Fonte: Repubblica del 1 luglio 2008

In via Corelli pomeriggio di rivolta

Milano - Martedì 1 luglio 2008

La scintilla è scoppiata nel primo pomeriggio di ieri, per un imbarco verso il Sudan rimandato. Ma nel centro di permanenza temporanea di via Corelli ogni piccola questione può trasformarsi in fuoco.

E ieri, per alcune ore, una cinquantina tra poliziotti, carabinieri e finanzieri hanno fronteggiato i 25 “ospiti” del settore D. «Non abbiamo nulla da perdere, qui dentro non esistono diritti umani», diceva al telefono uno di loro.

E così in mezz’ora hanno spaccato le panchine di granito del cortile, divelto due caloriferi in corridoio, danneggiato le telecamere a circuito chiuso collegate alla questura (dove quindi non potevano vedere quanto stava accadendo) e mandato in frantumi le vetrate.

Una scheggia ha colpito, per fortuna in modo lieve, un operatore della Croce Rossa che tentava di calmarli. C’è voluta una lunga trattativa per placare gli animi degli extracomunitari — in quel settore sono tutti uomini, per la maggior parte africani — trattenuti nel centro. Poi, intorno alle venti, è andato via metà del contingente di forza pubblica mandato in via Corelli per gestire la rivolta, mentre gli altri agenti restavano per sicurezza e gli operatori iniziavano a preparare la cena come segno del ritorno alla normalità.

Le versioni su quanto è avvenuto nel cpt non coincidono, se non per un particolare: all’origine del pomeriggio di agitazione c’è un uomo, un 57enne nato in Egitto con passaporto sudanese arrivato in via Corelli il 13 giugno da Opera, dove aveva scontato dodici anni per traffico di droga. L’uomo avrebbe discusso in mattinata con un agente di polizia. Motivo: doveva essere imbarcato ieri per tornare nel suo paese, invece l’agente gli ha fatto sapere che il volo era previsto dopo tre giorni.

L’avvocato dell’uomo, Marina Vaciago, conferma la sua versione: «Durante l’ultimo colloquio che ho avuto con lui un agente gli ha detto che sarebbe partito oggi (ieri per chi legge, ndr)». Il ritardo nel viaggio ha fatto innervosire il sudanese: «Sono malato, ho problemi di cuore e di diabete, qui non mi curano e fa troppo caldo nei capannoni di lamiera. Piuttosto che restare qui torno in carcere, se non mi rimandano nel mio paese», ci raccontava ieri per telefono.

Secondo la sua versione, proprio questa telefonata sarebbe stata l’origine della reazione degli agenti del posto di polizia: uno di loro l’avrebbe picchiato — anche se l’uomo non è stato ricoverato — e poi rimandato in camerata. Qui i suoi compagni avrebbero deciso di protestare, prima verbalmente, poi spaccando gli arredi del cortile.

Diversa la ricostruzione della polizia: il sudanese avrebbe aggredito l’agente perché voleva andare via subito, nonostante il suo volo fosse già in programma per giovedì e poi sarebbe tornato poi in camerata e istigando i suoi compagni alla protesta, che solo per poco non si è estesa agli altri settori.

Quale sia la verità è ancora presto per stabilirlo: l’avvocato Vaciago — che ieri, assieme al consigliere regionale di Rifondazione Luciano Muhlbauer ha provato a entrare nel centro ma è stata bloccata perché era in corso l’operazione — oggi parlerà con il suo cliente e poi deciderà se presentare una denuncia.

Dall’altra parte, invece, ieri sera le forze dell’ordine hanno proceduto a identificare chi ha preso parte alla rivolta per una probabile denuncia per danneggiamento.