nei rapporti di lavoro.

L’altra cosa che mi ha colpito molto del tuo libro è il fatto di come mostri il modo in cui queste logiche di sfruttamento, precarizzazione, lavoro gratuito non producano un'economia più produttiva, non migliorino nel suo complesso il sistema economico italiano o la filiera di produzione, ma anzi facciano dei danni terribili.

Sì, questa è proprio la parte che prova a ribaltare la teoria - e poi la retorica e la narrazione classica - per cui, al fine di rimanere competitivi, bisognava solo continuare a ripetere: «spostiamo quello che è il centro della libertà e del potere dal lavoro al capitale». Questa è una visione fortemente ideologica nonostante venga spacciata per “neutrale”. Secondo questa visione l'unico soggetto economico in grado di produrre - di fare delle scelte che siano efficaci ed efficienti dal punto di vista produttivo e poi creare ricchezza e benessere per la maggioranza della popolazione - siano le imprese. Se invece andiamo a guardare oltre la retorica, i dati - quindi anche la ricerca accademica - e i fatti - ossia quelli che i soggetti sfruttati vivono con l’esperienza quotidiana - tutto ciò non è verificato. Sono stati smentiti tutti gli studi accademici che sostenevano che la riduzione di tutele e salari portasse maggiore competizione e  occupazione.

Quindi questo è il dato di realtà che contrasta con una narrazione egemonica. Secondo questa narrazione, considerando i due fattori della produzione - il capitale e il lavoro - ridurre il costo di quest'ultimo rende competitive le aziende. In nome di questa visione, negli ultimi 25 anni, si è scaricato il costo della competizione solo ed esclusivamente sul lavoro, abbassandone il costo il più possibile.

Sempre ubbidendo a questo dogma sono stati concessi incentivi alle imprese, anziché spingerle a investire per innovare i processi produttivi - e parliamo principalmente di economia privata - aiutandole a mantenersi a galla, senza spingerle a innovare. 

In termini di scontro capitale-lavoro tutto ciò è accaduto in tutto il cosiddetto “Occidente”. Occorre inoltre ricordare che vi è uno scontro tra capitali a livello internazionale, per cui la Francia - che fino agli anni ’90 aveva investito molto nel capitale finanziario - a partire dalla metà di quel decennio ha aumentato il tasso di investimenti produttivi. Per questa ragione la Francia oggi ha bisogno di operai specializzati, ingegneri e altre figure professionali di alto livello, in modo da mantenere un rapporto di forza equilibrato col blocco tedesco. In Italia ciò non è stato fatto e questo è stato determinato da una gravissima carenza interna allo stesso capitalismo nazionale. Non si chiede mai - e invece bisognerebbe chiederselo sempre - una cosa molto semplice: le aziende che competenze hanno? Cosa stanno facendo per il sistema economico e produttivo? Si pretende che il lavoratore  abbia enormi competenze, che sia adeguato rispetto al mercato, addirittura si stigmatizza la disoccupazione. Ma non vengono individuate le responsabilità reali di questa situazione.

Leggendo i dati ci si rende conto che l’idea del “capitalismo straccione” di circa 100 anni fa perdura ancora oggi. 

Sempre in nome di una visione molto ideologica si ritiene che l’unico soggetto economico sia l’impresa, perché lo Stato non può più né produrre, né distribuire, ma deve rimettersi all’economia. In realtà lo Stato non ha mai smesso di intervenire nell’economia, spostando l’asse d’intervento prima a favore delle tutele dei lavoratori, del Welfare e di produzioni dirette (penso alle grandi aziende pubbliche), poi verso le imprese, in termini di privatizzazioni, incentivi e così via. Questo non può reggere, soprattutto per il fatto che gli investimenti sono azioni economiche di medio-lungo periodo, mentre le imprese da un lato non hanno la forza economica per poter reggere ingenti investimenti (soprattutto se pensiamo all’Italia con il suo 93% di aziende sotto i 10 dipendenti) e dall’altro non ne hanno neanche l'interesse, perché devono fare profitti immediati.

A partire dalla fine degli anni ‘70 ogni dirigente d'impresa è stato tenuto a rendere conto agli shareholder nel breve periodo, e quindi tramite dividendi delle quote di valore aggiunto prodotto. Ma anche questo è un altro abbaglio fortemente ideologico ed errato sul piano economico, perché si valuta sempre la produzione e la distribuzione in termini di valore di scambio, quando invece ci sono ingenti pezzi di produzione - che sono quelle del soddisfacimento dei diritti universali: la scuola e l’università, la sanità, la casa, le strade e le infrastrutture, ecc. -  che invece devono essere valutate rispetto al valore d’uso, che si traduce magari nella salute dei cittadini, o quanti meno morti abbiamo tutte le volte che c'è un sisma Italia.

A questo punto ti pongo la domanda sul «che cosa facciamo?», riconoscendo anche che la storia non ripassi i piatti. I capitalisti hanno potuto, per esempio, dismettere tutto il sistema dell'industria pubblica facendo notare le inefficienze che in effetti c’erano. Nel corso degli anni ‘70 si è assistito alla degenerazione dell'industria pubblica; a questo ci aggiungiamo la mancanza di coscienza di classe, i cambiamenti avvenuti nell'immaginario collettivo, la mancanza di referenti politici, l’egemonia culturale del nemico. Come riprendiamo il bandolo della matassa?

Operando proprio sul piano dell’egemonia, e quindi delle idee che dobbiamo produrre e riprodurre, visto che siamo ancora nella fase in cui siamo in grado, anche se forse non sempre, di fare l'analisi critica dell'esistente.

Questa è una cosa davvero importante, perché il piano culturale che è crollato - pensiamo ai sindacati o a quel che resta delle sinistre - è evidente. Dobbiamo quindi ragionare sulle contraddizioni interne al piano sindacale e politico, e contemporaneamente capire come questi possano ricominciare a stare insieme, in termini ovviamente autonomi e dialettici. 

Il piano sindacale può far fiorire 300 sindacati che effettivamente riprendono il piano vertenziale, ma questo non fa venir meno la necessità di una visione strategica di lungo periodo. E per questo serve un piano politico; pensiamo alla logistica e ai servizi pubblici esternalizzati: possiamo anche fare le vertenze su appalti, cooperative o committenti, ma poi l'obiettivo deve essere quello di re-internalizzare quel servizio e quei pezzi di produzione. E questo è un piano politico. E’ evidente che lo scontro di classe va governato con l'intervento politico e dello Stato.

Quindi servono delle vertenze che partano dal piano sindacale, ma che pongano delle questioni politiche; bisogna sempre stimolare l’intervento o il dialogo, anche a livello locale, per partire con la politica. Perché 200 licenziamenti in un territorio significano 200 famiglie senza reddito, 200 famiglie a cui il Welfare deve provvedere. E poi c’è il piano politico su larga scala, che deve porsi il problema di come far fronte a determinate situazioni. 

Allo stesso tempo quello che abbiamo oggi è un’effervescenza; non c’è un’esplosione, ma ci sono dei sintomi di riorganizzazione e di affermazione - anche sul piano della coscienza di classe. Pensiamo, ad esempio, a come i fattorini in quest'ultimo anno si siano cominciati ad organizzare; ed erano uno dei reparti più frammentati, più individualizzati e deboli che avevamo. 

Dobbiamo capire, però, come mettiamo insieme tutte le lotte del lavoro a cottimo, perché il fattorino – per continuare l’esempio - si scontra con una piattaforma digitale; quindi l'obiettivo è come regolamentiamo, cosa ne facciamo? La pubblicizziamo, oppure la nazionalizziamo, la collettivizziamo e quant'altro. 

Serve discutere di cosa fare perché  io non ho grandi risposte  in merito. Se l'obiettivo è quello di organizzare una massa - la maggioranza della popolazione non soltanto in Italia, ma anche a livello internazionale - serve aprire un piano trasversale. Per questo dico che occorre un intervento della politica; il lavoro a cottimo interessa diversi settori, ognuno dei quali è una vertenza specifica nei rapporti di produzione e nel ciclo produttivo, però ha un filo conduttore: no al cottimo. Questo è il piano politico!. 

È in questo ambito che si deve intervenire: riforma del lavoro, abolizione di tutte le forme di lavoro anti-costituzionali che prevedano il cottimo e così via. Quindi, secondo me, ci sono questi due piani da tenere insieme, perché sono i due piani necessari; magari non sufficienti però imprescindibili per provocare ciò di cui l'Italia ha veramente bisogno in termini ricompositivi. È da questo che si può evincere un immaginario vincente, una divulgazione positiva di quello che produce la mobilitazione, l'organizzazione e il conflitto sociale. 

Sappiamo che in Italia nessuno più vuole scioperare. Benissimo, mettiamo insieme tutti i pezzi che almeno sono interessati da una ragione: il lavoro gratuito, il lavoro a cottimo, festivo e così via. Per ogni segmento o categoria sindacale saremo in pochi, se invece ci mettiamo tutti insieme iniziamo a produrre una spinta molto più forte e incisiva. 

Soprattutto dobbiamo fare in modo di evitare il corporativismo, che di fatto ci sta straziando perché ognuno pensa alla propria categoria, ciascuno crede di essere più sfruttato dell’altro.

Bisogna capire come si evolve la classe, anche di pari passo con il cambiamento della produzione, lavorare sull’orizzontalità di queste lotte, per dare la possibilità di riconnettere e riformulare quei legami di solidarietà per cui se oggi c’è lo sciopero di “x” verrà anche “y”, sapendo che ci sarà reciprocità nella cosa. Questo è fondamentale, ma invece finora - soprattutto partendo dalla frammentazione e della polverizzazione della massa politica che è la classe lavoratrice - non si è ancora dato.

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