Fonte: Aprileonline.info 20.03.08

Cosa ci insegna Bolzaneto

C. Di Girolamo*, A. Martino*, V. Spada*

Genova - Giovedì 20 marzo 2008

Il processo per quanto accaduto durante il G8 nella caserma genovese, che coinvolge anche personale sanitario, è una lezione universale sul senso di questa professione. Come possono i medici pretendere di tutelare gli interessi dei loro assistiti, anche in condizioni normali, quando poi chiudono gli occhi di fronte alle torture e alla violenza, come accaduto nel luglio 2001?

Dopo sette anni arrivano le condanne per le vicende avvenute all’interno della caserma di Bolzaneto durante il G8 italiano.

La mente torna a Genova, al luglio del 2001. Medici per strada, medici a suturare ferite sui marciapiedi, medici costretti a guardare abusi e soprusi commessi dalle forze dell’ordine, medici che hanno ricordato in un libro l’ "obbligo di referto" di fronte a centinaia di ferite e centinaia di giorni di prognosi, che qualche collega voleva rimettere al solo ruolo della memoria.

Questi stessi sanitari leggono oggi di accuse e condanne rivolte ai loro colleghi, per capi di imputazione che vanno dalla violenza privata alle lesioni personali, dall’omissione di referto alla "lesione del diritto alla salute".
Le pene per questi sanitari, che variano dai due ai tre anni, potevano essere molto più gravi se l’Italia avesse inserito nel suo codice penale una legge sulla tortura, concretizzando di fatto la sua adesione a numerose convenzioni internazionali.

Quello che si legge tra le righe dei verbali dei processi è che a Bolzaneto non abbiamo assistito solo a violenze estemporanee e reattive agli eventi che si sono verificati durante il G8, perché i gerghi, le pratiche, le modalità di tortura, fisica e psicologica, all’interno della caserma, sono state acquisite in anni di esperienza silenziosa, tollerata, incoraggiata e probabilmente anche educata e formata.
Un insieme di atti, quindi, espressione di una cultura diffusa e spia di una violenza strutturata e strutturale, perpetuata quotidianamente anche in contesti di non eccezionalità, in luoghi come CPT, carceri, case di cura per anziani, residenze per malati psichici e pronto soccorsi.

La violazione dei diritti umani non è qualcosa che riguarda solo i "no global", solo il contesto di Bolzaneto e di Genova, ma è un atteggiamento che si ripercuote su tutti i cittadini: se i sanitari non sono riusciti a tutelare la salute in una situazione di palese e insolita violenza come possono salvaguardarla in contesti di normalità e di consuetudine?

A destare preoccupazione non sono soltanto gli abusi perpetuati da piccoli gruppi di deviati, quanto la dilagante connivenza dei tanti che, con il loro silenzio, legittimano e normalizzano la violenza praticata attivamente da altri, sanitari e forze dell’ordine.
Questa forma di violenza, dettata da logiche particolari ed interessi personali, è uguale, se non peggiore, a quella dei torturatori: se, questi medici, sono in grado di calpestare l’ "etica del servizio" , tacendo anche di fronte ad atti gravi come quelli della caserma di Bolzaneto, come possono tutelare i pazienti di fronte all’ "estetica del potere", agli interessi delle case farmaceutiche, alla lottizzazione della sanità, alla partitocratizzazione dei servizi e all’aziendalizzazione delle prestazioni?

È evidente come pratiche di questo tipo abbiano delle ricadute importanti sulla salute della popolazione: da un lato, la mancanza di tutela influenza in maniera diretta la vita delle persone, dall’altro il servizio sanitario risulta menomato nella sua efficacia con la conseguente perdita di fiducia nel ruolo del medico, del servizio stesso e delle istituzioni.
Questo atteggiamento delegittima in maniera profonda il sistema democratico e mostra quanto sia pericolosa l’esistenza di un conflitto di interessi del medico, di un’ambivalenza che condiziona in maniera importante la salute dei pazienti.

Un’appartenenza acritica ad un ordine istituzionalizzato, un’obbedienza cieca a logiche politiche, economiche o amministrative, ci allontana da quella lealtà dovuta al paziente e alla sua salute, iscritta nell’etica della Medicina e legittimata dai quadri normativi nazionali ed internazionali. Dal Protocollo di Istanbul delle Nazioni Unite, alla Dichiarazione di Tokio dell’Associazione Medica Mondiale, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità al nostro codice deontologico si rivendica l’indipendenza e la libertà della professione medica, il rispetto dei diritti del cittadino e la condanna della tortura e dei trattamenti disumani.
La lealtà verso il paziente non può essere demandata all’etica personale del sanitario e neanche alla magistratura, perché questa non può cogliere le violazioni diffuse e di bassa soglia che si perpetuano tutti i giorni nei contesti a noi prossimi, che ci coinvolgono direttamente nel quotidiano.
Da un lato sarebbe necessaria una capacità di autogoverno, di controllo interno e continuo dei sanitari, un’autoregolazione in grado di evidenziare i comportamenti aberranti e in grado di ribadire la centralità del paziente nelle pratiche assistenziali.
Il silenzio-assenso degli ordini ha, invece, finora contribuito alla normalizzazione della violazione dei diritti, alla diffusione di pratiche discriminatorie e lesive. Con grande difficoltà si può parlare del ruolo dei medici nei CPT, nelle carceri, nelle case di cura, ma anche negli ospedali, nei pronto soccorsi, nella medicina del territorio. Sempre più spesso, infatti, accade che sia la magistratura o peggio i giornalisti a dover denunciare quello a cui medici assistono quotidianamente e in silenzio.
Dall’altro è necessario ribadire con forza l’esistenza di un codice di comportamento vincolante per i singoli sanitari, e la necessità da parte dei medici di un impegno risoluto per la difesa dei diritti umani.
E’ compito dei singoli sanitari ed in particolare dei medici:
• Riconoscere e testimoniare i casi di tortura, violenza e crudeltà, non falsificando le prove mediche delle stesse e non compiendo atti o omissioni in grado di nasconderle o confonderle
• Mettere in atto ogni comportamento possibile per porre fine alla condizioni di abuso e ponendo le condizioni per cui queste non debbano più ripetersi
• Difendere l’indipendenza della professioni sanitarie dalle ingerenze del potere politico, giudiziario e dalle forze dell’ordine
• Denunciare ed opporsi all’elaborazione di politiche sanitarie discriminatorie
• Testimoniare in maniera attiva presso l’opinione pubblica sugli abusi e le violazioni dei diritti umani a cui hanno assistito.

I sanitari non possono, di fronte alle torture, alle disuguaglianze, alla negazione dei diritti, ridurre la loro pratica a semplice esercizio di abilità tecniche, relegando la vita del paziente a mera esistenza biologica, né possono voltare le spalle ai processi sociali che mettono in secondo piano la salute delle persone, per difendere interessi finanziari, politici e personalistici.

Bolzaneto ci insegna che i germi della dittatura sono presenti nelle nostre istituzioni e che la nostra società, a cominciare dai sanitari, non è capace di reagire.

Probabilmente come medici, l’atto più importante che possiamo compiere per la tutela della salute è ricominciare a considerarci soggetti civici attivi, capaci di determinare e plasmare, attraverso le nostre pratiche, i processi di ordine politico, economico e sociale che sono i determinanti principali di malattia dei nostri pazienti.
Dobbiamo, insomma, rivendicare il "diritto di rifiutare che tra giusto e sbagliato si possa scegliere solo l’inevitabile e non il necessario".

*Centro di studi e di ricerca in Salute Internazionale e Interculturale Università di Bologna