
Anna Maria Merlo Parigi
Rivolte contro la fame In Africa, in Asia, nei Caraibi, mentre nei paesi industrializzati fioriscono gli hard discount e una parte della popolazione ha difficoltà a far fronte all’aumento dei prezzi alimentari. La crescita esponenziale dei prezzi dei prodotti agricoli dal 2005 e nel 2007 ha toccato punte mai viste prima. La brutta notizia è che questa situazione è destinata a durare, almeno per i prossimi dieci anni. Lo dice un rapporto congiunto dell’Ocse e della Fao, presentato ieri a Parigi alla presenza del segretario generale dell’Organizzazione dei paesi più industrializzati, Angel Gurria, e del direttore generale dell’organizzazione delle Nazioni unite per l’agricoltura, Jacques Diouf. Nel decennio a venire, prevede il rapporto, i prezzi dei prodotti alimentari «oltrepasseranno in media i livelli che sono prevalsi durante i dieci anni appena trascorsi». Ci saranno «dei prezzi senza precedenti per la quasi totalità dei prodotti agricoli», anche se alcuni eccessi degli ultimi tempi potrebbero venire leggermente corretti, grazie a un aumento dell’offerta. Il problema è che, mentre nel passato l’aumento dei prezzi agricoli era legato a fattori congiunturali e locali - la siccità, per esempio - negli ultimi tempi sono venute alla luce delle cause strutturali. L’offerta, cioè, non riesce più a far fronte alla domanda a livello mondiale. Per esempio, per quanto riguarda i cereali, dal 2005 al 2007 la produzione è aumentata del 3% ma, nello stesso periodo, la domanda è cresciuta del 5%. Ma non c’è solo questo fattore destabilizzante e destinato a durare. Il caro-petrolio fa aumentare i prezzi di produzione e il futuro su questo fronte è particolarmente nero, visto che non c’è da aspettarsi nessun riaggiustamento. C’è poi la prevedibile crescita demografica, accompagnata dalle modifiche, già in atto, delle abitudini alimentari. Infine, la domanda di cereali aumenta anche per lo sviluppo degli agro-carburanti, destinati a rispondere al caro-petrolio. Il cambiamento climatico, dovuto all’effetto-serra, ha un effetto negativo sula stabilità dei prezzi e questo fenomeno è destinato ad aggravarsi. Gli stocks sono oggi a un livello molto basso e questa situazione è destinata a perdurare e a peggiorare. Lo studio afferma che rispetto alla media degli ultimi dieci anni «le proiezioni dei prezzi per il periodo 2008-2017 indicano un aumento del 20% circa per la carne bovina e suina, intorno al 30% per lo zucchero, del 40-60% per il grano, il mais e il latte scremato in polvere». Peggio ancora, per lo stesso periodo sono previsti aumenti «di più del 60% per il burro e gli oleaginosi e di oltre l’80% per gli olii vegetali». Il rapporto precisa che «malgrado le cifre-record raggiunte dal grano e dai cereali secondari durante la campagna 2007-2008 e un aumento moderato ma costante della produzione negli anni a venire, i mercati dei cereali dovrebbero rimanere tesi fino al 2017. La forte domanda di mais suscitata dal rapido sviluppo dell’etanolo negli Usa ha profondamente trasformato il mercato dei cereali secondari». Gli esperti della Fao e dell’Ocse prevedono che «all’orizzonte 2017, il 40% delle colture di mais (degli Usa) potrebbero essere destinate alla produzione di energia». La produzione mondiale di etanolo, secondo le previsioni, dovrebbe raddoppiare di qui al 2017 (per raggiungere 127 miliardi di litri). Anche la produzione di riso dovrebbe crescere «dell’ordine del 10%» in dieci anni. «I prezzi elevati si traducono in vincenti e perdenti» secondo gli esperti. I produttori dovrebbero approfittarne: non solo quelli dei paesi sviluppati, ma anche nei paesi emergenti. L’epicentro della produzione si sposterà dai paesi Ocse verso questi paesi, India, Argentina, Brasile (che produrrà il 30% del consumo della carne mondiale). Ma tra i perdenti ci saranno anche degli agricoltori, «molti produttori dei paesi in via di sviluppo che non sono legati ai mercati e non trarranno che pochi, o addirittura nessun vantaggio dall’attuale aumento dei prezzi». La situazione peggiore sarà quella delle popolazioni urbane, «in particolare nei paesi in via di sviluppo importatori netti di prodotti alimentari». I Pma (paesi meno avanzati) pagheranno il prezzo più alto e soffriranno in modo durevole della vulnerabilità degli approvvigionamenti, a causa dei prezzi elevati e della loro instabilità. Il rapporto non offre soluzioni chiare. A lungo termine «l’offerta agricola è messa di fronte a delle incertezze e a degli ostacoli per quanto riguarda la superficie delle nuove terre suscettibili di venire coltivate».