
Intermittenza e precarietà
Il nostro impegno oggi e qui é di farvi "vedere" quello che diciamo. Uno degli impegni che dovrebbe assumersi la politica al presente é di rendere visibile quello che é invisibile. Ed é perciò che siamo venuti a Cannes. Ed é perciò che abbiamo bisogno del cinema. Quando abbiamo incontrato J.L. Godard, ci siamo messi a parlare della serie di films "Sei volte due", serie che non é mai più stata "mostrata". Qualcuno ci aveva parlato di "sei volte due", qualcuno dunque ci aveva fatto vedere questi films; ed é per questo che a nostra volta noi abbiamo potuto parlare di qualcosa che non abbiamo mai visto. Ed é da questo punto che vogliamo partire per spiegarvi la nostra situazione. Da undici mesi ci scontriamo, con tutta la pazienza e la determinazione di cui disponiamo, contro dei muri. Questi muri si chiamano MEDEF (movimento delle imprese di Francia), CFDT (confederazione francese del lavoro), l’industria culturale, il mercato del lavoro, lo stato. A partir da giugno 2003 abbiamo sempre parlato di intermittenti e precari, e non di artisti e tecnici. Perché ? Perché le nostre pratiche (e abbiamo avuto il tempo di rifletterci) non possono essere ridotte a queste definizioni settoriali, che a volte diventano addirittura antagoniste.
Siamo una coordinazione. Non diciamo che l’arte, la tecnica, la storia e le storie, non sono necessari per costruire un’opera. Noi siamo dei precari. E allora che cosa é un precario, o meglio ancora come si definisce "essere precario" ? A partire da quali modalità di lavoro e/o limitazione/definizione si diventa precari ? Essere precari vuol dire fare del tele-lavoro di giorno e ripetere la sera uno spettacolo importante. Essere precario vuol dire avere 33 anni e essere post-dottorando, lavorare cinquanta ore alla settimana "al nero" per la "lega contro il cancro". Essere precario vuol dire essere giornalista "pigista", senza sussidio di disoccupazione, lavorare per la stampa "people" o "femminile", o per dei settimanali televisivi. Essere precario vuol dire essere disoccupato e interpretare se stesso in un documentario, senza retribuzione. Essere precario vuol dire essere candidato-operaio da Toyota à Valenciennes, e dover passare un casting sulla "motivazione". Vuol dire non avere documenti e lavorare "al nero" per Bouygues (proprietario di TF1), o pulire gratuitamente le spiagge inquinate dal petroliere "Erika".
Vuol dire fare le inquadrature di un film porno, aspettando un vero film e un vero progetto.
Vuol dire stare allo sportello delle Ferrovie 7 ore al giorno con una pausa di tre ore giusto in mezzo (si chiama annualizzazione dell’orario di lavoro).
Vuol dire essere studente à Mac Donald.
Vuol dire essere attore e essere pagato 600 euros al mese dal e per il festival "in" d’Avignon.
Vuol dire essere postino (trasporto di notizie) con contratto a Bellac (haute vienne).
Vuol dire essere stagionale e dover fare uno stage per scrivere un C.V.
Vuol dire essere cineasta senza anticipo su incasso, nonostante l’evidenza del progetto e quello che si sta facendo.
Vuol dire essere operaio palestinese o cinese e dover costruire il muro della separazione in Israele.
Vuol dire avere un CDD (contratto di lavoro a tempo determinato) al Carlton o al festival di Cannes stesso.
Vuol dire essere fuori competizione e vittime della concorrenza (ghestapo dello spirito).
É chiamarsi Zinelli e fare un’opera sempre nell’ombra in Italia, in un ospedale psichiatrico. La precarietà é una politica per isolare, una volontà di separare e controllare. Ed é per questo che, se il cinema resta ancora un altro paese, la precarietà é un continente. Il tempo del lavoro precario é la discontinuità. L’intermittenza é la discontinuità. Gli intermittenti fanno dei lavori precari e i precari dei lavori intermittenti. E in questa situazione cosa vuol dire discontinuità?
Cos’é la discontinuità nel lavoro? É semplicemente avere molti padroni. Essere il proprio padrone. Alternare periodi di lavoro e periodi di disoccupazione. É anche una forma di schiavitù : é dover aspettare una chiamata telefonica, essere sottomessi alla cooptazione, buttati fuori su due piedi, essere disposti a spostamenti costanti, essere sempre disponibili e a tutto.
Significa dover entrare nei desideri dell’altro per poter meritare il proprio ruolo. É servire e alimentare l’industria culturale. É anche sapere dove si é quando si fanno scelte difficili et che ci chiedono molto dal punto di vista politico. É volersi tenere fuori calendario ; é mantenere altre promesse. L’intermittenza é anche la sicurezza di un salario garantito in cambio di un lavoro dichiarato, é garantire un reddito a partire da questa discontinuità del alvoro.
Precarietà e cinema
Per questo siamo a Cannes dove i films migliori sono quelli che non si vedono
Siamo in lotta, da 11 mesi, e quello che difendiamo lo difendiamo per tutti. Siamo una coordinazione di intermittenti e di precari.
Non abbiamo mai sentito parlare così tanto di "eccezione culturale", nello stesso tempo, metodicamente, viene organizzata una vera e propria demolizione dei diritti sociali. Cos’è questa simmetria? Un progetto in sintonia con le esigenze di una nuova Europa che si basa su principi di superiorità e merito? Si tratta di un neo-corporativismo finalizzato all’acquisizione di statuti professionali? Si tratta dell’annnientamento programmato di pratiche esclusive ed elitarie? Si tratta di installare dei centri europei per i reality-show?
Là, in quella città-impresa si riuniranno i capi dell’industria culturale e le loro rampe di lancio (produttori, ministri, giornalisti, televisioni, star...); Bouygues, Murdoch, Vivendi, Time-Warner, Lagardère, nomi diventati comuni, saliranno la scalinata santificata del box-office, mentre noi scenderemo, come tanti altri, verso la precarietà. Spinti verso l’uscita. Questi predatori e i loro ministri parlano di diversità culturale, di diritti d’autore, di difesa della creazione culturale. Noi non li crediamo. Abbiamo l’impressione che dietro questi discorsi esista un programma di appropriazione e di sfruttamento della nostra capacità di cooperazione e di invenzione. Un programma che vuole metterci al lavoro forzato.
Ma ci sono registi, autori e tecnici che lavorano e affrontano tutto questo. Autori cinematografici senza lavoro, tecnici al lavoro. Amiamo il cinema. Noi andiamo a Cannes per dire anche questo. Noi sappiamo che il proletariato, la miseria, la precarietà - da Stroheim a Flaherty, passando per Chaplin, Renoir, Barnet, Ford, Grémillon, Vigo, Rossellini, Bresson, Mizoguchi, il valoroso gruppo Medvedkin, fino alla Promessa dei fratelli Dardenne, irrigano l’industria del cinema e la sua storia.
Ne siamo onorati, ma questo non ci basta. Queste opere hanno costruito, passo dopo passo, questo paese, questo arcipelago che produce tanta ricchezza e tanta inerzia. Ora, stiamo per essere totalmente esclusi mentre siamo noi, i soggetti e l’accompagnamento sonoro, la nostra musica. Non siamo d’accordo. I film non sono: entrate e uscite. Altrimenti, tanto vale non farli, vederli, ascoltarli, non vale neanche la pena di pensarli.
Lo sapevate che uno dei progetti di re-integrazione al lavoro in Belgio, si chiama "Rosetta", che la vedova di Schindler vive precariamente in America latina, che gli attori di "Essere e Avere" sono stati pagati con un viaggio a EuroDisney, che le immagini della presa del Palazzo d’Inverno sono quelle di un film, sapevate quanto sono stati pagati i minatori, comparse di Germinal? Una miseria. Miseria per interpretare il peggio. Sapete quanto si incassa con il commercio di lacrime, dolore e indignazione? Una fortuna.
Noi ricordiamo: che Garrel è stato l’unico, Naissance de l’amour, a filmare i morti iracheni carbonizzati della Prima Nuova Guerra Mondiale, che Straub e Huillet raccontano ancora contadini e operai, che Godard e Miéville ci parlano, qui e altrove e di Hannah Arendt, che Kiarostami a ritrovato da poco tempo la casa del suo amico, che Kleifi e Sivan si sono messi in cammino, che Prin e Habchi fanno film come i lavoratori algerini del Nord coltivano l’orto, quando non c’è abbastanza acqua; ricordiamo nessuno ha permesso che Chaplin realizzasse la storia di un superstite dei campi nazisti, colpito da amnesia non sapeva far altro che urlare.
Noi vogliamo ricordare che quando una televisione chiama uno spettacolo la Fattoria Celebrità, significa in realtà: Stai zitto contadino e crepa!
Non abbiamo pre-intenzioni ma un sacco di proposte. Sappiamo che la precarietà vuol dire lotta per ottenere dei nuovi diritti sociali collettivi. Sappiamo che nella lingua Urdu non esistono parole per dire "ieri" e "domani" perché sono affari divini e che, invece, ne esistono tante per dire "adesso" perché sono affari umani.
Quella è l’uscita. No, siamo appena entrati, di forza. C’è lo scantinato, noi arriviamo al pianterreno, ecco c’è più luce, stiamo prendendo in considerazione di far solletico al cielo, per farlo ridere. FORME DI LOTTA E PROPOSTE Noi parliamo d’occupazione e resistenza. Diciamo : blocco della società impresa; parliamo della riappropriazione dello spazio culturale, della condivisione dei saperi e delle pratiche (dove si costruisce un avvenire, un dopo-sciopero). E di un nuovo modello d’indennizzo dei salariati intermittenti : mutualizzazione, solidarietà interprofessionale, giusta ripartizione dei sussidi, elasticità, continuità del diritto e discontinuità del lavoro. La disoccupazione non é più un incidente sul percorso del lavoro, le cotizzazioni non bastano più per affrontere il cumulo della discontinuità. Bisogna rivedere il finanziamento globale dell’UNEDIC e ci stiamo riflettendo e lavorando. Chiediamo l’accesso ai dati dell’UNEDIC e un "audit" reale e indipendente. Dobbiamo uscire dall’opacità. Le affermazioni del Ministro non modificano il fondo della riforma del sussidio di disoccupazione degli intermittenti, come é applicato dal 1 gennaio 2004 : si tratta di un progressivo slittamento da un sistema mutualista a un sistema di controllo con dispositivi d’epurazione e individualizzazione. Noi riaffermiamo : una riforma di tutto il sistema del sussidio di disoccupazione deve essere fatta con l’insieme degli interessati. Una nuova convenzione UNEDIC deve essere adottata prima del 1 luglio e le urgenze democratiche che essa implica devono essere tenute presenti : l’accesso ai dati finanziari e sociali, che questo istituto detiene, la realizzazione di un audit indipendente sul suo funzionamento e il suo ruolo, l’apertura di una trattativa con tutti gli interessati. Abbiamo delle proposte coerenti per un nuovo regime di indennizzo dei salariati intermittenti, preparate sulla base della nostra esperienza di lavoro: vogliamo che se ne tenga conto.
Abrogazione del protocollo UNEDIC, valutazione, negoziazione.
Non ci fermeremo
Coordinazione degli Intermittenti e Precari IDF (Ile-de-France)
commissione sotto la sabbia