Una performance ci salverà. Recensione a "La società della prestazione" di Federico Chicchi e Anna Simone

20 / 2 / 2018

Ci sono diversi modi di leggere un libro: la lettura superficiale, la ricerca di un livello di interpretazione più approfondito e il moto di pensiero, anche conflittuale, che l’opera può provocare nella mente del lettore. Evitando di voler stabilire una gerarchia tra le tre (sommarie) modalità qui elencate, possiamo però dire che l’ultimo approccio è molto spesso caratterizzato dal riconoscimento di una parte di sé in ciò che si legge, da una vicinanza esistenziale ai contenuti. Il libro diviene quindi uno specchio in grado di rifrangere i riflessi della propria vita a distanza per localizzarli in un punto da cui guardarli con certo disincanto, senza tuttavia sacrificare la parzialità dello sguardo del lettore. Parti di sé vengono ritrovate nel testo e parti di sé vengono restituite e ricomposte secondo specifici tagli. In questo intreccio tra vita e pensiero il soggetto ne esce trasformato. Il lettore è portato a performare un cambiamento, almeno nel suo flusso di pensiero.

Se c’è un’azione a cui induce il testo di Federico Chicchi e Anna Simone dal titolo La società della prestazione (Ediesse 2017), questa è proprio, con un gioco di parole, una performance su di sé. Non potrebbe essere altrimenti, del resto: il rigore dell’analisi sociologica e dell’uso delle categorie analitiche non rimane mai su di un piano astratto, ma coglie nella loro particolarità le forme di vita di noi tutti e tutte. Tra chi è costretto di fronte ad un computer a fare analisi di dati, chi deve insegnare e fare ricerca a tutti i livelli, chi deve trovare il giusto brand per il marketing di un prodotto, tutti e tutte sappiamo bene che bisogna continuamente lavorare, agire per sé e per gli altri in vista di un accumulo di risultati e obiettivi mai stabiliti collettivamente. Siamo ininterrottamente mossi da una «ragione prestazionale». Risulta impossibile non trovare nella ricerca condotta da Chicchi e Simone uno spaccato della propria condizione lavorativa.

In che cosa consiste, dunque, la performance che facilita il libro? Proveremo a rispondere percorrendo alcune delle frasi quotidiane che ci salgono alla mente e definiscono la nostra attitudine nei confronti del lavoro, perché la loro affermazione, sotto la luce particolare del testo, fa risplendere quei lati della nostra realtà immersi nell’ombra dello sfruttamento.

«Non ho bisogno di nessuno che mi dia degli ordini. So benissimo cosa devo fare da solo/a»

La prestazione si presenta concettualmente non tanto e non solo come obbligazione a fronte della stipulazione di un contratto giuridico: è il compimento di operazioni derivanti da criteri, misure e valori prestabiliti di cui il soggetto performante non ha controllo. Anzi, come dicono il sociologo e la sociologa, la società della prestazione nasce dalle ceneri della società salariale fondata sul contratto. Se, difatti, fino agli anni Settanta-Ottanta il contratto prevedeva lo scambio tra prestazione lavorativa (ossia sfruttamento del plus-valore) e diritti sociali, stemperando l’obbligazione al lavoro soprattutto di fabbrica grazie ai tempi di riproduzione, con l’implosione del capitalismo cognitivo e del modo di produzione post-fordista il contratto perde la sua presa politica e simbolica. Dato che le attività prima relegate alla riproduzione e giudicate (strategicamente) improduttive sono adesso fonte primaria di valore (il lavoro di cura, la conoscenza, i linguaggi, i codici, la creatività, ecc.), i tempi di lavoro non possono assolutamente rimanere ancorati alle otto ore di presenza fisica e prestazione lavorativa in fabbrica, in università o in azienda. Inoltre, la stessa forma giuridica del contratto ha subito diversi colpi che ne hanno minato la funzione di regolazione.

 Quale tipo di corrispondenza danno oggi il tempo determinato, i vecchi contratti a progetto, gli stage e i tirocini, i voucher? Tutti questi istituti, nati in diverse epoche della storia recente dei modi di produzione, non ingiungono semplicemente di iniziare a lavorare per altri su libera scelta, bensì di meritarsi di lavorare per altri. Ancor prima di entrare in un rapporto di lavoro, il subordinato e la subordinata dovranno portare con sé una quantità e una qualità di capitale umano per cui essere appetibili a chi offre lavoro. Un capitale che potrà essere acquisito grazie ad esperienze precedenti oppure a tecniche da adoperare direttamente su di sé, a disposizioni da acquisire sotto suggerimento di precise indicazioni di coaching e a posture psicologiche da assumere per essere un o una vincente sempre e comunque. Ognuno e ognuna di noi deve incarnare un’impresa, come già anticipato dalle lezioni rivelatrici sulla Nascita della biopolitica di Michel Foucault [1]; deve ottimizzare le sue conoscenze e saperle porre in una forma appetibile per il mercato. La dimensione «antropofagica» dell’economia ingloba l’umano e lo plasma in un modello di gestione e investimento su di sé per fini corrispondenti alla rendita e al profitto del capitale. Nonostante le differenze tra i gagliardi Chicago boys di Friedman e gli austeri ordoliberali à la von Hayek e von Mises, il neoliberalismo sembra unire le prerogative di entrambe le scuole nel principio di prestazione.

Parlare di neoliberalismo ci permette, agli occhi dell’autore e dell’autrice, di dar conto della «nuova ragione del mondo» [2] e di seguire una sorta di parabola della pratica discorsiva in questione. La società della prestazione, la cui egemonia sta diventando incipiente, sarebbe infatti l’estremo compimento della governamentalità, ovvero la capacità del soggetto di eseguire un comando su di sé anche a distanza senza aver bisogno di un’autorità esterna. La prestazione si darebbe nei termini della pervasività della «società del rischio» [3] e del principio di sicurezza [4] fin dentro la soggettività. Il lavoratore e la lavoratrice odierni forgiano il proprio desiderio e il loro sé con i criteri di intelligibilità del mercato prestazionale, andando a direzione le azioni e le pulsioni libidiche su oggetti e mete che limitano il loro campo del possibile – e favoriscono la perpetrazione dei sistemi di potere. 

Certo, come per ogni paradigma, non possiamo parlare di sostituzione ma di simultaneità: la società della prestazione convive, con un peso specifico preponderante, con la società disciplinare e con la società del controllo, per le quali la normazione dei soggetti passa per la sanzione diretta o la presenza virtuale dello sguardo monitorante.

Lontano dagli occhi del padrone della fabbrica, dal supervisore dell’azienda o dal tempo dettato dall’algoritmo di una piattaforma di sharing-economy, non abbiamo bisogno di nessuno che ci comandi. Possiamo sfruttarci benissimo da soli/e.

«Lo facciamo assieme. Ma né per te, né per me: per i nostri capitali»

Il soggetto e il suo desiderio sono il campo di contesa della società della prestazione. Sarà allora da un’attenta vivisezione della composizione tecnica del lavoro che dovremo ripartire per comprendere gli effetti e i dispositivi della prestazione. Scongiurando qualsiasi generalizzazione del lavoro della conoscenza troppo spesso avanzata dai teorici del post-fordismo, nel libro viene proposto un quadro analitico che differenzia il lavoro frantumato del contemporaneo. Il lavoro della conoscenza viene infatti striato lungo i lati di un triangolo la cui area è definita dalla prestazione [5]

Tuttavia, ciascun angolo ne incorpora gli effetti in maniera diversa e li accompagna con metodi di organizzazione del lavoro particolari. Il cognitario che gestisce i social media, il/la funzionario/a degli uffici pubblici e l’addetto agli ordini della logistica svolgono un ruolo più esecutivo che creativo; il/la designer, l’architetto/a, l’avvocato/essa, ecc. dovranno invece investire sul proprio capitale simbolico facendo leva sulla passione e sull’innovazione delle proprie conoscenze; il ricercatore/trice o l’artista assoceranno la passione soggettiva all’incertezza e alla sudditanza della promessa e della retribuzione non monetaria. Tutte e tre le forme sembrano mettere in discussione fortemente la teoria che presuppone un’autonomia della forza-lavoro dall’organizzazione del capitale per tramite della cooperazione “tra pari”: il controllo neo-fordista e neo-taylorista della “catena di montaggio” cognitiva, la compressione dei diritti e il disciplinamento delle condotte non allineate con la gestione della produzione, il free-riding all’interno dei contesti di cooperazione fanno pensare ad un legame sociale non fondato sulla cooperazione nel senso di scambio reciproco, messa in comune del valore e delle produzioni. 

Tanto più se volgiamo la mente al principio di prestazione e all’impresa di sé. Come mostrano Chicchi e Simone, il contatto tra il sé e l’alterità si dà nella forma di «relazioni senza rapporto e di rapporti senza relazione» [6], ovverosia nella separazione più totale tra desiderio e godimento. L’atro/a viene considerato/a entro la propria soggettività attraverso le lenti del consumo, dell’oggettivizzazione: è semplicemente un mezzo per raggiungere lo scopo dell’implementazione costante del sé da vendere, dell’esposizione delle capacità personali da far competere con quelle altrui e da far valutare in base ai parametri del mercato e degli esperti (non è questa la logica che sottendono i talent show?). La visibilità e l’esposizione estrema del proprio Io di contro ad un Noi porta a stabilire legami se da questi si può trarre giovamento in termini iper-egoici. Di qui una sorta di godimento vorace che nullifica l’altro da sé – il mondo e gli altri soggetti – e che non arriva mai a trasformare l’Io a seguito dell’incontro. 

Parimenti, l’Io corre sempre il rischio di essere mortificato perché il dogma dell’autovalorizzazione può diventare un eccesso di desiderio che rende servi di un altro individuo, costringendo il soggetto a performare e agire seguendo norme e standard non decisi autonomamente. Alla luce di tutto ciò, quale spinta o desiderio di cooperazione può generarsi nel lavoro vivo? La cooperazione non rischia di sovrapporsi alla competizione o all’asservimento? I manuali manageriali e le deontologie professionali che recitano la nuova filosofia del co-working e del team work sembrano parlare più di diktat del cooperare adempiendo a queste modalità – sempre ai fini della valorizzazione capitalistica - che non di costruire, creare e generare in comune.

L’autonomia organizzativa lasciata dal capitale nella sua fase espansiva agli albori del post-fordismo sembra essere fortemente incrinata. Da una parte, perché il lavoro autonomo è sempre più vessato, così come l’eccedenza cognitiva sembra essere stata prosciugata a causa della tecnicizzazione del sapere e del controllo neo-taylorista. Dall’altra, perché la cooperazione prende esattamente le forme previste dal nuovo paradigma del neoliberalismo: il minimo comune determinatore è la prestazione. Essa è tecnica del e su di sé che soggettiva un individuo già predisposto ad attuare per il godimento vorace o per il desiderio asservito in un tempo precedente l’estrazione di valore del capitale secondo rendita [7]. La cooperazione è frutto di questa nuova antropologia che permette una messa a valore dei desideri in un tempo e in luogo che precedono l’attività lavorativa contrattualizzata. Il salario non assume più le connotazioni dello sfruttamento contenendo al suo interno anche il plus-lavoro non retribuito inerente la vita. Ben prima del salario e attorno ad esso, una miriade di pratiche del sé vengono valorizzate grazie alla veicolazione del desiderio. Il soggetto vorrà infatti conformarsi al desiderio della prestazione perché così otterrà riconoscimento e identità, capitale simbolico e economico.  

Non per niente, alcune correnti del femminismo e della teoria queer ci hanno da tempo messo in guardia sullo sfruttamento implicato dal diversity management e dalla brandizzazione delle identità a fini commerciali (che genera a sua volta stereotipi).  È la convergenza ultima tra interesse singolare e collettivo, l’interiorizzazione della legge del valore che, di fatto, inibisce maggiormente un desiderio di cooperazione anticapitalista: perché dovremmo ribellarci allo sfruttamento se ciò comporta benefici anche per noi? Il sogno del liberalismo moderno – quello che si chiedeva come generare interesse nei confronti del governo tra le classi inferiori e lavoratrici - è finalmente stato esaudito nel fantastico mondo della prestazione.

Il neoliberalismo totalizza le vite dei lavoratori e delle lavoratrici, li mette uno accanto all’altra e li fa cooperare perché ha bisogno della generalità delle loro competenze – né più né meno di quanto aveva bisogno di fare il capitalismo fin dalle sue origini.

«Lavoro, dunque sono»

Una delle principali ripercussioni della messa a valore della soggettività secondo la norma prestazionale è l’assunzione del lavoro a dimensione ontologica. L’essere stesso del soggetto trova le sue condizioni nel lavoro della prestazione su di sé e per gli altri: dal successo dell’attività lavorativa dipendono il riconoscimento sociale e personale, la dignità di ciascuno/a come cittadino/a. Il diffondersi delle psicopatologie e delle sofferenze riguardanti la personalità sono una diretta degenerazione, quanto mai prevedibile, dello scompenso che si crea tra l’effettività della prestazione reale e il raggiungimento delle misurazioni ideali. Ansia, angoscia, paranoia, depressioni, perdita di autostima ed esaurimenti sono all’ordine del giorno per chiunque non riesca ad essere all’altezza del parametro, a non incorporare la tecnica giusta su di sé o a non compiere ciò che viene richiesto. In questo senso, l’assenza di riconoscimento frustra l’Io e lo avvilisce, sgretolando ulteriormente le possibilità di legame sociale e aprendo nuovi spazi per l’individualismo. 

Ma in questa sede non stiamo parlando soltanto della dimensione psichica: la solitudine e la marginalizzazione si danno anche sul piano sociale e politico, con la conseguente perdita dei diritti sociali e degli istituti del welfare a seguito della prestazione andata a vuoto. L’insorgere della meritocrazia e dell’erogazione privata dei diritti, unitamente al crollo delle tutele e garanzie lavorative, consegnano un preoccupante quadro per quanto riguarda la cittadinanza (soprattutto nei Paesi a capitalismo avanzato come gli Stati Uniti e il Nord Europa). Il cittadino e la cittadina non sono in partenza titolari di diritti sociali, devono meritarseli a seguito della giusta prestazione che fa corrispondere loro il capitale economico per poterseli permettere. In un certo senso, assistiamo al compimento di quanto inserito già da decenni nelle Carte costituzionali di moltissimi Paesi del cosiddetto Occidente: il vincolo inestricabile tra lavoro e cittadinanza per il quale si può avere accesso alle garanzie e benefici di una comunità politica se inquadrati come lavoratori effettivi o potenziali. Sebbene anche durante il fordismo i diritti fossero legati al lavoro, le lotte e le conquiste sociali avevano ottenuto diversi tempi e spazi di liberazione dal lavoro e di fruizione dei diritti, come accennato sopra quando abbiamo parlato del contratto.

 Adesso, la distruzione del welfare e la sua dipendenza dal capitale economico e della prestazione non può che produrre la seguente equazione: «lavoro, dunque sono cittadino»; una sorta di inversione del precedente sillogismo fordista, non privo di problematicità, che sosteneva: «sono cittadino, dunque lavoro». Il tempo di lavoro invade lo spazio di cittadinanza colonizzandone le opportunità di partecipazione diretta alla politica e le zone di felicità liberate dal lavoro.

Per una performance del comune?

Abbiamo evitato di indicare con la parola “performance” il principio di prestazione, cercando di seguire l’accortezza di Chicchi e Simone esposta nella loro introduzione. Con la consapevolezza di aver mostrato una parzialità del libro, abbiamo provato a rendere in sintesi ciò che descrive la condizione psichica, sociale e politica dal punto di vista della nuova composizione del lavoro. La performance su di sé a cui porta una certa lettura del libro è riconducibile, quindi, a quella proficua presa di distanza dal proprio vissuto atta alla comprensione dei caratteri più intimi dei fenomeni di sfruttamento e di autosfruttamento che ci investono. Riconoscersi nei meccanismi e dispositivi qui presentati è preliminare all’interruzione del ritmo della prestazione, del suo tempo illimitato e della sua misurazione mai satura. 

Una performance su di sé e sugli altri si dota di un’altra temporalità (per dirla con Judith Butler [8]), di obiettivi stabiliti dal nesso tra godimento e desiderio, di una logica del limite che va a costituire un soggetto differente da quello indotto dalla prestazione. L’autore e l’autrice propongono tre vie di fuga, una volta giunti a questa consapevolezza: la misura, il desiderio e l’arte; tutte e tre sono un campo di battaglia attraversato dal continuo tentativo del capitale di colonizzarle. Se indubbiamente possono essere identificati come sentieri di liberazioni, ci sorge altresì una domanda: come è possibile assumerli su di sé e farne dei percorsi collettivi di emancipazione? Come rifuggire la tentazione, dettata forse dall’istinto di sopravvivenza, di trovare scappatoie dal principio di prestazione tramite performance individuali? Come organizzare delle performance conflittuali che arrivino a costruire un comune tra soggettività caratterizzato da legami forti, mutui, reciproci e disposti alla condivisione senza sfruttamento e gerarchie? Una domanda, tanto complicata quanto imprescindibile, che resta aperta e di cui nessuno/a ha soluzione immediata. Sicuramente, seguendo l’insegnamento di Chicchi e Simone, sappiamo che le soggettività connesse tra loro ottengono – ancor più di prima – un posto privilegiato per le esperienze di libertà. E che, al di là dell’essenziale rivendicazione di diritti e democrazia radicale, senza un lavoro sul sé (proprio e degli altri) non si darà la tanto agognata «trasformazione dello stato di cose esistente» [9].

Note di riferimento:

[1] M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-79), Feltrinelli, Milano, 2005;

[2] P. Dardot – C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma, 2013;

[3] U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda Modernità, Carrocci, Roma, 1999 e Id., La società globale del rischio, Asterios, Trieste, 2001;

[4] M. Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978), Feltrinelli, Milano, 2005;

[5] F. Chicchi – A. Simone, La società della prestazione, Ediesse, Roma, 2017, p. 93;

[6] Ivi, p. 164;

[7] F. Chicchi – E. Leonardi – Lucarelli S., Logiche dello sfruttamento. Oltre la dissoluzione del rapporto salariale, Ombre Corte, Verona, 2016;

[8] J. Butler, Gender Trouble. Feminism and the Subversion of Identity, Routledge, New York, 1990;

[9] K. Marx – F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1972.

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