S01E03 – Riprendersi il sorriso. Jessica jones e la violenza di genere

26 / 1 / 2017

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La battuta tagliente e l’approccio di primo acchito sgradevole non mancano di certo a Jessica Jones, investigatrice privata di Hell’s Kitchen che ha appeso al chiodo la carriera di eroina. Già, perché Jessica (Krysten Ritter) è una di quelle persone che ha sviluppato, a seguito di un incidente accaduto nella sua adolescenza, dei superpoteri. La vita in costume e fare della difesa del prossimo il suo mestiere non l’hanno però convinta fino in fondo, tanto da fare intendere a più riprese che questa esperienza è stata un fallimento. La ragazza preferisce di gran lunga pensare ai proverbiali “cazzi propri”, bere l’alcol di bassa qualità ed evitare il più possibile il contatto con gli altri. Un paradosso, se vogliamo, visto che la ripugnanza per la compagnia e per i fatti altrui è costantemente tradita dalle indagini che deve fare per guadagnarsi da vivere (mariti che tradiscono mogli, mogli che tradiscono mariti, persone scomparse, ecc…). Come dice Jessica narrando il primo episodio della serie, il suo lavoro consiste nello scavare la superficie apparente delle persone fino a trovare lo sporco che hanno in profondità, un’attività che su se stessa lei non farebbe mai. Altro paradosso? Sarà lo sviluppo della serie che ci porterà, suo malgrado, a scoprire lo “sporco” di Jessica.

L’eroina Marvel trasmessa da Netflix nasce dall’abile penna della sceneggiatrice Melinda Rosenberg, che alcuni conosceranno per la trasposizione cinematografica della saga di Twilight (sic!), sulla base del personaggio introdotto nei fumetti Alias. La serie televisiva si adatta liberamente alle vicende narrate nei fumetti e in generale all’Universo Marvel, ma dà delle interpretazioni innovative ed interessanti alla storia del personaggio. Innanzitutto, come spesso accade nelle serie Netflix dedicate ai Defenders, i riferimenti agli eventi alieni che fanno parte degli episodi degli Avengers o di Agents of S.H.I.E.L.D., caratterizzati da scontri tra navi spaziali ed esseri sovrannaturali, sono fugaci e solo menzionati. Rosenberg ha ben voluto mantenere lo spirito stilistico della descrizione della vita quotidiana attraverso la condizione di inumano o superumano, astuto mezzo televisivo per rendere più evidenti le problematiche che la gente comune vive ogni giorno.

Passiamo al dunque, allora. Di cosa, in particolare, ci vuole parlare Jessica Jones? Abbiamo bisogno, per introdurre bene il quid della sua storia, di presentare adeguatamente il personaggio. Dicevamo che Jessica ha acquisito dei superpoteri dopo un incidente, nel quale il resto della sua famiglia ha perso la vita. La ragazza, per quanto mingherlina, dispone di una forza sovrumana, di stamina, di invulnerabilità limitata e di una sorta di capacità di volo che lei, per essere più precisi, preferisce chiamare «salto e atterraggio». La forza fisica e l’agilità del salto la rendono un avversario piuttosto ostico, garantendole un’incolumità tale che molto raramente la ragazza prova paura. Ecco, la storia di Jessica si fonda proprio su quell’eventualità “molto rara”. Cosa potrebbe mai terrorizzare una donna con la superforza? Ciò che può accadere e accade a troppe donne a New York e nel mondo: l’abuso e la violenza di genere per mano maschile.

La serie Jessica Jones indaga nell’intimo le dinamiche psichiche e sociali di una giovane donna che ha subito stupri e una relazione di dipendenza con il suo aggressore. Se in particolare il focus della serie è indubbiamente la vicenda di Jessica, in generale negli episodi emergono diverse narrazioni delle relazioni di potere. Procediamo con ordine.

Il fantasma della violenza

Parlavamo del licenziamento dalla carriera di eroina che Jessica si è autoimposta. Tutto ciò è accaduto dopo l’esperienza vissuta con il suo carnefice, Kevin Thompson (David Tennant). L’uomo si fa conoscere con il nome di Kilgrave - sì, letteralmente significa “uccidi-tombe”; come si chiede Jessica, “ammazza-cadaveri” (Murdercorpse) era già stato preso? – e per il suo accento fastidiosamente British, oltre che per il suo stile da damerino sempre rigorosamente colorato di viola (come richiamo all’analogo dei fumetti, Purple Man). L’aspetto fisico non è però la sua caratteristica essenziale: Kilgrave ha il potere del controllo mentale che gli permette di piegare a suo piacimento la volontà ed i desideri di tutti coloro che ascoltano la sua voce (per i fan: un po’ come la Maledizione Imperium in Harry Potter). Il potere di Kilgrave ha una capacità smisurata che va dall’indurre al suicidio le persone all’ottenere soldi senza sforzo e all’essere amato da chiunque voglia. L’inglese si innamora facilmente di Jessica mentre la vede in azione per difendere un senzatetto da alcuni teppisti di quartiere. Per un lungo periodo antefatto alle vicende presenti Jessica si trova così a seguire alla lettera qualsiasi parola dell’uomo, divenendo il suo oggetto sessuale e la sua amante, nonché l’arma da battaglia per i suoi scopi particolari. Rosenberg fa un’operazione sopraffina nel rappresentare la relazione di abuso Kilgrave-Jessica, perché usa come metafora il potere mentale per dire una cosa molto precisa. Nel senso comune (sociale, giuridico e politico) si tende a trovare la giustificazione della violenza maschile attraverso le lenti della differenza di forza fisica, cioè nel fatto che il sesso biologico femminile, essendo più debole per natura, è di per sé esposto a subire l’abuso. Ma nel caso di Jessica poco importa che abbia una forza fisica smisurata, di fronte al controllo mentale si trova inerme. Non è che la regista vuole trasmetterci un’immagine delle relazioni di potere che trovano la loro radice al di là della forza fisica? La descrizione delle dinamiche tra i due personaggi sembrerebbe dare una risposta affermativa. L’abuso di Kilgrave non si fonda sulla violenza fisica intesa come botte e percosse, è violenza che tocca certamente il corpo con la regolarità degli stupri cui è sottoposta Jessica, ma anche e soprattutto la sua mente. Jessica si sente continuamente dipendente dall’uomo che accompagna, non è in grado di pensarsi in quanto soggetto autonomo. La violenza non è disciplinare, non reprime la volontà della donna a colpi di punizioni e minacce, non è un’imposizione a senso unico: è lo stesso desiderio di Jessica a tendere verso l’amore per Kilgrave, impossibilitato nel pensarsi fuori dal rapporto con l’uomo. La perversione del controllo mentale è allucinante e riesce a trasformare completamente la donna che colpisce, la quale diventa vittima nel rapporto con il violentatore, non lo è a priori in quanto donna. Questo aspetto è ben narrato nella scena in cui Jessica, nonostante siano passate le 12 ore di effetto del controllo mentale di Kilgrave, non riesce lo stesso a fuggire “decollando” dal tetto di un palazzo. Lei stessa si trova spiazzata di fronte alla sola possibilità di essere libera. Come può andare avanti da sola, se è abituata ad essere dipendente da un uomo?

Allora, le cause della violenza vanno trovate da tutt’altra parte. Del resto, la figura di classy man di Kilgrave ed i suoi modi estremamente sofisticati giocano bene con la straordinaria superforza di Jessica, facendo vedere che l’abuso non proviene solo dalla stereotipata immagine dell’uomo violento disegnato come energumeno. La violenza di genere è una questione sociale e culturale che si fonda sulla disposizione maschile a vedere come oggetto il corpo della donna e, parallelamente, sulla disposizione femminile a pensarsi come un soggetto mancante, che ha bisogno di adattare la sua vita ad un altro seguendo dei precisi canoni sociali. Nel periodo in cui si è dato l’abuso Jessica ha infatti incarnato l’immagine della donna che gli stereotipi identitari e maschilisti di genere scolpiscono: deve sempre sorridere anche se non lo vuole, deve sempre essere accondiscendente, deve essere premurosa ed amorevole, deve prendersi cura degli altri e vestirsi con degli abiti giudicati “femminili”. Uno stile e un carattere che non fanno parte della sua personalità, basta vedere il pre- e il post-Kilgrave. La narrazione dell’abuso fa vedere la ferocia con la quale gli stereotipi di genere vengono abilitati e legittimati sopra un corpo che, sia per i poteri che per la postura, li rifiuta. Non è del resto proprio ciò che sfugge ai discorsi dominanti a rappresentare la preda succulenta per chi invece se ne fa portatore?

La tipologia di violenza a cui assistiamo è fine, subdola, sottile. E’ una violenza costantemente presente perché, ci dice Jessica, non è legata alla vicinanza fisica del proprio carnefice, ma sta lì come un fantasma, nella testa, sempre pronta a bussare nei momenti più impensabili. E non bastano le sedute dallo psicologo per liberarsene: il PTSD (Post-Traumatic Stress Disorder) di cui soffre la protagonista non si risolve a chiacchiere ed autocoscienza. Ci sarà bisogno di agire. Lo dimostra il ritorno inaspettato di Kilgrave dopo essersene liberata e aver pensato che fosse morto. 

Il potere di chi comanda

Anche il tema della sicurezza e della vittimizzazione delle donne viene percorso in diversi momenti. Jessica è infatti presa di mira dalle battute degli uomini che incontra per il fatto che è sola, che vive in un appartamento sciatto utilizzato come ufficio, che è un’alcolizzata. Tutte caratteristiche che, come dicevamo, contraddicono i canoni del cosiddetto “femminile”. La rudeness di Jessica viene vista come causa del non avere un partner nella vita, come se fosse solo una questione caratteriale degenerata e non, per esempio, una sua libera scelta. La ragazza non si stanca mai di ricordare allo spettatore che, in fondo, a lei il contatto con l’altro non piace proprio per niente, soprattutto se deve accollarselo. Molti dei personaggi maschili si stupiscono, inoltre, del fatto che intraprenda da sola delle decisioni, che rifiuti qualsiasi forma di aiuto: se è una reazione atta a difendere l’altro, allo stesso tempo Jessica vuole dire al suo interlocutore che non ha bisogno di essere protetta, salvata. La sua sicurezza non dipende dagli uomini che ha intorno, infatti respinge e bistratta il poliziotto Will Simpson (Wil Traval) ogni volta che si vuole mettere nel mezzo delle sue missioni per fermare Kilgrave (e, spesso, non fa che mandarle a rotoli proprio per la sua mania del macho che salva la giornata). La solitudine di Jessica è vista anche in questo caso come stigma, come uno status che nasconde sotto sotto la sua incapacità di sapersela cavare da sola.

Proprio il personaggio del poliziotto è interessante perché le sue reazioni nel corso degli episodi sono sempre un disperato tentativo di stare dietro ai personaggi femminili, tra cui oltre a Jessica troviamo la star Trish Walker (Rachael Taylor), con cui intrattiene una relazione sessuale. Trish è la migliore amica da sempre di Jessica che l’ha accolta in casa quando, dopo l’incidente, questa è rimasta orfana. Da giovane donna newyorkese in carriera Trish non si fa abbindolare dal romanticismo disneyano del poliziotto, tanto meno cede alle sue continue velleità da protettore. Un protettore che, però, dietro questa visione della donna come sesso debole farà emergere proprio quell’uomo che ama troppo - come giustificano gli stronzi che negano la violenza di genere strutturale etichettandola “violenza passionale” - che non si accorge di stare prevaricando l’altra e di essere violento, tanto da usare la forza (come effettivamente succederà). La sua maschilità in crisi lo porta, in ultimo, a doversi imporre per ristabilire i ruoli di genere alla base della sua identità.

Ma se parliamo di potere sugli altri non possiamo assolutamente pensare che in Jessica Jones sia prerogativa dell’uomo, che diventerebbe così naturalmente ed esclusivamente predisposto ad essere dominante. Molte figure maschili mostrano fragilità, subiscono la violenza psichica che ha vissuto Jessica, si mettono in gioco per contrastare l’antagonista o per creare una rete di solidarietà tra persone vittime di Kilgrave. Malcom Ducasse (Eka Darville), il vicino tossicodipendente di Jessica, vive una storia che ben raffigura il passaggio da persona marginalizzata, che subisce un potere esterno al soggetto agente che riprende in mano la sua esistenza.

C’è un altro esempio molto significativo che descrive la fluidità delle relazioni di potere, assolutamente non incardinate in un unico genere. L’avvocatessa squalo Jeri Hogarth (Carrie-Anne Moss), il cui ufficio si trova nella Manhattan scintillante aperta solo ai colletti bianchi in carriera e ai ricchi, è una delle datrici di lavoro di Jessica che si serve di lei per ottenere in modo diciamo inusuale delle informazioni per difendere i suoi clienti (rigorosamente altrettanto squali della finanza). L’avvocatessa si trova nel bel mezzo di un divorzio dalla sua compagna storica e in una tresca con la sua segretaria, causa scatenante della separazione. Vediamo instaurarsi tra questi tre personaggi delle relazioni di potere che riproducono parzialmente proprio quelle dinamiche di sopraffazione, dominio, controllo e dipendenza che abbiamo visto prima. La moglie di Jeri è possessiva nei suoi confronti, ritiene che debbano stare assieme nonostante l’intenzione esplicita dell’avvocatessa. Ci sarà un’inquietante vicinanza tra lei e Kilgrave, il quale la comanderà sulla base del risentimento e della possessività covati nella sua psiche, arrivando a farle commettere l’estremo delle sfumature che fanno parte dei rapporti di dipendenza/potere: l’aggressione fisica. Jeri, d’altra parte, è un personaggio alquanto discutibile e attratto dalle posizioni di potere, che in parte lei stessa già ricopre grazie alla sua appartenenza di classe e al rapporto con la moglie e l’amante. E’ lei a fantasticare su un uso alternativo del controllo mentale di Kilgrave davanti ad una Jessica rabbiosa che sostiene, invece, come il controllo mentale sia sempre violenza. Questo comportamento svela la natura meschina di Jeri, pronta ad imporre il suo dominio sugli altri pur di raggiungere i propri fini personali.

Insomma, le relazioni di potere sono sempre una dinamica a doppio senso che interessa, con intensità e frequenza diverse, tutti i personaggi della serie – ovvero tutti gli individui nella vita reale.

«Smile!»

Le complesse relazioni tra i personaggi non sono che una parte della serie. Che Marvel sarebbe se non ci fosse dell’azione? Jessica sarà pure in difficoltà di fronte a Kilgrave, ma non davanti agli altri. Ecco che allora può arrivare a battere il possente Luke Cage (Mike Colter), altro umano potenziato con la superforza e la pelle d’acciaio con cui avrebbe potuto avere una relazione a lungo termine. Poliziotti, teppistelli, clienti scontenti, uomini rissosi vengono facilmente scaraventati dalla donna, sempre pronta a scomparire velocemente per non farsi cogliere sul fatto grazie al suo salto. L’autoironia ed il sarcasmo non mancano di certo nelle battute di Jessica, come quando dice di fare pilates (un’attività fisica rigorosamente per donne che si tengono in forma) per giustificarsi di fronte alla gente sgomenta della sua forza. Ogni confronto, comunque, non sarà mai difficile quanto quello con Kilgrave: è lui ad averla piegata a sé, a continuare ad avere un’influenza maligna su di lei tale per cui i suoi ultimi momenti di felicità sono associati al loro rapporto, libera com’era dal PTSD e dal ricordo della violenza. Eppure, Jessica sa di doverlo affrontare per due motivi: da una parte le è necessario per superare il suo trauma, dall’altro deve aiutare le persone che sono state soggiogate o che potrebbero esserlo. In un certo senso, torna ad essere l’eroina a cui aveva abdicato precedentemente. Ma stavolta lo fa senza alcuno spirito di sacrificio: Jessica non è la classica antieroina alcolizzata, trasandata, depressa o con un vuoto interiore che sarà riempito dal ritrovato spirito di sacrificio per l’altro. Jessica affronterà Kilgrave perché la cura di se stessa diventerà, per lei, anche cura dell’altro, e viceversa. Far fuori Kilgrave è il modo per essere di nuovo una donna indipendente e per lasciare che gli altri siano altrettanto. L’estremo della duplicità, tra il sé e gli altri, delle azioni di Jessica è visibile soprattutto nel rapporto che si crea con Hope Shlotman (Erin Moriartry), ragazza violentata e soggiogata da Kilgrave la cui comparsa riporta l’incubo dell’uomo nella mente di Jessica. In lei Jessica rivede se stessa, capisce di non aver mai superato l’abuso e che aiutare questa ragazza a sfuggire alle conseguenze a cui l’ha costretta l’uomo è un modo per prendere di petto i suoi problemi irrisolti.

La posta in gioco – cioè la libertà e l’autodeterminazione sulle proprie scelte - come vedremo in una delle scene finali passa anche da un sorriso; un sorriso che però deve tornare ad essere autostima e felicità, non certo compiacenza verso l’altro come imponeva sempre Kilgrave. Per chi sorriderà Jessica alla fine?

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