Approfondimento verso il 1° maggio migrante - Reggio Emilia
Intervista-dialogo con Federica Zambelli e Marco Rovelli
Global Project Reggio Emilia - Sabato 26 aprile 2008
Quella che segue è la trascrizione integrale dell’intervista-dialogo tra Federica Zambelli dell’ass.Città Migrante e Marco Rovelli, autore di "Lager Italiani" e "Il Lavoro Uccide".
FZ: Uno dei leit motiv della manifestazione del primo maggio a Reggio Emilia, lanciata dall’associazione città migrante, è il tema del lavoro. In particolare viene trattata la condizione di lavoro dei migranti, con e senza permesso di soggiorno.
Immaginando una scala di tutele sul lavoro, il migrante senza permesso è situato nel gradino più in basso, inevitabilmente è costretto a lavorare in nero e, molto spesso, come tanti migranti che si sono rivolti all’associazione hanno denunciato, a qualsiasi condizione, sia di salario che di sicurezza. Moltissime sono le persone che non vengono pagate per le prestazioni lavorative effettuate, fenomeno molto diffuso a Reggio Emilia soprattutto nel settore dell’edilizia: ricordiamo il caso emblematico di un uomo di origine egiziana a cui hanno sparato perchè reclamava la paga . Molti di questi lavoratori hanno riportato gravi infortuni sul lavoro.
Abbiamo anche constatato che spesso i migranti, anche se in regola con la posizione di soggiorno, si trovano ad avere lavori sottopagati e senza tutele, perchè il legame fra lavoro e permesso di soggiorno li obbliga ad accettare qualsiasi tipo di condizione lavorativa. Sono molti i casi che ci sono stati riferiti di datori di lavoro che scaricano i lavoratori migranti infortunati davanti all’ospedale , convincendoli tramite minaccia a riferire di essersi fatti male in casa o investiti da un’auto, ottenendo con l’intimidazione la rinuncia da parte del lavoratore alla denuncia dell’infortunio sul lavoro. Quando invece viene riconosciuto l’infortunio, il proprietario dell’impresa condannata risulta nullatenente. Abbiamo potuto constatare inoltre che in molti casi il lavoratore è il meno tutelato, basta pensare che proprio qui a Reggio Emilia la direzione provinciale del lavoro non concede il tentativo di conciliazione a chi non ha il permesso di soggiorno, violando palesemente gli articoli 2126 e 2116 del codice di procedura civile che costituiscono la base giuridica per garantire al lavoratore, anche se clandestino, il diritto ad ottenere il pagamento della differenza fra quanto ricevuto dal datore di lavoro e quanto sarebbe dovuto dai contratti collettivi nazionali di categoria.
Nel tuo ultimo e recentissimo libro – Marco – dal titolo “lavorare uccide”, tratti proprio del tema della sicurezza sul lavoro e delle cosiddette morti bianche ed hai raccolto molte testimonianze in varie parti del paese. Nell’articolo di Gian Antonio Stella , uscito sul corriere della sera, si ricorda che un lavoratore su due muore nel nord e almeno uno su sei è immigrato, e proprio tu dici che la precisazione obbligata è che è una realtà in cui il lavoro nero raggiunge una quota altissima. Con te vorremmo appunto approfondire questo tema.
MR: Il lavoro nero , e nello specifico il lavoro nero migrante, è comune a tanti settori, non è solo nell’edilizia. Girando l’Italia, in particolare nel sud, è facile vedere come l’agricoltura per esempio non funzionerebbe, non avremmo pomodori, né arance, né mandarini sulle nostre tavole, se non ci fosse una forza lavoro a costi bassissimi, composta quasi esclusivamente da “clandestini”. C’è un’analogia molto forte tra l’agricoltura e l’edilizia da questo punto di vista: in entrambi i casi si tratta di una filiera produttiva che vede dei passaggi in ognuno dei quali c’è un’erosione del margine di profitto estremamente ampia per cui poi tutta la catena del lavoro si scarica sui livelli più bassi e quindi sulla necessità dello sfruttamento dei lavoratori più deboli. Penso per esempio al pomodoro in Puglia dove abbiamo i piccoli possidenti di terreni che coltivano in proprio oppure che li danno in affitto, magari ad imprenditori napoletani. Una filiera di trasformazione del pomodoro che è in gran parte controllata o comunque vicina alla criminalità organizzata che tiene il prezzo estremamente basso, che impone quindi un prezzo. Poi c’è la concorrenza del pomodoro turco e cinese , quindi gli effetti della globalizzazione, e in qualche modo la necessità di schiavi, perchè alla fine lo stesso piccolo agricoltore se vuole avere un minimo di margine di profitto deve utilizzare gli schiavi, deve essere schiavista. Questo non lo dico certo per assolvere dalle responsabilità morali il piccolo produttore che utilizza manodopera che molto spesso non viene pagata o viene minacciata, insomma le stesse cose che tu ricordavi, ma per dire che la responsabilità morale di tutto questo non sta solamente sul piccolo agricoltore che fa questo ma sta su tutta la filiera produttiva, cioè è tutto il sistema produttivo in generale che richiede l’uso di questo tipo di manodopera schiavizzata. Lo stesso,appunto, si ha nell’edilizia dove quando c’è un’escrescenza abnorme di esternalizzazione, di appalti e subappalti e sub sub subappalti fino ad appalti di settima generazione, quando tutto viene fatto con appalti al massimo ribasso, gare che vengono vinte da microimprese che vincono queste gare proprio perché offrono un ribasso del 60%, è chiaro che questo risparmio viene spalmato sul lavoro utilizzato, quindi il lavoro nero, quindi il lavoro clandestino, quindi anche la mancanza di tutele quanto alla sicurezza del lavoro. Nell’edilizia questo è normale e le gare al massimo ribasso vengono fatte normalmente anche dagli enti locali, perché alla fine il sindaco dice che anche se ci sono pochi soldi le opere pubbliche vanno pur fatte e quindi vai con il massimo ribasso. Questo induce e produce l’uso di lavoratori “clandestini”, con tutto quel che ne comporta
. Per esempio tu riportavi questa cosa di Reggio Emilia, anche le microimprese che sono in odore di criminalità, che è un odore poi di polvere da sparo direi. Mi confermavano in Calabria, come al rovescio , di come persone affiliate in qualche modo ai clan ‘ndranghetisti è noto che si siano avventurati al nord ed abbiano installato un circuito estremamente pericoloso che gli consente di reinvestire quei capitali accumulati con la criminalità, una criminalità peraltro riprodotta e perpetuata come sapete bene. Tutto questo ha a che fare, come dicevo, con la presenza abnorme della microimpresa nel tessuto produttivo italiano: in Italia nell’ultimo decennio le grandi imprese hanno accumulato profitti in maniera abnorme, questo è uno studio effettuato da mediobanca, le grandi imprese non hanno mai avuto nella storia repubblicana un così alto tasso di profitti ma allo stesso tempo hanno ridotto l’occupazione, chi ha creato occupazione è la microimpresa, sulla quale però alla fine si scarica anche tutto il peso del costo del lavoro.
Allora si capisce poi perché la lega vince: perché in Italia c’è un tessuto di microimprenditoria diffusissima che ha oggettive difficoltà economiche dovute alla natura del tessuto produttivo, perché il microimprenditore si considera anche ideologicamente imprenditore, i pochi lavoratori che lavorano nella microimpresa si sentono solidali poi con il padrone, che magari è tutto un altro discorso, ma è un altro discorso che parte da qui, ed è importante tenere insieme queste cose e capire che poi, appunto nelle microimprese, ci sta il leghista e ci sta allo stesso tempo la necessità di individuare il nemico nel migrante. Sono due facce della stessa medaglia, quindi si tratta di individuare le ragioni, ecco perché per me è difficile andare a scardinare questo tipo di sistema ed andare a risolvere questo tipo di questioni. Lo so che non sto dicendo una cosa molto ottimista, io solo in questo avrei a che fare con la natura piu profonda e piu propria del sistema produttivo italiano.
FZ: Certo. Infatti tu dicevi una cosa molto significativa, cioè che servono schiavi al sistema economico produttivo e che quindi poi si incentiva l’uso di lavoratori “clandestini”. Questo è un tema che viene analizzato da Città Migrante , che verrà portato in piazza il primo maggio con molta forza e che riguarda il ragionamento stesso che stiamo facendo sulla clandestinità: sono i migranti stessi a dire “Non vogliamo essere clandestini”. Questo sistema però ne ha bisogno e produce leggi e politiche sull’immigrazione, non solo a livello italiano ma a livello europeo, che regolano i flussi migratori e che creano la clandestinità necessaria ad avere la manodopera a basso costo, ricattabile, senza tutele e senza diritti.
Un’altra cosa che tu sottolineavi prima era quella del nemico comune, nel tuo libro descrivi il modo in cui i mass media agitano la parola sicurezza, non riferendosi purtroppo al tema del lavoro ma riferendosi al “problema immigrazione”, facendosi primi creatori e sostenitori della tesi del nemico comune, possibilmente facile da individuare.
Anche qui a Reggio Emilia la campagna che viene portata avanti anche dal sindaco è quella della lotta alla clandestinità; la lotta al lavoro nero nella nostra città si manifesta soprattutto in forma di controllo securitario. Questo porta a vedere oscenità come la proposta dell’assessore provinciale al lavoro: rilevare le impronte digitali dei lavoratori. I lavoratori immigrati rispondono :“noi siamo costretti a lavorare in nero, anche se vorremmo lavorare in regola ed entro le norme di sicurezza, ma non abbiamo scelta”.
MR: E’ così. Il tema della sicurezza oggi, oltre ad essere una delle questioni che ha fatto perdere la sinistra in Italia e che l’ha fatta anche scomparire, una delle tante questioni in agenda secondo me.
L’altro giorno sentivo in televisione Giordano, di rifondazione comunista, che si chiedeva come mai la gente, a proposito di sicurezza, non si scandalizza per i morti sul lavoro e perché invece si scandalizza per tutte le questioni legate all’immigrazione. Ma questo è un dato di fatto.
Forse noi dovremmo anche cercare di rispondere al tipo di percezione, non solo dire “non avete capito che è vero”, ma anche cercare di fare quel discorso, cioè che ovviamente c’è un problema di giustizia in Italia che non è il problema dell’immigrazione, perché il problema della giustizia è un problema del diritto che riguarda tutti quanti, che non riguarda migranti da soli o italiani da soli, si tratta di ristabilire sulle giuste fondamenta un discorso che è totalmente destrutturato e scardinato.
In momenti di crisi economica come questa, di crisi sociale, di crisi oserei dire etica, è chiaro che avere un nemico sociale conviene, conviene al padrone, conviene ai lavoratori che vivono sulla propria pelle la recessione.
Non avendo piu una visione , che oggi viene chiamata ideologica ma che in realtà è una visione totale delle cose che ti permette di comprenderle nella loro complessità e nella loro interrelazione, a un certo punto vedi semplicemente l’immediato, vedi quello che sta nel cantiere e dici lui mi ruba il lavoro, questo forse davvero ha a che fare con un deficit di pensiero, con un deficit di teoria e di ideologia, ma ideologia nel senso buono, come rappresentazione del mondo.
FZ: Avendo modo di ascoltare i migranti stessi che lanciano la manifestazione del primo maggio, invitano anche gli italiani, lavoratori e non, perché sappiamo quanto facilmente si passi da una condizione di lavoro a una di non lavoro, invitano tutti quanti a partecipare alla manifestazione ribadendo che “non è una cosa che riguarda soltanto noi, e purtroppo noi serviamo anche perché la vostra condizione possa peggiorare in base alla nostra ricattabilità”..
MR: La cosa paradossale è davvero questa, cioè che la produzione di clandestini fatta da questa legge repressiva che è la repressiva dell’Europa che produce clandestini atti al lavoro servile, poi diventa un attacco ai diritti del lavoro di tuti; e il capitale , per dirlo con un termine ideologico e teorico, se ne serve due volte di questa cosa qua, cioè si serve del clandestinato diffuso come manodopera servile e si serve del fatto che la presenza di questo clandestinato fa diminuire i diritti di tutti. Quindi il lavoratore che si mette a scagliarsi contro il clandestino dovrebbe capire che sta lavorando contro se stesso, perché la presenza del clandestinato è inevitabile finchè c’è questo tipo di legislazione qua e la presenza di questi clandestini, che vorrebbero comunque smettere di esserlo, riduce i diriti di quello stesso lavoratore che si affida invece alle sue paure istintive e dunque leghiste.
FZ: Collegandosi a questa questione, potrebbe essere la stessa cosa parlare dei centri di permanenza temporanea, nel senso che i cpt possono avere due funzioni: una è quella di regolare i flussi migratori e di essereb una continua minaccia che costringe il migrante ad accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione, l’altra è essere dispositivo sperimentale di controllo estendibile poi a tutta la società. Quindi possiamo dire che anche la battaglia contro i cpt è una battaglia che ci riguarda tutti quanti?
MR: Ci riguarda come ci riguarda ogni lotta che ha a che fare con la produzione di marginali e quindi di servi, cioè si riallaccia a tutto il discorso che abbiamo fatto fino adesso. Poi la lotta contro i cpt è una lotta chiaramente contro un simbolo, per me i cpt sono il terminale di tutto ciò che sta dietro, sono la cosa piu visibile, sia dal punto di vista di introduzione simbolica in quanto veri e propri altari sacrificali dove si espone il fatto che noi siamo vigilanti contro questa “invasione”. Anche ieri sera in TV parlavano di invasione di rumeni, come se ci fossero continuamente ondate su ondate e non finisce mai, quando è iniziata? Quando finisce? Dove stanno i punti vitali di questo flusso indiscriminato? E allora ci sono queste torri di guardia che servono a rendere evidenti a tutti che siamo attenti, forti , vigorosi e inflessibili. E non c’è solo il discorso di ordine simbolica ma anche quello di ordine materiale per cui chi entra nei cpt, avendo acquisito lo stigma dell’irrecuperabilità per cui una volta entrato nel cpt non potrai piu avere nessun tipo di regolarizzazione, non rientrerai nei flussi, sei un reietto a prescindere, e quindi questa minaccia di estrema reiezione, se si può dire questa parola, incombe continuamente su ogni migrante, anche regolare, perché una volta che perde il lavoro perde il permesso di soggiorno, finisce nel cpt, ed ecco che a quel punto diventa irrecuperabile, e allora diventa davveri l’ultimo degli ultimi.
Ma siccome la presenza di questi ultimi riguarda tutti quanti, ed è importante ribadire che non è semplicemente questione di altruismo e di essere buoni o di occuparsi degli ultimi, perché in una società dove ci sono gli ultimi, in una società in cui vige una guerra permanente, della guerra permanente tutti quanti sempre ne subiamo le conseguenze, in termini di attacco dei diritti che ciascuno di noi ha.
In una società in cui ci sono tanti senza diritti ci sono meno diritti per tutti, anche per quelli che ce li hanno.
Anche nel libro nero sul lavoro che ho fatto sono partito dalle morti sul lavoro dei migranti per vedere poi quanto alla fine queste morti bianchissime, cancellate, di cui non si parla neppure, hanno davvero a che fare con la perdita di diritti di tutti quanti.
FZ: Ti ringrazio moltissimo – Marco – e ti diciamo che questi ultimi degli ultimi ed invisibili il primo maggio invitano tutte e tutti ad essere a Reggio Emilia per una giornata di lotta per i diritti di tutti.
MR: Auguri. Io spero di poter essere con voi.
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