Lotte di liberazione, educazione e fake news - Due chiacchiere con Wolf Bukowski

Breve scambio di battute con Wolf Bukowski a partire dal suo ultimo libro “La santa crociata del porco”, dopo la presentazione al Centro Sociale Bruno, il 29 novembre 2017.

30 / 11 / 2017

L'intervista a cura di Sergio Cattani, curatore del Blog SALUTEDUCAZIONE.

Caro Wolf, grazie del libro, innanzitutto. Così come ne “La danza delle mozzarelle”, ci ha aiutato a guardare la realtà in un modo diverso, dandoci punti di riferimento per analizzarla più profondamente di quanto siamo soliti fare. Partiamo dalla fine: mentre “La danza” finiva con un forte invito a “[riportare] la realtà del conflitto dove i padroni non si aspettano di vedere che la coreografia del proprio trionfo.”, ne “La santa crociata” termini con “Sono, quei maialini selvaggi, la più bella speranza”, facendo appello alle caratteristiche etologiche del maiale, che pare (almeno stando ad un testo dell’ottocento) capace di inselvatichirsi velocemente anche dopo essersi adattato “alla più angusta prigionia e alla lurida stalla”. I due finali sono complementari e non contraddittori, dove ritieni che si realizzino nel contemporaneo le lotte volte al sovvertimento dei rapporti di potere consolidati, in special modo riguardanti lo sfruttamento di persone, animali, terreni in campo alimentare?

Hai ragione, del tutto preterintenzionalmente i due finali dialogano. Le lotte oggi ci sono, almeno in embrione, ma manca ogni tentativo di sintesi. Più di tutto c’è bisogno di questo, di una prospettiva di liberazione complessiva che affermi un primato dell’umano sulle ragioni (anzi sui torti) del capitale, dello stato, della “crescita”. Un primato che si ponga da subito, e non solo in prospettiva, anche l’urgenza di un rapporto non distruttivo e non schiavistico nei confronti degli altri animali e dell’ambiente. Senza questa sintesi ogni lotta parziale si risolve in una sconfitta. Destino che vedo molto prossimo per la lotta al caporalato, per fare un esempio concreto, che rischia di diventare da un lato una lotta miseramente riformista (campi per braccianti con controlli quasi carcerari in cambio di qualche concessione dall’alto), dall’altro la spinta definitiva a una meccanizzazione agricola che non è “liberazione dal lavoro” per nessuno, ma solo sottrazione di reddito ai più vulnerabili.

Marina Cafe Noir XIII - ©alecani 2015

Wolf Bukowski – ©alecani 2015

Il tuo ultimo libro ha vari piani di lettura. Uno di essi a mio modo di vedere poggia sulla manipolazione delle notizie ovvero, per dirla con un termine molto in voga, sulle fake news. Qual è la causa della diffusione di queste false notizie sui media? Si tratta solo di creduloneria delle persone o ci sono ragioni più profonde?

La fake-news è sempre un sintomo. Se punti il dito su una fake-news e scavi con l’unghia ne esce sempre qualcosa di significativo. Le fake-news sulla scienza, per dirne una, parlano come minimo del fallimento comunicativo della scienza ufficiale. Le fake-news sui migranti ci dicono invece della creazione del “nemico pubblico” , una creazione che nasce sulle pagine dei giornaloni o dalle tribune della politica. I veri, e perniciosi, imbecilli, sono quelli che sputano sentenze senza capire che le fake news sono un grido d’allarme, e sono quelli che si beano nel distribuire attestati di ignoranza dai loro scranni spesso istituzionali, e spesso proprio ben posizionati nelle istituzioni formative – che sono invece quelle che per prime hanno fallito. Poi ci sono molti corollari a questo discorso, ne accenno solo due. Il primo è che il potere è il maggiore produttore di fake-news ( per esempio quella macroscopica che la privatizzazione porti vantaggi alle persone, ripetuta stolidamente da 30 anni a questa parte). Il secondo è che il Pd, con altri, ha intenzione di chiamare “lotta alle fake-news” quella che fino a ieri si chiamava, in buon italiano, “censura”.

Il tuo libro ha una bibliografia e un “virgolettato” molto denso e presente. Che valore ha per te la citazione, nel mondo attuale in cui c’è l’ansia dell’originalità?

La citazione è sempre una sorpresa, affrontarla con rigore ti costringe a fare i conti con quello che vuoi davvero dire tu e con quello che voleva dire davvero l’autore che citi, nella misura in cui sia possibile penetrarlo. La citazione è l’indizio di un percorso intellettuale che bene o male incrocia il tuo, convergendo o confliggendo, e devi farci i conti; ma a sua volta – l’uso delle citazioni, intendo – può essere infedele, consapevolmente o meno. È un lavoro di scavo, ma il modo in cui procedi allo scavo è parte della scoperta stessa, ed è parte anche del risultato che devi raccontare.

Lo scorso anno sei venuto con noi in una classe delle superiori a parlare di Eataly, Slow Food, Coop e un po’ tutti quei temi che affronti nel tuo secondo libro. Come professori “saltuari” e persone che vengono spesso a contatto con giovani a discutere su temi sanitari, corriamo spesso il rischio di attribuire troppa responsabilità individuale nella possibilità di riuscire a mantenersi in quell’equilibrio dinamico chiamato “salute”. Per questo abbiamo bisogno di idee e spunti che ci aiutino ad ampliare e completare questo sguardo. Che ne pensi della tua piccola esperienza a contatto con i più giovani e quali sono le maggiori difficoltà che trovi nel provare a comunicare le idee di cui parli nei tuoi libri?

Le difficoltà che incontro io sono enormi, ma questo può essere dovuto solo a miei limiti. Parlando in generale, però, credo che questi anni di disciplinamento sempre più duro operato nelle e dalle istituzioni scolastiche stiano facendo dei danni incalcolabili, anche alla possibilità stessa di costruire percorsi un almeno po’ fuori dagli schemi nelle scuole stesse. C’è bisogno urgente di meno disciplina, di meno decoro, di meno “rispetto” per le autorità. Ne va della capacità stessa della società di rigenerarsi, di ripartire su strade diverse. Questa è la vera questione generazionale, oggi – non le stupidaggini dei rottamatori.

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