I dannati di Poggioreale
Dario Stefano Dell’Aquila - Lunedì 2 giugno 2003
Tra i più infami e irriformabili d’Italia, il carcere di Napoli funziona anche come scuola di violenza e di oppressione
A qualche centinaio di metri dal Tribunale e dalla Procura, si staglia, imponente, il carcere di Poggioreale. Oltre 2500 detenuti su una capienza di mille posti, i padiglioni con i nomi di città (Milano, Palermo, Genova, Avellino, Napoli) per uno strano senso della geografia della pena, più di mille agenti, nove educatori, un via vai continuo di parenti, auto della polizia, magistrati, avvocati. Il carcere più grande della Campania, costruito all’inizio del ‘900, impassibile resiste al tempo. Non lo hanno scalfito le rivolte degli anni ’70, la camorra, il terremoto, le lotte del movimento. È anche accaduto che un ministro inorridito dopo una visita ne invocasse la chiusura, ma Poggioreale è lì, il ministro è già passato. Stanzoni che arrivano a contenere fino a diciotto detenuti per volta, astinenze in bianco, attese infinite per i colloqui, queste le prime osservazioni di chi incrocia con il suo sguardo. Poggioreale. Un modello detentivo di fine ‘800, cameroni, letti a castello, reparti aperti su tre piani, le celle lungo un ballatoio, aperto al centro, una rete che si sostituisce al soffitto. Celle di 18 metri quadri, un solo bagno, un tavolo per tutti. Per gli immigrati è ancora peggio, celle più fatiscenti, nessun interprete o mediatore culturale. Chi conosce il carcere in Campania, non può non conoscere Poggioreale, il carcere di primo ingresso. Nel 1951, con l’accusa di aver ucciso a botte nel carcere il detenuto Lucio Volpe, furono processati diversi agenti di polizia penitenziaria. Negli anni ’70 Saverio Senese, avvocato di Soccorso Rosso, denunciò abusi e violenze. Nei tempi di tangentopoli detenuti celebri, come De Lorenzo e Poggiolini. Oggi a Poggioreale oltre due terzi dei reclusi sono in attesa di giudizio; migliaia di ingressi l’anno, migliaia di tossicodipendenti e, sino allo scorso anno, non un solo trattamento metadonico. «Un doccia fredda basta», ha detto, ingenuamente, una volta una vice direttrice ad una delegazione di parlamentari in visita. Nei tempi delle ultime contestazioni, le visite ispettive hanno osservato la particolare condizione dei detenuti, costretti a camminare con lo sguardo basso e le mani dietro la schiena, ad attendere sull’attenti, ad aspettare in piedi la conta. Una delegazione del movimento ha incontrato l’allora presidente del DAP, Giancarlo Caselli, ponendo queste questioni. Non sono stati i primi. Quello che per molto tempo è rimasto solo un sentito dire, è stato raccolto da una delegazione di esperti internazionali. Il Comitato per la Prevenzione della Tortura, il Cpt, nel 1995 e nel 1997 ha visitato l’istituto di pena napoletano e le osservazioni, pur nel diplomatico linguaggio del Consiglio d’Europa, sono dure. Il Cpt osserva che molti detenuti hanno denunciato maltrattamenti da parte degli agenti di polizia penitenziaria e un regime disciplinare particolarmente rigido. In particolare, agli osservatori viene detto dai detenuti « che i detenuti della casa di pena napoletana hanno un atteggiamento di deferenza, guardano sempre con la testa bassa e le mani giunte dietro la schiena in presenza del personale di polizia penitenziaria, devono parlare in maniera molto cortese e a voce bassa.. ». È la delegazione stessa a notare l’atmosfera opprimente che regna nell’istituto (in www.cpt.coe.int). Le interrogazioni parlamentari abbondano, da quelle di Mara Malavenda (Slai cobas) a quelle della Margherita, passando per Rifondazione. Tutti concordano sull’esigenza di chiudere l’istituto, ma nulla si muove. Forse perché Poggioreale non è solo un carcere che risponde ad un vecchio modello detentivo. Si adegua bene all’esplosione penale, alla gestione di un numero di detenuti che aumenta ogni giorno. Nell’emergenza si disegna un preciso modello detentivo, che, apparentemente, sembra riuscire a gestire l’istituto senza difficoltà. Certo qualche «evento critico», come si chiamano i suicidi nella burocrazia dell’amministrazione, non manca (almeno cinque negli ultimi anni), così come qualche piccola leggerezza. Come quando i familiari di un detenuto deceduto per cause naturali, la scorsa estate, furono informati del decesso con tre giorni di ritardo. L’ultima emergenza appena a marzo scorso. Un detenuto affetto da gravi patologie, muore dopo avere inutilmente chiesto il ricovero in ospedale, denuncia del suo legale alla Procura e altra interrogazione parlamentare. Ma sono cose che lasciano il tempo che trovano. A fronte delle tante osservazioni, delle visite ispettive, delle interrogazioni parlamentari, delle denunce dei detenuti, nulla ha scalfito gli equilibri di potere nell’istituto più grande della Campania. La paura che, come negli anni ’80, si possa perdere il controllo della struttura prevale su tutto. Un’intera classe dirigente si è formata alla direzione di questo istituto e ha proseguito altrove la propria carriera. Eppure, per ironia della sorte, lontano dalle mura amiche, la vita di alcuni dirigenti ha subito delle inaspettate complicazioni. Nel 1991 si apre a Napoli il carcere di Secondigliano, 1200 posti, un modello monocellulare, celle singole, reparti chiusi. Direttori e agenti provengono da Poggioreale. Eppure la storia del nuovo carcere è costellata da due processi per maltrattamenti (uno parzialmente archiviato, l’altro in pieno svolgimento), un direttore accusato ( e poi assolto) dal comandante degli agenti a sua volta coinvolto nell’inchiesta sui pestaggi, un agente assassinato, uno dei detenuti che ha denunciato i maltrattamenti morto suicida. La sfortuna, come una maledizione faraonica, ha colpito a lungo raggio. Un interessante dossier («Da Sassari a Poggioreale o viceversa?» del Comitato liberiamoci del carcere in www.ecn.org/ska ) ricostruisce i fatti di Sassari (agenti, provveditore, direttore, processati e condannati in primo grado per pestaggi durante un trasferimento nel carcere di Sassari, nella primavera del 2000) e mostra come, curiosamente, i nomi coinvolti fossero tutti legati a Poggioreale. Il comandante degli agenti Ettore Tomassi, ha cominciato proprio nel carcere napoletano la sua carriera. Non solo, a capo dei GOM, il Gruppo Operativo Mobile, noto anche per i fatti di Genova, è il generale Alfonso Mattiello, anche egli cresciuto nella palestra partenopea. Non è un caso che i sindacati autonomi di polizia penitenziaria organizzarono a Napoli, proprio di fronte al carcere di Poggioreale, la protesta di solidarietà per i loro colleghi di Sassari. Una protesta che, nonostante le condanne in primo grado, ha portato ai sindacati di polizia un bel risultato; le assunzioni di 1.300 nuovi agenti. L’unica ombra sulla futura serenità di Poggioreale, si deve, paradossalmente, all’attuale governo. Il taglio del 60% della spesa per la sanità penitenziaria, riduce sensibilmente farmaci e prestazioni mediche. In un sistema in cui gli psicofarmaci assolvono una delicata funzione di controllo e dove il 70 per cento dei detenuti ha bisogno di assistenza medica, il contraccolpo può essere forte.