
Non c’è scritto nel Codice Penale che cos’è un Centro Sociale.
Non troverete mai – tra gli articoli che lo compongono – i motivi che ci hanno spinto a costruire uno spazio di libertà; non c’è lì dentro – tra quelle pagine consumate – la nostra passione, la nostra gioia, i nostri desideri.
Quel libro che ci accusa non racconta la storia di un’incredibile avventura che da un anno a questa parte cresce nel corpo della città, diventando parte di essa, trasformandola e facendola diventare più bella.
Non sono riportati – tra quegli articoli – i discorsi e i progetti che si compongono in un Centro sociale, nemmeno una riga parla dei nostri sforzi, del nostro impegno, delle soddisfazioni e delle delusioni che accompagnano la vita comunitaria che costituisce il cuore del Bruno.
Il Vostro Codice Penale non ci contempla, perchè è capace solo di ridurci all’illegalità che ci è contestata.
Ma un Centro Sociale è molto di più.
Molto di più del reato che si compie occupando uno spazio.
Molto di più della banalità giuridica che rozzamente divide il lecito dall’illecito.
Il 10 di ottobre del 2006 non è per noi la data in cui sono stati commessi i reati che ci portano oggi in quest’Aula.
Quel giorno è nata un’esperienza collettiva che non ha nulla a che fare con un tribunale.
Un centro sociale si esprime con codici diversi, con grammatiche che incrociano la vita alla politica.
E un Centro sociale non ha bisogno della legittimazione autorevole di un governo o di una amministrazione, della benedizione di un sindaco o del placet di un tribunale: trova la sua legittimazione nel progetto che porta con sè, nelle risposte che dà, nella libertà che vive e nell’alternativa che sperimenta.
Il nostro Centro sociale, in particolare, è stato legittimato da una manifestazione di 2500 persone, dalla festa e dalla determinazione che il 21 aprile scorso hanno riempito la città in difesa di un’esperienza che resiste ormai da un anno.
Si legittima ogni volta che ad occupare quegli spazi è l’espressione della musica, del dibattito, della critica sociale; ogni volta che l’invasione di edificio altrui è compiuta dai corpi di coloro che desiderano altro rispetto a quello che trovano di già fatto, di propinato, di confezionato.
Un Centro sociale si legittima ogni volta che qualcuno esprime il desiderio di partecipare alla costruzione di un futuro collettivo, comune, autonomo.
L’ex Zuffo è stato sgomberato e subito dopo abbiamo occupato l’ex Ostello Mayer.
Se saremo sgomberati cercheremo casa altrove.
E ritorneremo qui, a ripetere le stesse cose, a dire ancora che la questione è politica, non giudiziaria.
A ricordare di nuovo che le ragioni di un Centro sociale sono politiche, non di ordine pubblico.
Ma già ci stiamo stufando di chiedere ad un sindaco di prendersi le proprie responsabilità, di non dire le bugie, di non avere paura, di non essere spocchioso e di non trattare con sufficienza ogni esperienza che non rientra nella cornice istituzionale.
Abbiamo sempre cercato di dialogare, credendo di poter convincere anche le istituzione della forza e della risorsa che può esprimere un Centro Sociale.
Abbiamo fatto tanti passi in avanti alla ricerca di una soluzione che salvaguardasse la nostra autonomia ma che garantisse una legittimità formale dello spazio che occupiamo.
Senza perdere un briciolo di dignità, senza abbassarci di un millimetro di fronte ad una politica che conosce solamente la circonferenza del proprio ombelico, abbiamo incontrato sindaco e assessori spiegando ogni volta le nostre esigenze, parlando ampiamente dei nostri desideri, dicendo loro in faccia tutto quello che pensiamo.
Ma abbiamo parlato a dei sordi che non hanno capito, a dei ciechi che non hanno visto, a dei muti che non hanno saputo rispondere.
Abbiamo persino riposto la fiducia nelle mani di un sindaco che sfacciatamente l’ha tradita.
Non siamo più disposti ad incontrare i simulacri della politica.
La politica è altrove: nelle valli che si oppongono alle devastazioni ambientali, nelle piazze frequentate dalla marginalità sociale, in un centro sociale che vive e in ogni moltitudine che si esprime.
Incontreremo la città e i suoi quartieri e difenderemo con ogni mezzo i nostri spazi di libertà e di politica.
Ora siamo in questo tribunale a doverci difendere, e per questo ringraziamo di cuore e con profonda stima i nostri avvocati, ma vorremmo essere altrove.
Se rimaniamo composti e attenti è per rivendicare fino in fondo ogni azione che ha permesso di costruire il nostro Centro sociale Bruno.
CSO BRUNO