Spagna e Francia ai socialisti, nuova linfa per le sinistre europee?

Mercoledì 12 marzo 2008

Si parla molto, in questi giorni, della vittoria delle elezioni di Zapatero in Spagna e delle municipali in Francia, con Sarkozy che ne esce sconfitto, come una vento rivoluzionario della sinistra in queste due nazioni.
Insieme a Danilo Del Bello cerchiamo di commentare quello che sta accadendo con uno sguardo alle prossime elezioni italiane ed americane.

-  [ audio intervista ]

C’è molta confusione sul piano dell’analisi, su punti di vista che sono molto diversi tra di loro e questo sta ad indicare anche la crisi della sinistra, cosa per altro ammessa ieri in un’intervista da Fausto Bertinotti che si dice preoccupato della scomparsa della sinistra radicale, sia in Francia che in Spagna. Per questo motivo non si capisce l’esaltazione di Zapatero e dei socialisti francesi come se rappresentassero la nuova fiamma rivoluzionaria che si accende in Europa.
Molto più semplicemente in Spagna, senza retorica ed entusiasmi ideologici fuori luogo e fuori tempo, ha vinto una governance dignitosa della società civile. Zapatero ha attuato politiche importanti sul piano del riconoscimento di diritti che riguardano: l’aborto, l’eutanasia, il riconoscimento delle coppie di fatto, che indubbiamente sono oggi uno degli orizzonti strategici principali soprattutto in paesi con forte presenza cattolica e per questo gli va riconosciuto un certo coraggio.
Ma è da ricordare che su tante altre questioni tutto si può dire tranne che Zapatero sia un rivoluzionario. Sul problema degli immigrati, ad esempio, ha una posizione simile a quella della Bossi-Fini che noi qui critichiamo e vogliamo abolire. Sul problema del precariato la Spagna non ha fatto passi in avanti sul riconoscimento dei diritti come può essere quello di un reddito garantito e anche per quanto riguarda il rilancio economico sono previsti tonnellate e tonnellate di cemento e non c’è niente di rivoluzionario in questo, anzi ricorda lo sviluppo economico degli anni 60 in Italia.
Indubbiamente c’è una capacità dialettica, di governance, di flessibilità, di modularità dei rapporti di comando sicuramente maggiore che in altre parti ed è evidente, si respira una capacità di ascolto, un tentativo di smussare i conflitti e di comprendere bisogni ed esigenze sociali. Ma da questa buona governance sembra che l’esaltazione acritica di cui si appropriano tutte le sinistre che portano come esempio Zapatero, rappresenti un vuoto teorico, un vuoto di prospettive e anche la consapevolezza che la tradizione comunista e post-comunista, che dovrebbe essere l’ossatura della sinistra radicale in Europa, ormai è alla frutta.

Questa è la situazione spagnola, ma ancora più intricata sembra quella francese... altra cosa che ti chiediamo è se sei d’accordo con Valentino Parlato, giornalista del Manifesto, che invita la sinistra italiana a prendere esempio dai colleghi spagnoli e francesi per superare le reciproche gelosie e presentarsi agli italiani come forza unitaria?
In Francia rispetto alla Spagna la situazione, per tutta una serie di motivi, tra cui la caduta d’immagine di un presidente che è molto più presente sui rotocalchi di quanto sia decisivo nelle decisioni politiche, rispetto al suo stesso programma per il quale aveva ricevuto molti consensi, è ancora peggiore.
Sarkozy aveva raccolto molti consensi anche sul piano carismatico, infatti oggi i fenomeni di governance avvengono sempre più su questi piani, su quello della spettacolarità della politica, sul carisma personale. Ciò dimostra anche la fragilità di questo sistema di governo. La governance non è una forma statica di governo e di comando, è sempre sul crinale della possibilità che chi va al potere decada subito dopo perché c’è chi lo butta giù.
Questa è una caratteristica del dualismo che si ripete, chi va al potere viene criticato e spesso perde in consenso, un fenomeno di crisi strutturale permanente dei meccanismi di rappresentanza che si dialettizza poi nella forma del governo e dell’opposizione. Questa mi sembra una caratteristica della modernità dal punto di vista della governance.
Quindi la caduta di Sarkozy sicuramente è in parte determinata da questo meccanismo, ma anche da problemi sostanziali della società francese: sicuramente un peggioramento della condizione di vita degli operai e dei salariati in genere, l’aumento dei costi della vita, insomma tutti quei problemi che derivano dalla crisi economica; infatti ci sono stati molti scioperi da quando Sarkozy é salito al governo, anche su questioni importanti come la riproduzione della vita sociale.
Ma la cosa più interessante è che Sarkozy ha perso le elezioni municipali e quindi ora si prospetta un rapporto tra la politica nazionale e quella locale come un rapporto di contropotere. Le municipalità hanno dato il voto e la preferenza al partito opposto a quello di Sarkozy e ciò vuol dire che funziona questo elemento di non totale simmetria tra nazionale e locale. Su questa contraddizione si gioca molto dei futuri scenari politici, cioè è possibile a livello amministrativo mettere in atto meccanismi di contrasto rispetto a quello che é il governo nazionale.
Valutando complessivamente quello che abbiamo detto fino ad ora, non condivido assolutamente le conlusioni di Valentino Parlato. Va preso atto che sono scomparse le sinistre radicali, questo tipo di sinistra é condannato ad essere una cosa marginale e secondaria nei contesti nazionali.
Il problema è quello di fare le analisi prendendo in considerazione due punti di vista che non possono essere confusi tra di loro.
Uno è il punto di vista del comando globale del moderno capitalismo che mette in atto momenti di governance che sono fatti da due schieramenti precisi, da una semplificazione della politica. Ci sono due grandi partiti che si scontrano in America, in Francia, in Spagna e questo processo di semplificazione si sta verificando anche in Italia. Non c’è più nessun tipo di spazio, nessuna possibilità che al di fuori di questo si determino forme politiche significative che possano influenzare il governo.
L’altro punto di vista é quello dei movimenti, questo non può più essere rappresentato e mediato tramite il piano della democrazia rappresentativa e parlamentare, ecco allora dove nasce la famosa confusione, nell’avvicinare tra loro due piani che invece sono assolutamente asimmetrici e differenti strutturalmente uno dall’altro.
Uno è il piano della governance e dentro questi meccanismi di governabilità ci può essere tutt’al più una pressione di lobby, che porta dentro ai grandi schieramenti i propri punti di vista e si batte per questo. Ad esempio in America dentro il Partito Democratico confluiscono le forze ecologiste, le forze, diciamo, della sinistra radicale e questo si costituisce nell’elaborazione delle primarie e nella scelta dei delegati; è questo il meccanismo semplificato.
Dall’altro abbiamo la forza e la potenza dei movimenti che non ha nulla a che vedere con la propria rappresentazione sul piano istituzionale e parlamentare e qui crolla l’illusione che è stata soprattutto di Rifondazione e della sinistra radicale in genere, di poter rappresentare e portare i movimenti dentro il Parlamento.
Questa era la condizione di esistenza del governo Prodi e, anche sulla rottura di questa condizione, è caduto il governo, non è solo una condizione di autonomia politica, ma viene meno la costruzione di partito di lotta e di governo, che poi in realtà è solo partito di governo, perché le lotte sono lotte che stanno all’interno della societa civile, dentro gli antagonismi strutturali e di classe.
La semplificazione del quadro politico non può far che bene perché viene demistificata la confusione che si genera dal confondere tra loro punti di vista che non hanno nessun punto di contatto all’interno della realtà politica contemporanea.