"Liberismo e protezionismo, due facce di una stessa medaglia?" a Sherwood 2017

Con Andrea Fumagalli (Economista e fondatore di Effimera.org)

16 / 6 / 2017

Due forme di pensiero e di azione economica, quella liberista e quella protezionista, vengono spesso considerate in termini dicotomici. Se la storia economica ed il pensiero “post-moderno” ci hanno insegnato che, quantomeno a partire dagli ultimi decenni del Novecento, nella struttura neoliberale dell’economia l’intervento dello Stato ha avuto sempre un ruolo centrale, parlare di contrapposizione tra protezionismo e liberismo in una società a capitalismo avanzato forse diventa addirittura impossibile.

Nell’ultimo anno sono avvenuti alcuni fatti politici che hanno reintrodotto il concetto ottocentesco di protezionismo, intrecciandolo con le tensioni sovraniste e nazionaliste che stanno emergendo a vari livelli.  L’ascesa di Trump ha, in questo e non solo, prodotto uno spartiacque perché all’interno del concetto di America First c’è una chiara evocazione verso un ritorno ad una dimensione “nazionale” dell’economia. Se è palese che la dimensione evocativa sia quanto di più lontano dalla materialità degli eventi e dei processi, soprattutto sul terreno economico, è vero anche che si sta aprendo un dibattito che investe a pieno il ruolo dello Stato e dei suoi confini nei dispositivi che regolano la produzione, il mercato e la mobilità della forza-lavoro.

Ne abbiamo parlato con Andrea Fumagalli, tra i principali economisti “critici” del panorama italiano, secondo cui la contrapposizione tra neoliberismo non è mai esistita. «Possiamo dire piuttosto che tra il potere di gestione di mercato e il potere di interdizione funzionale al mercato svolto dallo Stato, questo rapporto ha avuto delle dinamiche diverse nel corso della storia, ma sempre in forme di sostegno reciproco e non di contrapposizione».

Il pensiero neo-liberista, affermatosi negli anni 80-90 fino ad oggi, ha fatto passare l’idea che il mercato fosse un luogo di pari opportunità, dove tutti potessero in qualche modo concorrere e trovare uno spazio di espressione, al di fuori del rapporto tra capitale lavoro. In realtà il mercato è il luogo di ridefinizione delle gerarchie, che ha avuto bisogno, nel corso della storia, di diversi strumenti per potersi affermare e rimodellare in continuazione. Per tutto il ‘900 lo strumento principale è stato il ruolo dello Stato e le politiche economiche su basi nazionali erano funzionali allo sviluppo di un certo tipo di capitalismo. La crisi di questo rapporto (altrimenti detta “crisi fiscale dello stato”), ha liberato l’ideologia che soltanto nell’ambito dei rapporti di mercato si potessero risolvere problemi di tipo economico. Questo ha generato due fenomeni, grazie anche all’ insorgere di nuovi fattori produttivi come lo spazio (inteso anche in senso virtuale) e la scienza, che sono la finanziarizzazione e l’internazionalizzazione della produzione. «Qui si è creato uno spartiacque, a livello di geoeconomia, con la nascita di aree produttive nuove che hanno messo in discussione l’egemonia produttiva Nord-Occidentale». Queste si sono sviluppate non a caso nel Sud-Est del mondo (Cina, India, e poi Russia, Sudafrica e Brasile), ridisegnando un contesto geoeconomico che ha mutato i rapporti politici e gli equilibri, di cui il fenomeno del terrorismo è parte integrante, in quanto interno ai rapporti di forza su scala mondiale.

Se da un lato abbiamo assistito a questo “moto” della produzione all’interno dello spazio globale, dall’altro la finanziarizzazione ha prodotto, almeno fino alla crisi del 2007, il più grande processo di concentrazione che la storia del capitalismo abbia mai visto. Un processo gestito da una nuova élite, le Società di Intermediazione Immobiliare, che hanno avuto una dinamica “protezionista” per quanto riguarda la gestione concentrata degli interessi finanziari, ma un carattere complessivo sovranazionale e non sovranista. Per questa ragione il concetto di protezionismo non coincide sempre con quello di nazionalismo ed i mercati finanziari ne sono l’esempio più lampante.

Non c’è nessuno Stato che, attraverso politiche nazionaliste, può intaccare questo livello di dominio nelle dinamiche finanziarie. «Il caso di Trump è emblematico, perché forse ha vinto le elezioni presentandosi come colui in grado di opporsi agli interessi finanziari che la Clinton rappresentava, ma le due figure principali dei suoi apparati economici sono uomini dell’alta finanza». La finanza è ancora il motore dell’accumulazione capitalistica contemporanea, nel quale la valorizzazione che deriva dallo sfruttamento del lavoro si manifesta dal punto di vista di creazione concentrata di ricchezze. Fumagalli analizza i dati di USA, Germania e Cina, dopo la crisi del 2007-8 che ha colpito i meccanismi di valorizzazione finanziaria, ed afferma che «a partire dal 2010, grazie alla politica monetaria degli Stati Uniti ed al salvataggio delle banche,  i profitti delle più grandi 500 imprese quotate in borsa si sono più che raddoppiati. Ed in Germania la situazione è simile, anche se un po’ più contenuta». Addirittura, se si guardassero le plusvalenze generate dalla speculazione finanziaria, si potrebbe dire che la crisi non esista, ma che esista solo una crisi del lavoro e dei redditi. «Da questo punto di vista la globalizzazione ha raggiunto i suoi scopi ed il capitalismo stesso ha bisogno di nuovi orizzonti sul piano della sovrastruttura politico-istituzionale».

Tutto questo sta determinando una fase di grandissima instabilità, a livello politico e geopolitico. Instabilità dovuta in primo luogo al fatto che la cosiddetta “cintura australe”, in particolare Cina, India e Sudafrica non solo sia in grado di controllare tutti i flussi logistici a livello internazionale, ma abbia acquistato un’autonomia economica e tecnologica tale da condizionare l’Occidente. In contrasto a questo le “vecchie” potenze, ed in particolare gli Stati Uniti di Trump, iniziano a ricostruire assi ed alleanze che siano in grado di ribaltare la situazione. La Brexit, l’enunciato di politiche protezioniste di Trump, gli accordi sottobanco tra nuova amministrazione americana e la Russia di Putin, gli ultimi accordi tra USA ed Arabia Saudita, fatti in risposta a quelli chiusi tra il Paese arabo e la Cina, possono essere un tentativo di agire in questa direzione.

In questo contesto quali possono essere le forme nuove di opposizione sociale e politica per potersi riappropriare di reddito e ricchezza, sfruttando anche le contraddizioni prodotte da una tensione interna alle élite? Il principale problema che abbiamo di fronte rispetto ad una mancanza di “soggettività moltitudinaria” è legato alla frammentarietà della composizione tecnica del lavoro e del conseguente sviluppo non lineare di forme di contropotere. Il conflitto contemporaneo tra capitale e lavoro non è ridefinibile in maniera precisa, ma assume una eterogeneità di forme per cui oggi potremmo dire che non siamo ad una unica composizione tecnica di lavoro ma una molteplicità di composizioni. «Oggi abbiamo tanti conflitti (logistica, sul territorio, sul web, simbolici, materiali) che non riescono a farsi movimento interpretativo omogeneo, assumendo talvolta rivoli preoccupanti, razzisti e xenofobi». È necessario comprendere insieme che il macro-luogo del conflitto è la produzione sociale, che viaggia dal territorio al web. «È lì che si gioca la possibilità di ricomporre. È in questi ambiti che c’è il nuovo rapporto di lavoro, lì si crea la lotta di classe». Uno dei possibili strumenti è, quindi, la questione di un reddito di base che, essendo forma di rimunerazione di queste nuove modalità di produzione, non mera assistenza, ma assume piena valenza neo-salariale.

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