"Le lotte globali contro il capitalismo estrattivo. Standing Rock incontra i movimenti italiani" a Sherwood 2017

20 / 6 / 2017

Lunedì 19 giugno si è tenuto il primo dei cinque dibattiti serali del “Second Stage dello Sherwood Festival”. Il titolo del dibattito “Le lotte globali contro il capitalismo estrattivo”, che ha visto Rafael Gonzales, uno dei protagonisti delle lotte contro l’oleodotto DAPL a Standing Rock confrontarsi con attivisti di alcune delle principali lotte territoriali italiane (No Tav, No Grandi Navi, No Dal Molin), già introduceva uno degli elementi che, nel passato come nel presente, caratterizzano le discussioni di Sherwood: l’intreccio del piano globale con quello locale. Un intreccio che può fornire, alle realtà che si battono per il cambiamento complessivo dell’esistente, strumenti adeguati per leggere la fase ed approcciare la complessità dell’alternativa, partendo dall’analisi di alcuni fatti politici che condizionano gli assetti mondiali. Uno tra tutti, in questo momento, è l'elezione di Trump alla Casa Bianca ed i suoi effetti in tanti aspetti della vita politica, economica e sociale americana e non solo.

Il dibattito in questione ha provato a focalizzarsi su uno dei temi maggiormente impattati dalle politiche trumpiane, quello energetico ed ambientale. Dalla messa in discussione degli accordi sul clima fino alla riaffermazione di un modello di sviluppo energetico tarato sullo sfruttamento di idrocarburi, l’azione di Trump sembra mettere in luce il volto più violento del capitalismo estrattivo e l’esempio dell’oleodotto DAPL, che sta devastando la riserva indiana di Standing Rock, nel Nord Dakota, è uno dei più significativi. Allo stesso tempo, la resistenza alla costruzione di quest’opera - che vede coinvolti i nativi americani e i tanti che sono andati in Nord Dakota a portare solidarietà attiva – rappresenta una delle più significative espressioni di degli ultimi mesi. Questo sia perché è stata in grado di aprire uno spazio pubblico in cui mettere in discussione un modello di sviluppo speculativo ed estrattivo, sia perché ha riformulato un immaginario globale, mostrando la forza di una comunità pronta a mettersi in gioco a proteggere un territorio.

I Water Protectors hanno inoltre riaperto una lotta politica sul tema dell’acqua, un bene comune primario che diviene un bene privatizzato e finanziarizzato, su cui poter speculare dimostrando ulteriormente come il capitalismo estrattivo sia qualcosa che penetra nelle forme di vita di tutti noi, che militarizza i territori, e che talvolta non permette nemmeno più la riproduzione biologica della vita.

Rafael Gonzales, è figlio di una madre Dakota e di un padre portoricano ed è stato per quattro mesi tra i protagonisti della lotta contro la DAPL. Rafael ha chiarito che questo movimento è nato soprattutto grazie alla spinta dalle donne indigene e dai giovani. Il territorio interessato dalla costruzione dell’oleodotto era stato assegnato, tramite un trattato del 1851, alle popolazioni dei nativi. L'oleodotto in principio sarebbe dovuto passare per un territorio abitato in maggioranza da bianchi, che votarono contro la costruzione della pipeline: «per loro è stato sufficiente dire di non volere l'oleodotto ed il progetto è stato immediatamente cambiato; in quanto bianchi non hanno dovuto costruire campi di resistenza o subire la violenza della polizia». La variante del progetto - quindi – è stata quella di spostare il passaggio dell'oleodotto nei territori abitati dai nativi, senza consultare chi in quei territori abitava da secoli.

Il DAPL mette a rischio l'acqua potabile di 18 milioni di persone e l'estrazione e la combustione del petrolio mettono a rischio l'intero ecosistema. «Per mesi abbiamo combattuto, avevamo diverse strategie di lotta: da una parte il percorso legale, con gli avvocati e i ricorsi, dall'altra l'azione diretta non violenta». Nel corso del tempo la militarizzazione del territorio è aumentata considerevolmente e la tensione si è acuita. Man mano che si creavano i campi dei water protectors, che facevano chiudere i siti dei cantieri, la violenza da parte delle forze militari aumentava: «idranti a temperature sottozero, teaser, lacrimogeni, cani contro le persone».

La presenza nel campo di una giornalista del media indipendente democracynow ha fatto emergere una narrazione altra di quello che stava accadendo a Standing Rock, non manipolata dai media del potere, facendo diventare virali le violenze della polizia e facendo dando una dimensione internazionale alla lotta contro l’oleodotto. «Nacque da quel momento una partnership tra i media indipendenti e alternativi ed i water protectors.. Molti attivisti iniziarono a costruire canali di comunicazione autonomi per poter condividere col mondo e raccontare il senso reale di quella lotta e ciò che realmente stava accadendo nel nostro territorio». Quest’uso della tecnologia, con dirette video, social etc, ha contribuito a diffondere la protesta ed a far arrivare a Standing Rock molti solidali. Con l'aumento dell'attenzione e della forza dei water protectors, la polizia iniziò ad attaccare anche all'esterno dei campi. Il 4 dicembre decisero di iniziare degli scavi al di sotto del fiume Missouri, e molte persone hanno creduto che fosse una vittoria, ma non era così. In realtà non c'era una chiara indicazione del progetto alternativo e molti di noi non erano convinti che l'interramento della pipeline fosse meno impattante per la salute e l'ambiente. Molti attivisti lasciarono il campo, mentre oltre mille water protectors decisero invece di restare.

Il 20 gennaio Trump, nei giorni immediatamente successivi al suo insediamento alla Casa Bianca, ha firmato un ordine esecutivo per far proseguire i lavori dell'oleodotto. Poco più di un mese dopo, il 22 febbraio, «le autorità hanno diramato un ultimatum a tutti coloro che erano presenti nel campo e così fummo costretti a lasciare il nostro territorio e a trovare una nuova strategia per combattere l'oleodotto». «Da quel momento» continua Rafael «abbiamo scelto di portare avanti una nuova campagna di boicottaggio che andava ad interessare quelle istituzioni finanziarie che avevano investimenti nell'oleodotto, tra cui diverse banche europee».

In questi ultimi giorni la partita legale per il DAPL si è riaperta. La Corte Federale ha, infatti, stabilito che la costruzione dell'oleodotto viola i trattati del 1851: «Questo ancora non vuol dire aver vinto, ma la decisione del tribunale federale potrebbe davvero ribaltare la decisione politica presa da Trump».

I grandi investimenti finanziari che interessano l’oleodotto del Nord Dakota, sono gli stessi che abbiamo visto muoversi per il TAP ed in generale per quel sistema di grandi opere che, negli USA come in Europa, rappresenta l’architrave dell’accumulazione capitalistica nell'era della crisi sistemica. Uno degli esempi principali di questo modello è rappresentato dalle infrastrutture ferroviarie e, tra queste, della linea Alta-Velocità Torino-Lione, che da oltre 25 anni è un campo di battaglia aperto tra due differenti visioni del mondo: quello basato su devastazione e saccheggio dei territori e quello portato avanti da comunità solidali, capaci di costruire proprio nella lotta legami sociali straordinari.

«Dalla Valsusa abbiamo guardato con molto interesse quanto stava accadendo in Nord Dakota», dice Dana Lauriola - attivista del movimento No Tav - «perché in pochi mesi abbiamo assistito ad un’evoluzione delle forme di lotta che noi in Val Susa abbiamo vissuto negli anni». Negli Stati Uniti come in Italia, per raggiungere interessi privati vengono messi in pratica meccanismi di coercizione che militarizzano i territori e che si abbattono con violenza sui corpi di chi si oppone. La lotta No Tav è innanzitutto una battaglia contro un modello di sviluppo non più sostenibile, perché i suoi effetti sull’ambiente vanno oltre il semplice degrado ecologico, incidendo profondamente sulla contaminazione delle falde acquifere più profonde, e minacciando la salute in vari modi.

«Se da un lato il capitale estrae valore da ciò che saccheggia, dall'altra c'è il valore della nostra vita che viene strappato e messo in discussione» contestualizza Dana che prosegue dicendo come in Italia ci siano moltissime lotte ambientali, magari non radicate e “storiche” come quella contro il Tav, ma che ci restituiscono la mappa di un paese che viene continuamente saccheggiato.

Tante di queste lotte sperimentano diverse strade, ed in questo la battaglia No Tav ha fatto da apri-pista: «da un lato ci sono le cosiddette barricate di carta – che si fanno nei tribunali oppure con i ricorsi - che non possono mai essere esaustive ma che aiutano a prendere tempo e ad ottenere dati; dall’altro lato c’è la lotta di resistenza, in cui si mettono in gioco i corpi». Una lotta, quest’ultima, che ha dovuto attrezzarsi per essere efficace contro la violenza che cercava di strappare metri di territorio a chi lo abitava.

«Quello che attualmente è più necessario che mai» conclude Dana «è che queste lotte possano incontrarsi e coordinarsi, provando a mettere in crisi dal basso il sistema di speculazione delle grandi opere e non solo».

Il rapporto tra devastazione di un territorio ed il capitalismo finanziario è ben visibile in una città come Venezia, che vive ogni giorno l’impatto delle Grandi Navi sia sul fragile equilibrio della Laguna, sia sul turismo di massa. Tommaso Cacciari del Comitato No Grandi Navi - che proprio nei scorsi giorni ha vinto una straordinaria sfida di democrazia dal basso, portando a votare oltre 18 mila persone al referendum contro il passaggio delle Grandi Navi in Laguna – spiega come le compagnie da crociera abbiano nomi italiani ma flussi di capitali internazionali: «sono compagnie speculative finanziarie che di fatto vendono le nostre città mettendo a rischio la nostra vita».

La questione delle Grandi Navi non è una solo estetica e paesaggistica, ma ci parla di mostri che hanno una portata inquinante pari a quella di 14mila auto, bruciando carburante che è 3.000 volte superiore al carico di zolfo di un motore automobilistico. «Anche chi si oppone alle Grandi Navi è in qualche modo un water protector, proprio perché la laguna si regge su un equilibrio delicatissimo tra le acque (del mare e fluviali e l’attività sapiente dell’essere umano». Questo incredibile patrimonio – storico, culturale ed umano - viene quotidianamente distrutto dalla sete speculativa dei governanti e dall'appetito delle multinazionali finanziarie, «uno stupro quotidiano che avviene per il profitto di pochi, mettendo a rischio la vita di molti».

La grande potenza dei comitati ambientali è, però, quella di sapersi radicare nel territorio, ma allo stesso tempo di darsi prospettive di più ampio respiro, che siano in grado di confrontarsi ed incontrarsi con chi lotta in altri continenti. «Noi dobbiamo ancora renderci davvero conto del grande successo del referendum di ieri (domenica ndr), con 18mila votanti su 54mila residenti» continua Tommaso, «ma allo stesso tempo dobbiamo essere in grado di unire il radicamento territoriale a qualcosa che va oltre la solidarietà, dobbiamo capire che qualsiasi contestazione ad una grande opera, di qualsiasi natura essa sia, ci fa parlare lo stesso linguaggio. Solo superando la cosiddetta sindrome nimby, mettendoci in rete e comprendendo che il nemico è un modello di sviluppo che ci vuole vedere soccombere, capiremo che le nostre lotte fanno parte di una sola unica grande lotta comune».

Quello che accade in Nord Dakota, come in moltissime altre aree del mondo, è una continua guerra, combattuta in varie forme, che il capitale compie contro le persone. Francesco Pavin, attivista del No Dal Molin e di Vicenza si Solleva, parla di una piccola città che da anni rappresenta un paradigma di questa guerra, non solo per la presenza di 4 basi militari, ma anche per l’altissimo impatto di una guerra ambientale nei confronti della popolazione scuola il caso. «Nel nostro territorio l'azienda Miteni da 30 anni inquina le nostre acque e sono circa 300mila le persone potenzialmente interessate dalle zone inquinate dai PFAS». Le analisi hanno dimostrato i livelli di inquinamento in corso, ma da parte delle istituzioni non viene messo in campo un altro modo di approvvigionare l'acqua e di far fronte a questa emergenza ambientale: «sono invece gli attivisti che “sanzionano” chi inquina che vengono additati come criminali violenti».

Sempre nel territorio vicentino, sopra il più grande bacino idrico del Nord Italia, a Melagon, hanno costruito una delle discariche più grandi e che potrebbe rivelarsi anch'essa una bomba ad orologeria a livello di inquinamento e messa a rischio della salute dei cittadini. «Per tutte queste ragioni, abbiamo imparato che non possiamo leggere la guerra nel nostro territorio come circoscritta alle reti del dal Molin: c'è una guerra contro i migranti, fatta di confini, muri e decreti governativi; c'è una guerra contro i nostri territori attraverso l'imposizione di grandi opere e inquinamento».

In generale la guerra sta tornando ad essere centrale negli assetti mondiali e nella vita delle persone. Trump sta promuovendo politiche di aumento della spesa militare, del ritorno ai combustibili fossili, di negazione del cambiamento climatico e di fuoriuscita dagli accordi, miseri già di per se, di Parigi. Prosegue Francesco: «una volta si diceva "socialismo o barbarie": la barbarie ce l'abbiamo davanti, dobbiamo decidere cosa fare, che alternativa rivoluzionaria produrre. E' necessario, partendo dal presupposto che nel capitalismo avanzato le questioni ambientale rappresentano una contraddizione primaria all'interno dei rapporti di classe, costruire comunità e movimenti che siano in grado di confliggere con il capitale in maniera efficace».

Proprio sul tema della guerra, viene lanciata la proposta, frutto di un legame tra attivisti di Kabul ed i No Dal Molin costruito negli anni, di costruire una mobilitazione internazionale no war il 7 ottobre prossimo, anniversario dell'intervento militare in Afghanistan. Francesco conclude l’intervento invitando le diverse comunità in lotta ad un campeggio di resistenza che si terrà in Valdastico tra la fine di agosto e gli inizi di settembre, nei pressi dei cantieri per il proseguimento dell’autostrada A31, altra opera inutile che devasterà il Veneto ed il Trentino.

Nell’intervento che ha posto fine al dibattito, Rafael ha tracciato i tanti parallelismi usciti fuori dal confronto: «nelle vostre battaglie vedo il riflesso delle nostre; ciò per cui stiamo lottando è qualcosa di sacro ed importante e io mi posso portare a casa, per me stesso e per la mia comunità, tutto quello che mi avete raccontato».

I popoli indigeni lottano contro la guerra, nei tanti piani descritti nel corso della serata, da oltre 500 anni: la guerra nelle scuole, della desertificazione dei territori, dell’accesso al cibo salutare, le guerre razziali, nelle quali spesso le persone indigene ed afroamericane perdono la vita grazie alla violenza del sistema e della polizia, la guerra delle prigioni, intese come industrie per una forma legalizzata di schiavitù. «Sono battaglie a cui assistiamo da molto tempo, ma che l'elezione di Trump ha reso più intense, perché il suo fascismo sta facendo sollevare ogni tipo di comunità, tranne i suoi sostenitori, uomini e bianchi. Sta emergendo una sorta di emancipazione collettiva e ritengo che questo sia il momento perfetto per unirci e lottare assieme, un momento in cui lo sconforto e l'indignazione cresce in molte parti del mondo». Un messaggio di speranza e di possibilità, che solamente l’incontro tra lotte, rivendicazioni ed istanze a livello globale potrà fortificare.

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