Un’altra scuola esiste: contributo di un insegnante rebelde

Mercoledì 25 luglio 2007
Nelle comunità zapatiste gli alunni apprendono, ma sono in grado di insegnare. Ed i maestri educano, eppure hanno ancora la capacità di imparare. Non c’è professore che salga in cattedra, senza aver prima guardato negli occhi i propri allievi.
A Morelia, in una dolce danza di calde colline che trasudano umidità vitale, i bambini sbucano da tutte le parti. Affiorano dalle tasche delle mamme, scivolano in mezzo alle tiendas, ondeggiano, trasportati nel marsupio di fratellini e sorelline che fanno presto a diventare adulti. Sono folletti dagli occhi a mandorla; le pupille color brace, la pelle d’ambra scura, le mani come legno bruno. Ma non c’è Pinocchio tra le montagne del Chiapas. Niente capricci, coccole ossessive e nessuna fata. Non ci sono grilli parlanti. Cioé, nella terra di Don Durito veramente gli scarafaggi parlano...ma questo avviene soltanto nei racconti del Sup Marcos. In giro non si vedono gendarmi intenti ad inseguire i bimbi per costringerli a tornare tra i banchi di scuola. Le divise ci sono, ma hanno il colore marrone degli insurgentes: ragazze e ragazzi orgogliosi di servire e difendere la propria comunità. Non è prevista alcuna forma di castigo per chi evade le lezioni della escuela zapatista. Semplicemente, è l’unica reale prospettiva di istruzione. Ecco perché qualsiasi dispersione scolastica perderebbe di senso. Se non altro, per un fatto di statura, da sempre i bambini stanno in basso. Questa scuola è naturalmente alla loro altezza. Quindi, ci vanno volentieri. Nell’auditorium del caracol Morelia, lo spiega bene un promotore di cultura, rigorosamente in passamontagna, in una partecipatissima tavola rotonda che ha per tema il sistema educativo autonomo. Ascoltando questa relazione, il nostro Don Milani avrebbe toccato il paradiso: qui le teste degli adolescenti non sono "secchi da riempire", bensì "fuochi da accendere".
Nei territori liberati, dove spazio e tempo hanno un’altra dimensione, il sistema educativo è organizzato affinché gli studenti siano "continuatori di un cammino". Per noialtri è inevitabile il paragone con le scuole italiane dell’era Berlinguer-Moratti-Fioroni, dove purtroppo gli alunni e le alunne sono ridotti a marciapiedi da percorrere.
Da una manciata d’anni, gli zapatisti hanno escogitato il funzionamento di un’organizzazione fondata su un ciclo primario ed uno secondario. In classe si sta da gennaio a novembre, ad intermittenza. Trenta giorni sui libri e quindici di riposo, in modo che i promotori di cultura, non retribuiti, possano tornare a lavorare per vivere, mentre gli allievi hanno il tempo di condividere, con il resto della comunità, ciò che imparano. Periodicamente, gli insegnanti delle scuole attive nei differenti territori, si confrontano per valutare i risultati ottenuti,nonché la programmazione da effettuare. Spesso sono le famiglie dei ragazzi a garantire, spontaneamente, i mezzi di sussistenza dei promotori di cultura. Ma non è né regalia, né clientela. Semplicemente gratitudine, incanalata nei pochissimi mezzi a disposizione: mais, riso, uova.
A differenza degli istituti gestiti dal malgoverno, dove la didattica si incancrenisce su modelli neoliberisti, e mira a sradicare le culture indigene, l’impostazione didattica rebelde punta al recupero della "vera" storia. Le prime lingue insegnate sono i differenti idiomi maya: lo Tzotzil ad Oventic; a Morelia lo Tzeltal. Poi, il Castigliano. La storia non è quella che compie l’apologia dei conquistadores, bensì recupera il sapere antico degli antenati di questi popoli. In programma, tutte le discipline di studio: scrittura, matematica, scienza, salute, politica, arte e tecnica. La sostanza dell’apprendimento inquadra le lezioni nella direzione di uno spirito collettivo, guardando il bambino e la bambina come parti della natura. Il metodo non si rifugia mai nella paura come strumento per imporre l’innalzamento della soglia di attenzione, "perché i promotori zapatisti di cultura non raccontano balle come la storiella di babbo Natale o della cicogna". L’insegnamento non è mai finalizzato alla produzione di inutili attestati e scartoffie.
Tutta la conoscenza trasmette i principi di autonomia e responsabilizzazione degli allievi e delle allieve. L’educazione al rispetto delle regole non è bieco trasferimento mnemonico di aride norme. Quaggiù, esperti di didattica, insegnanti e famiglie sono d’accordo sul fatto che a volte "le regole servono soltanto per quelli che non sanno regolarsi".