Oltreconomia Festival 2018 - Comunità e guerra globale: Confederalismo democratico in Rojava

3 / 6 / 2018

La quarta giornata dell’OltrEconomia Festival 2018 si è conclusa con il dibattito intitolato: “Comunità e guerra globale: Confederalismo democratico in Rojava”, in cui sono intervenuti  – per la prima volta insieme su un palco - Davide Grasso, attivista Infoaut ed ex combattente YPG, e Karim Franceschi, attivista dei centri sociali delle Marche ed ex combattente YPG.

La Siria è attraversata da ormai sette lunghi anni di guerra, sono anni che le grandi potenze - dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Turchia alla Francia - e le principali corporation traggono interesse dall’instabilità siriana e di tutto il Medio Oriente, per proseguire l’opera di rapina e controllo dell'area. Tra i diversi interventi militari e una diplomazia a geometrie variabili è innegabile che il conflitto siriano sia ormai diventato il paradigma della guerra globale contemporanea, mosaico di azioni militari ad alta e bassa intensità, di resistenze e spostamenti di popolazioni, di saccheggio e devastazione continua di intere città e territori. 

In questo contesto c'è chi ha saputo resistere e ha provato a creare una nuova forma di società, prendendo spunto dall’idea del confederalismo democratico teorizzata da Abdullah Ocalan. La rivoluzione del Rojava, avvenuta nel 2012, è riuscita a stabilire una convivenza tra diversi popoli e diverse etnie e religioni, pur nel difficile contesto della guerra civile siriana. Da sempre questa esperienza è invisa alla Turchia e ai suoi alleati jihadisti; lo scorso 18 marzo, dopo due mesi di   combattimenti in campo aperto, l’esercito turco ha invaso il cantone di Afrin e iniziato un’occupazione militare dell’area. Da quel momento ci troviamo davanti a una vera e propria resistenza, sia nei confronti della Turchia che del redivivo Isis, già sconfitto con il contributo determinante dei popoli della Siria del Nord. 

Cosa veramente ci insegna il Rojava? Ci insegna che in un contesto di guerra ormai globale è ancora possibile creare un ambiente democratico, antifascista, aperto a tutte quelle componenti della società che per decine di anni sono state escluse e marginalizzate dalla vita, politica o sociale che sia. Afrin ci insegna che gli esperimenti rivoluzionari verranno sempre osteggiati se non attaccati, anche militarmente.

Davide Grasso e Karim Franceschi sono due dei tanti combattenti internazionali che hanno supportato la rivoluzione nel Rojava arruolandosi nelle fila dell’YPG. Secondo Davide, quello che sta accadendo in Siria del Nord è l’unica vera esperienza capace di praticare l’opposizione alla guerra globale nel suo complesso. «L’aspetto che più colpisce nel conflitto ad Afrin è la grande asimmetria tra le forze in campo». La situazione che sta vivendo Afrin è paradigmatica perché una resistenza armata, partigiana e clandestina, si sta opponendo all’invasione da parte di uno degli eserciti più preparati e tecnologici che esistano al mondo. In questo contesto 350 mila persone hanno dovuto lasciare il cantone e adesso si trovano senza alcun aiuto da parte della comunità internazionale, proprio perché il Rojava non ha una legittimazione “istituzionale” a livello internazionale. Per questo la campagna SiAmo Afrin rappresenta una delle tante azioni di supporto che è un dovere sostenere; «non ci si può tirare fuori da una situazione come questa» afferma Davide. L’azione militare della Turchia ha mire anche su Manbij, dove vuole portare – come ha fatto ad Afrin – uno Stato islamico di fatto. Il 4 giugno ci sarà un incontro bilaterale tra USA e Turchia proprio su Manbij, che deciderà gran parte delle sorti politiche e militari di quei territori.

Secondo Karim Franceschi la difesa del Rojava rappresenta innanzitutto una responsabilità morale e politica per chiunque creda negli ideali di libertà e uguaglianza. La questione non è solamente combattere contro l’Isis, ma immaginare e praticare – già all’interno della lotta di liberazione – una società libera e autodeterminata. Secondo Karim, quello che oggi sta attaccando quella rivoluzione è un asse geopolitico che vede al centro la Turchia e i suoi interessi. La Turchia considera questo progetto una minaccia, in quanto ritiene pericolosa per la tenuta della propria attuale struttura statale la diffusione del confederalismo democratico tra le comunità curde che vivono all’interno dei confini turchi. Erdogan sta riaccendendo il conflitto nella “guerra civile siriana” e lo fa in continuità con i principi che guidano il suo stesso regime autoritario. Anche altri Paesi confinanti con la Siria – e lo stesso regime di Assad – hanno interesse ad attaccare questa rivoluzione, perché fa paura un modello che rompe forme di controllo sociale e politico profondamente sedimentate in quell’area, anche a beneficio delle potenze occidentali. 

«Non abbiamo bisogno di confini, di uno Stato, di un regime», questo è il pensiero alla base del confederalismo democratico e della carta del Rojava. Affermare ciò significa mettere in discussione l’equilibrio decennale del Medio Oriente, ma non solo. «Combattere con le armi, affrontare la morte significa rimettere in moto il senso più profondo di quella Resistenza che abbiamo visto anche in Europa contro il fascismo, il nazismo, il franchismo», conclude Karim.

Qui la registrazione della conferenza:

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