I muri della vergogna, le prigioni del capitalismo

Un testo di presentazione verso il dibattito di lunedì 10 Luglio 2017, ore 21.00, presso il Second Stage dello Sherwood Festival

7 / 7 / 2017

Miseria e precarietà, pericolo e ricatto sulla vita sono i motivi che determinano le migrazioni di migliaia di persone. Siamo nell’epoca dei muri, l’epoca del mondo spaccato da tanti confini eretti dal capitale per separare non le ideologie ma la stessa umanità. Ai confini d’Europa - in Turchia - attorno alla Palestina, alle frontiere centroamericane - in Messico -, ogni giorno vengono alzate barriere che non sono solo di cemento e filo spinato ma anche di xenofobia, bugie ed ingiustizie, muri dettati da leggi che erodono i diritti fondamentali. Tre diversi mondi a confronto che portano una stessa narrazione. 

Un nodo cruciale quello dei confini e delle barriere che è entrato negli ultimi anni con prepotenza nel dibattito quotidiano, una tela fitta - tra accordi internazionali e un continuo braccio di ferro tra le super potenze mondiali - che però ha un dna comune, ossia quello del conflitto. Un conflitto, nei paesi di cui abbiamo deciso di indagare che si configura in modi differenti. Scontri a più riprese in Palestina, una guerra combattuta tra Turchia e Siria, una guerra non dichiarata ma i cui risultati sono ben visibili in Messico.

La storia della Palestina e del suo popolo narrano di una  delle vergogne più grandi che il mondo ha conosciuto. Una repressione latente e una tra le occupazioni più longeve della storia. 

Nel 2002 Israele invade militarmente tutte le città palestinesi e comincia la costruzione del muro di separazione che si dispiega sul territorio già occupato della Cisgiordania riducendone ulteriormente il territorio. La costruzione del muro in Palestina è la testimonianza più lampante, la denuncia più chiara, della violazione dei diritti dei palestinesi. 

Quel muro rappresenta il simbolo del sistema di apartheid che Israele continua a negare. Israele, quindi, sfruttando i suoi miti sulla sicurezza creati ad hoc per perpetrare la sua politica di occupazione, colonizzazione ed espansione, in barba a tutte le risoluzioni Onu, ha pianificato e portato avanti la costruzione di un muro che permette l'annessione territoriale della Cisgiordania. Il muro ha ridotto in bantustan il già limitato territorio su cui avrebbe dovuto sorgere un ipotetico stato di Palestina. Ma il cemento che divide la Palestina occupata è solo il paradigma dell'oppressione israeliana: dall’acqua rubata, ai villaggi distrutti, ai continui arresti senza alcun motivo sono la quotidianità .

E Israele negli ultimi decenni non ha risparmiato la popolazione di Gaza la più grande prigione a cielo aperto al mondo, come molti la definiscono. Il presidio militare che la sorveglia negli ultimi anni è stato ampiamente rafforzato e sono innumerevoli le bombe che sono cadute nel suolo della Striscia. Le offensive israeliane che hanno portato la morte tra decine di migliaia di palestinesi sono tante, troppe: nel 2008 l'operazione Piombo Fuso è una delle più devastanti per la popolazione di Gaza, IDF infatti utilizza anche bombe a fosforo bianco. Nel 2014 Margine di Protezione , l’esercito israeliano uccide con le proprie bombe più di 2000 civili della Striscia.

Israele oltre a macchiarsi dei peggiori crimini di guerra mira a costruire nuovi insediamenti, a dividere città e villaggi palestinesi, rendendo impossibili le comunicazioni e la circolazione attraverso il muro e i checkpoint. Il tentativo in atto è quello di eliminare la base territoriale di uno stato palestinese e di unità del popolo. Questa situazione comporta una quotidianità impossibile da sostenere, la quale ha dato vita a diverse forme di resistenza, dalle azioni di lotta non violenta ai meccanismi che implicano l’uso della forza contro uno degli eserciti più potenti al mondo. 

Si deve andare indietro negli anni per capire fino in fondo la situazione anche nel caso del Kurdistan. Il Kurdistan, un paese che di fatto sulla carta non esiste ma che se fosse unito politicamente potrebbe essere lo Stato più ricco del Medio Oriente, considerate le materie prime di cui dispone – dal petrolio alle risorse idriche; e questo spiega di gran lunga perché non si è mai riusciti ad arrivare ad una soluzione definitiva. Il tema dei confini assume così in questo caso un peso fondamentale: una sua unità sconvolgerebbe infatti la carta geopolitica dell’intera regione mediorientale, con conseguenze in tutta l’Asia centrale e forse su scala mondiale. Nell’ultimo anno i confini del Kurdistan - o meglio quelli imposti -  si sono allargati a vista d’occhio: ad esempio tra Turchia e Siria è stato eretto un muro lungo 911 km, 911 km che diventano immediatamente simbolo della chiusura che Erdogan sta da tempo attuando contro i curdi, ma chiarifica anche ampiamente la posizione del paese anatolico rispetto alla guerra in Rojava. Giustificata come una barriera anti foreign fighters in realtà si configura invece come una barriera anti-Siria, Ankara infatti non riconosce ai siriani lo status di rifugiati, che vanno “armonizzati” e non “integrati” nella società secondo il linguaggio dei documenti governativi. Gli stessi campi di accoglienza governativi, finanziati e pagati dall’Europa, sono spesso teatro di violenze e soprusi, chi può scappa e torna piuttosto indietro. 

L’intervento turco da qualsiasi punto si voglia guardare è volto ad  impedire che i curdi siriani unifichino i loro territori, divisi tra il cantone di Efrin a ovest e quelli di Kobane e Hasakah più a est. La Turchia, che è membro della NATO, da una parte sta bloccando i flussi migratori dall’altra sta cercando di invadere la Siria senza alcun motivo, se non quello di massacrare la popolazione curda e di impedire la formazione di uno stato curdo esclusivamente all’interno della Siria.

La risposta è nella geografia: per la Turchia l’emergere di un Kurdistan siriano autonomo è dunque un problema enorme. Ankara la considera una tale minaccia per la sua integrità territoriale, quindi l’invio delle  sue truppe in Siria, con la scusa di voler combattere il gruppo Stato islamico, è in realtà volto ad impedire alle milizie curde, le Ypg, di gettare le basi di uno stato indipendente assumendo il controllo del nord del paese. Quindi ci troviamo davanti ad un grande Risiko in cui la Turchia deve ben soppesare le sue alleanze, Ankara non può avvicinarsi alla Russia più di quanto abbia già fatto, perché non può rompere con gli americani in un momento in cui le sue relazioni con l’Unione europea sono ai minimi storici. Intanto in territorio siriano la guerra va avanti: Afrin da mesi sotto i bombardamenti turchi e Raqqa accerchiata da SDF e YPG.

Ultimo ma non meno importante, il caso messicano. Parlando del centro America non si può saltare a piè pari l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, dato che in campagna elettorale il neo presidente ha attaccato duramente il popolo messicano presente negli Stati Uniti e oltre confine e ha spinto fortemente per la costruzione di un muro al confine tra i due stati. Al di là della questione del muro, che in parte già c'è e la cui costruzione non è così scontata come forse sperava Trump in campagna elettorale a causa della mancanza di finanziamenti da parte del Congresso e dell’opposizione dei democratici, è sconcertante la reazione delle autorità messicane. Peña Nieto e il ministro degli esteri Louis Videgaray hanno contrattaccato timidamente le numerose e pesanti accuse rivolte da Trump al popolo e alla cultura messicana. Invece che difendere i propri concittadini pubblicamente hanno preferito risolvere le varie questioni in sede privata, lontani dagli occhi dell'opinione pubblica e dalla vergogna di non saper tenere testa all’inquilino della Casa Bianca. 

Negli ultimi anni il Messico del Pri e del Pan oltre a promuovere un capitalismo estrattivo che ha impoverito la terra e le tasche di chi era già povero, ha incentivato l'uso della violenza e della repressione, adottando come strategia di controllo quella delle sparizioni forzate e i desplazamientos forzati di interi villaggi. 

A pesare su una situazione interna già debole e compromessa, gli Stati Uniti spingono il Messico sempre più lontano da quell'universo latino di cui fa naturalmente parte, per portarlo sempre più vicino alla propria sfera di influenza, per continuare a dettare i ritmi del lavoro e della vita di migliaia di messicani.

Sulla base di questi scenari si aprono nuovi terreni di lotta e di resistenza in questi tre paesi che possono sembrare così lontani per le eterogeneità che li contraddistinguono, ma hanno lo stesso comune minimo denominatore a cui noi abbiamo guardato, indagato e preso spunto. Abbiamo corso accanto a tante lotte che sono nate in diversi angoli del mondo, proprio per questo, ancora una volta, vogliamo metterci in gioco, conoscere e approfondire. Noi, insieme a chiunque voglia farlo.

Ne discutiamo con:

Fabrizio Lorusso (giornalista freelance e ricercatore in Messico), Michele Giorgio (giornalista de “Il Manifesto”), Davide Grasso (combattente YPG)

Modera: 

Francesca Stanca (Associazione Ya Basta Êdî Bese!)

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