Palestina: l’arcobaleno che brucia la vita, la terra, le case…

Stop occupation Stop apartheid

Lunedì 24 maggio 2004

L’unico colore della cosiddetta "Operazione Arcobaleno" che l’esercito israeliano ha avviato da Rafah al sud della Striscia di Gaza è il rosso del sangue delle vittime civili palestinesi (oltre 60 dal 19 maggio).

Utilizzare la figura dell’arcobaleno per descrivere la campagna che l’IDF (esercito israeliano) sta portando avanti in Palestina è qualcosa di più che cattivo gusto. E’ sadico e si inserisce nell’ambito della guerra globale e dei suoi più crudi risvolti di morte e tortura che insanguinano il pianeta, dall’Irak alla Cecenia, dall’Afghanistan alla Palestina stessa.
Iniziata per avere il controllo dei confini tra la Striscia di Gaza e l’Egitto l’operazione arcobaleno si è allargata a tutti i territori palestinesi occupati, da Rafah a Nablus, da Gaza City a Jenin.

La rabbia e il dolore per il massacro di Rafah, la punizione collettiva attraverso l’incursione dell’esercito israeliano nel campo profughi e nei quartieri più a est per la demolizione delle case, l’attacco incrociato sulla folla durante una manifestazione spontanea, hanno provocato orrore e sdegno in tutto il mondo.

Dall’inizio della nuova Intifada ad oggi circa 3.100 Palestinesi e 700 Israeliani sono morti; più di 7.000 sono i prigionieri palestinesi di cui circa 300 minorenni; oramai impossibile stabilire il numero delle abitazioni palestinesi rase al suolo (e, conseguentemente, i profughi); oltre il 60% della popolazione palestinese è senza un lavoro e continua l’espropriazione delle terre coltivabili...

Alle quotidiane violazioni dei diritti umani di cui il governo Sharon è responsabile, con l’appoggio degli Stati Uniti, dal 2002 si è aggiunto un nuovo incubo: il muro dell’apartheid.
Lungo 750 kilometri, alto 8 metri, una volta terminato, il muro è il simbolo dell’arroganza di un governo che non conosce ostacoli mentre spiana la strada per la creazione di un vero e proprio stato di apartheid. La costruzione del muro (www.stopthewall.org) da parte di Israele, oltre a restringere lo spazio territoriale palestinese, priva milioni di persone di ogni possibilità di accesso alle risorse naturali, a partire dall’acqua.

Contro la costruzione del muro gli abitanti dei villaggi da mesi si stanno mobilitando sostenuti dall’appoggio di una campagna e dalla presenza nei territori di osservatori internazionali a sostegno e a protezione della popolazione civile palestinese.

La strategia di chiusura dei territori si nasconde dietro il bisogno di sicurezza, ma e’ in realtà un atto di punizione collettiva attraverso cui Israele sta tentando di distruggere il tessuto socio-economico palestinese.
Aumentano gli insediamenti dei coloni, i checkpoint, le confische di terre, le demolizioni di case, gli arresti, le vittime tra i civili, le esecuzioni mirate, le incursioni dell’esercito.
Un’intera popolazione è cinta d’assedio, massacrata, esasperata sotto gli sguardi increduli e le proteste della moltitudine globale e nel silenzio più assoluto della "comunità internazionale", ovvero i governi dei paesi occidentali, colpevoli quanto il terrorismo del governo israeliano dell’eccidio dei Palestinesi.
Nonostante segnali incoraggianti che provengono dalla società israeliana nulla sembra potere fermare la furia del suo governo e delle sue istituzioni. La recente richiesta di condanna all’ergastolo per Marwan Barghuti, leader indiscusso della nuova Intifada, si è immediatamente trasformata in una terribile messa in scena rivolta a delegittimare tutta la leadership palestinese (laica o religiosa che sia) attraverso l’attribuzione indistinta della veste del terrorismo nei confronti di chi si oppone all’occupazione con tutti i mezzi che ha a disposizione. Il binomio Guerra/Terrorismo si fa apparire indissolubile e senza via di uscita, in un linguaggio ristretto nei suoi bui orizzonti.
Nessuno pare accorgersi che questo binomio linguistico (e le stragi che vi sono dietro) è messo in crisi da una reale “terza via”, spiazzante per le oligarchie di qualsiasi colore politico, ma agita dai movimenti: l’esercizio del legittimo diritto di resistenza.
Il dispositivo di potere imposto dalle nuove guerre dell’Impero pare credere alle favole e immagina che eliminando Arafat, Barghouti, Yassin e chissà chi altro avrà gioco facile. Il problema vero, però, sono le moltitudini che, con gli strumenti che hanno a disposizione, si ribellano al dominio ed al futuro più tetro.
Nei confronti di chi, da ogni parte provenga, vuole fare vivere le folli teorie di uno scontro tra civiltà per legittimare la costruzione di un nemico che non è militare ma sociale, non possiamo che rilanciare le iniziative di diplomazia dal basso, quella solidarietà che concretamente rafforza la conoscenza e la fiducia reciproca.
Perché un altro arcobaleno esiste già, è quello che unisce le vite dei molti che abitano il pianeta Terra e che si battano per la libertà, la dignità, la giustizia sociale.

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-  Agosto 2004: presenz/attiva in Palestina dell’Ass.ne Ya Basta
-  La distruzione di Rafah continua. Comunicato del Servizio Civile Internazionale
-  Appello urgente dei cooperanti italiani in Palestina
-  Dati sulle "operazioni" dello stato di Israele nella settimana dal 13 al 19 maggio 2004
-  Report dalla Palestina di Uz
-  Report dalla Palestina di Francesca Marretta
-  Fotografie by Brioga

Aggiornamenti e news su:
-  Palestine Monitor
-  The Alternative Information Center
-  Report from Rafah
-  http://www.almubadara.org [arab]
-  IndyPalestina
-  IndyIsraele

Vedi anche:
-  Ass.ne Ya Basta
-  ISM -International Solidarity Movement
-  Servizio Civile Internazionale