
… In questo documentario.. racconto dall’interno la destra radicale, soprattutto i giovani, ma anche i cattivi maestri, quelli che stanno entrando nelle stanze del potere o ci sono già entrati, che mostrano due facce, una istituzionale e una eversiva, quelli che lavorano in collegamento con l’estrema destra nazifascista europea.
Uso come filo conduttore la musica rock perché voglio parlare soprattutto ai ragazzi. In questo viaggio ne ho incontrati tanti che non sanno nulla. Non hanno occhi cattivi, ma sono pronti a fare – a “rifare” – cose molto cattive. Perché non conoscono la storia. Oppure credono di conoscerla, ma è solo un falso spacciato via internet, nei bassifondi della rete.
Ci sono una trentina di band in Italia, alcune di buon livello, che macinano un rock infarcito di xenofobia, razzismo, incitazioni alla violenza, richiami nostalgici ai tempi della svastica e del saluto romano.
Attenzione: dove esiste espressione artistica, anche se rudimentale, esiste identità. Nazirock vuole mostrare le origini di questa identità...
Ci sono confini, paletti in democrazia, che non si possono abbattere e superare. Gli stessi che difende Nazirock. Volete lottare a destra della destra? Ci mancherebbe. Siamo in democrazia. Ma l’incitamento all’odio razziale e alla violenza contro le istituzioni, l’antisemitismo, la negazione strumentale e velenosa della storia, ecco, questo neppure una democrazia se lo può permettere, se vuole sopravvivere.
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Nazirock racconta un raduno, un “campo d’azione” di Forza nuova, mostra i ragazzi della destra estrema...
I ragazzi che vediamo salutare a braccio teso nel film hanno le facce dei nuovi proletari,…quelli che abitano dove l’immigrazione ha cambiato faccia ai quartieri, quelli che non hanno ricevuto gli strumenti culturali per surfare l’onda del cambiamento globale e trarne vantaggio. A loro i cambiamenti rapidi e inarrestabili dell’economia globalizzata fanno paura, perché ne sono vittime. E a qualcuno devono dare la colpa. Ma spesso confondono i bersagli… E non sono soltanto i nuovi poveri a subire il contagio.
La paura s’insinua nelle fasce dominanti. Manca la sicurezza. "Gli stranieri fanno figli, noi no. Diventeremo minoranza, dovremo rinunciare alla nostra cultura, saremo spazzati via nel giro di poche generazioni.” Sono questi gli argomenti su cui punta la destra radicale. Elevare muri, costruire recinti, ripristinare e rinforzare le barriere di classe: queste le risposte difensive che vengono proposte. Una pressione che ai temi della politica affianca quelli presi a prestito dalla sociobiologia. A questa pressione la sinistra dovrebbe rispondere senza condizionamenti ideologici, trovare risposte pratiche ai problemi concreti delle persone.
Soprattutto dovrebbe trovare un linguaggio nuovo, capire che il mondo è cambiato e non tornerà indietro. Che per difendere i valori della solidarietà, il diritto al lavoro, il rispetto delle libertà individuali, le pari opportunità senza distinzioni di classe, insomma per difendere il bagaglio storico della sinistra democratica, bisogna scaricare come zavorra alcune certezze antiche…
Il ragazzo che vediamo all’inizio di Nazirock, quello con il tatuaggio del Duce sul polpaccio, non ha gli occhi cattivi. Ma non sa nulla. “Gli ebrei deportati a Roma?
Non lo sapevo. L’Olocausto? Sì, ma non erano sei milioni. Quanti? Uno, al massimo. Chi te l’ha detto? Un sito. Quale? Non ricordo.” Se dice e pensa queste cose, di chi è la colpa? Della scuola, della famiglia, della televisione?
Forse anche di una sinistra che non trova il modo di parlare con lui. Non lo dico io. Lo diceva Pier Paolo Pasolini (“Corriere della Sera”, 24 giugno 1974): “Con i fascisti, parlo soprattutto di quelli giovani, ci siamo comportati razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti...
Nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male”.