
Nei giorni scorsi abbiamo letto su questo giornale la notizia di un incontro tenutosi al "Vivaio" alla partecipazione del governatore Lorenzo Dellai. Il tema della serata era la relazione esistente fra Trento e la sua Università. Per una serie di impegni precedentemente fissati, e forse anche sottovalutando l’argomento della discussione, pur essendo stati invitati non abbiamo partecipato.
Rileggendo però negli articoli di giornale alcuni interventi delle persone presenti, risulta evidente che il confronto non si è fermato al tema città/università , ma si è allargato andando a porre l’attenzione sulle tematiche della sicurezza urbana, del controllo, della vivibilità cittadina, toccando il punto della sicurezza, molto dibattuto - spesso ideologicamente - nell’ultima campagna elettorale.
Leggendo la cronaca dell’incontro, una frase, in particolare, ha colpito la nostra attenzione. "Sono gli studenti universitari che vivono la città le vere ronde". Queste sono le parole di Dellai, che abbiamo letto strabuzzando gli occhi e condividendole appieno, che subito abbiamo messo in contrapposizione con quelle del sindaco di Trento Alberto Pacher orgoglioso di annunciare l’installazione di qualche decina di nuove telecamere nel centro città e di quelle del sindaco di Rovereto Valduga, pronto a lodare l’idea delle ronde cittadine proposte dalla destra cittadina.
Le parole di Dellai vanno lette con interesse almeno per due motivi. Il primo è il tentativo - da nessuno avanzato in precedenza in ambito istituzionale, almeno in Trentino - di descrivere un modo diverso di approcciarsi al tema della sicurezza, lontano da quello che viene costruito sulla dinamica paura/controllo. Lo stesso che ormai propongono, con lievi sfumature, amministrazioni di centro-destra o centro- sinistra. Il tentativo di Dellai sembra quello di proporre un concetto di sicurezza sociale, di partecipazione, di attivazione collettiva, opposto a quello esclusivamente securitario e poliziesco tanto in voga di questi tempi. Questa idea sociale permette infatti di dire che a garantire la sicurezza nelle strade della città sono le persone che quelle strade le rendono vive, non le ronde organizzate dalla Lega Nord - accozzaglia di squallidi imprenditori politici della paura -, che a rendere sicuri e vivibili i quartieri possono essere i luoghi di aggregazione, i momenti di vita condivisi da tutta la comunità, forse anche qualche centro sociale.
Il secondo aspetto di interesse che leggiamo è riferito alla necessità, che condividiamo, di porre paletti e argini alla “padanizzazione” del nostro territorio. Servono attori politici e sociale capaci di dire con forza che Trento e il Trentino sono diversi da Verona, da Padova, da Milano o dalle altre grandi città. Diversi per storia, per composizione sociale, per disponibilità finanziaria, per quell’autonomia politica e decisionale che potrebbe permettere di costruire una controtendenza rispetto a ciò che la circonda. E proprio da questi presupposti di particolarità e di autonomia bisogna partire, per non rischiare di appiattirsi su slogan e luoghi comuni nazionali, per non uniformare riflessioni e interventi, evitando di non riconoscere sfumature importanti e decisive proprie di ogni realtà territoriale.
Da queste riflessioni bisogna però cercare di inquadrare una visione di tendenza e di prospettiva. Ilvo Diamanti, in un articolo su Repubblica, parla di “una società che rimpiazza la comunità vigilante con i vigilantes, gli occhi delle persone con quelli elettronici delle telecamere”. Contro la desertificazione sociale del territorio dobbiamo trovare gli antidoti: abbiamo l’ambizione di voler riaprire la discussione sulle tematiche della sicurezza, e di volerla declinare su strade nuove e innovative all’interno del Trentino, che sentiamo casa nostra. Abbiamo l’ambizione di farlo aprendo una riflessione seria, profonda, priva di ideologia e di pregiudizi, all’interno del territorio in cui viviamo. Non saranno certo le ronde – di destra o di sinistra – a porre rimedio al continuo logorarsi dei rapporti sociali e alla perdita di confidenza con il territorio intorno a noi. Di giorno, tanto più di sera e di notte.
Vorremmo che le parole del governatore non rimanessero la chiosa di una discussione di una sera, ma crediamo che possano essere lo spunto di un confronto che saremmo felici di ospitare dentro il nostro centro sociale. Ma se questo fosse impedito dall’imbarazzo del governatore, in difficoltà a varcare la soglia del Bruno, siamo disposti a raggiungere il Vivaio o a ritrovarci nelle strade e nelle piazze della nostra città. Potremmo ritrovarci a Gardolo, in quella piazza che mesi fa è stata avamposto di un modo diverso di intendere la città, una città resa sicura e vivibile dalla partecipazione, dalla socialità, dalla vitalità dei cittadini.
Questo tema va affrontato immediatamente per non rimpiangere, un giorno - sempre citando Diamanti - una "comunità perduta". E forse, all’interno di un ragionamento di questo tipo, può prendere forma anche un sogno più grande, un’idea di bene comune, l’idea nuova di comunità autonoma del Trentino che esca da una logica elettoralistica od esclusiva della politica dei partiti e delle istituzioni, perché sia il cuore pulsante di un territorio che non sia solo una cornice geografica ma un intreccio di relazioni culturali e sociali, il luogo della partecipazione.
Centro Sociale Bruno