
La metropoli è il territorio della produzione sociale contemporanea, il campo di battaglia tra le forze produttive della cooperazione sociale e la rendita capitalistica, il terreno decisivo su cui si giocano i conflitti del presente. La metropoli è la forma specifica, per dirla in modo semplice, attraverso cui un territorio determinato si apre al mondo, sotto il profilo culturale ed economico: saperi e competenze sedimentati nel tempo, reti e risorse materiali e immateriali, una accumulazione in evoluzione continua di capitale sociale, culturale e economico. La metropoli come lo spazio coestensivo alle attività della moltitudine, al lavoro produttivo, sociale, creativo, cooperante: la metropoli è una costruzione del lavoro vivo e al contempo è il tessuto connettivo sul quale si dispiegano i dispositivi di sfruttamento e di controllo. In ogni caso, laddove la forma metropoli è data una possibilità e al contempo una nuova realtà della lotta di classe emerge, investendo potenzialmente ciascuno dei dispositivi di comando e di sfruttamento che la attraversano e ponendo come compito fondamentale del politico l’ appropriazione del comune.
Dentro e contro la metropoli quindi, per tradurne la potenza produttiva in pratica della sovversione, per costruire istituzioni del comune. Oltre il privato, oltre lo stato.
Le istituzioni del comune a partire da una concezione radicalmente immanente del politico, a partire cioè da una costruzione diretta, affermativa, positiva, nella quale la classe dispiega tutta la propria forza costituente.
Ma parlare di moltitudine significa anche fare i conti sino in fondo con la costitutiva eterogeneità della composizione di classe contemporanea, e di conseguenza agire la pratica politica e organizzativa a partire da dei “ tagli” soggettivi della composizione tecnica di classe.
Questa considerazione, al di là di ogni studentismo, ci ha portato a mirare un preciso punto di applicazione della forza: l’ università, ovvero un cluster all’ interno della rete produttiva metropolitana.
Pensiamo infatti che dentro la tendenziale egemonia del cognitivo nella produzione contemporanea i nodi della formazione e dal reddito costituiscano campi di battaglia strategici per la creazione di lineamenti di istituzionalità autonoma. E l’autoformazione lavora esattamente in questa direzione.
Ma quale relazione virtuosa si può costruire tra i movimenti universitari( studenti, ricercatori, dottorandi…) e i centri sociali ?
E in che direzioni i centri sociali pensano la propria pratica politica in relazione alla metamorfosi qualitativa del lavoro e della composizione di classe?