Rinviato il processo per i fatti del 6 novembre 2004

Genova - Giovedì 31 gennaio 2008

Oggi avrebbero dovuto riprendere le udienze del processo per i fatti del 6 novembre 2004 a Roma. Il processo è stato però rinviato per il ritiro di uno dei componenti del collegio dell’accusa, la signora Fiordalisi, sorella del PM Domenico Fiordalisi, che accusa nel processo di Cosenza 13 persone di associazione sovversiva a vario titolo e di aver creato una più vasta associazione composta da migliaia di persone volta a sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito nello Stato.
Questa mattina abbiamo intervistato Francesco Raparelli di ESC.
Oltre al file audio vi proponiamo anche la trascrizione del suo intervento.
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Oggi riprendono le udienze sui fatti del 6 novembre 2004.
Fatti che hanno aperto un dibattito pubblico molto grande sulla questione della precarietà, hanno messo nell’agenda politica italiana, seppur poi questa tema non trova alcun elemento di soluzione altra, la questione precarietà e reddito.
Si trattò di una grandissima manifestazione delle reti sociali, dei sindacati di base, delle reti dei precari, che portò a Roma oltre 40.000 persone e che fu vissuta all’interno di due grandi momenti di azione diretta che furono due momenti di autoriduzione al Supermercato Panorama e alla libreria Feltrinelli, dove pubblicamente si rivendicò il diritto alla riduzione dei costi.
Fu un’azione pubblica, un’azione di denuncia del caro vita che parlava un po’ a tutti coloro che non arrivano a fine mese e che vivono in condizioni di lavoro di assoluta precarietà.
La risposta fu abbastanza immediata con la richiesta di misure cautelari da parte del PM per chi era stato riconosciuto come protagonista o organizzatore delle azioni con un richiesta di imputazione molto pesante, rapina pluriaggravata.
Come si può sostenere questo tipo di reato laddove si è determinata un’azione di massa, pubblica,a viso scoperto, praticata da centinaia di persone davanti alla stampa e alle TV.
Questa richiesta del PM fu inizialmente respinta dal GIP, poi contestata e partirono le misure cautelari che colpirono in molti nell’estate 2006.
Oggi riprendono le udienze che vedono fare in modo, almeno dal punto di vista della difesa, di smontare questa dimensione dell’accusa completamente smisurata rispetto ai fatti che parla di un intervento tutto politico della magistratura nei confronti di alcuni eventi di mobilitazione che ci sono stati nel paese e conferma il fatto che saltano completamente le misure attorno al problema del contenimento della libertà dei movimenti e della prassi conflittuale in questo paese.
Quanto sta avvenendo in questi mesi anche sul fronte di Genova e Cosenza parla esattamente di questo problema.
Saltano del tutto le misure, la magistratura agisce come terreno di blocco e di contenimento della sfera pubblica, della prassi pubblica dei movimenti sociali in questo paese e risponde esattamente al vuoto politico che c’è nel paese, secondo un codice che in Italia si adotta con estrema facilità.
Al vuoto di soluzioni politiche fa seguito un’iniziativa da parte della magistratura che punta a costruire dei limiti, a costruire dei blocchi, a definire delle battute d’arresto.
Questo fa del processo del 6 novembre un processo di estrema importanza e si inserisce nel quadro del ragionamento che stiamo facendo come movimenti sul terreno di un nuovo garantismo, di un nuovo garantismo sociale, di una nuova battaglia complessiva sul terreno dei diritti, che diventa decisiva per avviare una battaglia culturale e politica nel paese.
Laddove saltano completamente le misure e la magistratura agisce in piena autonomia definendo i confini laddove la politica non può risolvere, è necessario riconfigurare un terreno delle libertà, delle garanzie, dei diritti, in primo luogo dei diritti che sono interni alla possibilità stessa di esercitare libertà.

Genova ci ha dimostrato che il movimento non è fermo, c’è uno spazio pubblico ancora aperto.
Questo spazio va praticato e va praticato nel senso della difesa nei confronti dei processi.
Bisogna essere in tanti a Cosenza, così come siamo stati in tanti a Genova, perché non sono fatti privati ma appartengono a un pezzo di storia che parla non solo a chi c’era a Genova, ma parla a chi fa movimento oggi.
Questi processi vogliono costruire dei blocchi, dei limiti non tanto nei confronti di ciò che è accaduto ma quanto nei confronti di ciò che può accadere e accadrà.
E’ la possibilità stessa di essere in movimento che viene messa in questione o che viene appunto attaccata e aggredita da queste vicende processuali.
Non c’è risposta migliore che rivendicare per sé, il carattere pubblico, radicale, incisivo, di presenza di massa per rispondere a chi vorrebbe chiudere tutto in un’aula di Tribunale e risolvere la faccenda attraverso dei capri espiatori, delle pene specifiche che colpiscono alcuni.
Non c’è nessun organizzatore, siamo tutti organizzatori di questa esperienza di movimento che abbiamo vissuto, che viviamo e dunque su questo bisogna essere molto forti e chiari.

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