
di Gianni Boetto, Sandro Chignola
Una città del Nordest: giorno. All’interno di uno sportello autorganizzato per sbrigare le pratiche relative ai permessi di soggiorno una quindicina di migranti discute del problema della casa. Di come i nuovi regolamenti comunali per la certificazione dell’abitabilità incidano in modo drastico su diritti di cittadinanza già compromessi dal vincolo tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, dal lavoro flessibile e precario, dall’impossibilità di votare. Si tratta di fare un salto di scala, ci dicono. Occorre organizzare le lotte sul posto di lavoro, quelle per la casa, le resistenze agli sgomberi, la denuncia delle immobiliari che rifiutano di affittare agli immigrati, come lotte per la cittadinanza. Si tratta di tenere assieme, articolandole l’una all’altra, procedura di inchiesta e pratica di conflitto tenendo assieme ciò che altri pensa di rubricare in agende diverse: il lessico dei diritti sociali e il lessico del lavoro, il recupero del reddito e la presa di parola che ridescrive dal basso, scardinandone le geometrie rappresentative, gli spazi della città.
Zona industriale di un’altra città del Nordest: notte. Una cinquantina di migranti attorno a un fuoco. Un picchetto operaio. Un blocco della produzione che va avanti da giorni. Sono soci di una cooperativa di facchinaggio che gestisce la logistica di una grossa ditta di trasporti. Il racconto circola come circolano le merci. Hanno delocalizzato lo hub in un’altra città per aggirare il presidio. E lo hanno fatto di città in città. Li abbiamo preceduti e abbiamo bloccato anche lì. Una, due, tre volte. Di città in città. Anticipandoli. Ci siamo autorganizzati, ci dicono. E questa autorganizzazione gli ha fatto male. Cinque giorni di blocco. La paralisi dell’intera filiera logistica del just in time. Un paio di milioni di euro gli sono costati ai padroni… Ha funzionato il lavoro di inchiesta e di informazione dei compagni. Quello fatto dai lavoratori assieme ai compagni italiani. Le notizie sono circolate. Abbiamo saputo subito cosa fare e dove farlo. E domani siamo stati convocati in prefettura per chiudere l’accordo. È una grande vittoria. Che apre nuovi spazi; che determina nuove accumulazioni di potenza soggettiva. Di cosa ci parlano queste due storie? Cosa vi è di implicato in esse? Da un lato, ci parlano di cosa la cittadinanza sia. Dall’altro, di come funzionano i circuiti – eterogenei e conflittualmente aggregati – delle lotte e della messa a valore. Di cosa sia il capitalismo contemporaneo, in altri termini.
La cittadinanza non è un territorio circoscritto o difeso, potrebbe forse dirsi. Non uno spazio la cui cartografia rimandi al codice binario di inclusione ed esclusione evocato dalle retoriche della sicurezza agitate dai ceti politici e di governo. Il cerchio magico dei diritti cui chiedere accesso. La questione della casa, la questione dei diritti sociali, sono evidenze di come materialmente funzionino i meccanismi di filtraggio, selezione e gerarchizzazione interni agli spazi metropolitani, piuttosto. La cittadinanza come spazio conteso, inoltre; nel quale la mobilità, il diritto di fuga dei migranti e dei precari, degli uomini e delle donne invisibili per i partiti e per i sindacati, si confronta con le reti mobili, a geometria variabile, di un imbrigliamento che sogna una migrazione just in time quanto la domanda del mercato e che lavora attraverso dispositivi di rallentamento, selezione differenziata e canalizzazione in grado di mettere di volta in volta al lavoro clandestini, precari ricattabili, intermittenti della cittadinanza.
Una messa al lavoro che è fatta della posa in parallelo di segmenti della forza lavoro appartenenti a differenti ordini del tempo e dello spazio. I circuiti del capitalismo globale, per quanto attiene alla loro territorializzazione nel Nordest italiano e, più in generale, mediterranea, come attualizzazione di una specifica contemporaneità del non contemporaneo. Di una stratificazione, cioè, di differenti qualità della durata. All’interno della quale il massimo della modernità, l’accelerazione più radicale della valorizzazione capitalistica – quella della rete, della logistica, dell’abbattimento dei magazzini e del loro trasferimento su ruota -, convive con il passato solo apparentemente remotissimo, di condizioni semischiavili, o, forse più propriamente, coloniali, di sfruttamento. Cos’altro sono, in fondo, i meccanismi di delocalizzazione che territorializzano lo sfruttamento smantellando le garanzie, erodendo la differenza tra tempo di vita e tempo di lavoro, limando salario, nei mille circuiti segmentati della falsa cooperazione e della flessibilità ricattata in cui il lavoro nero e il lavoro precario si fanno regola, ordine del discorso, stato d’eccezione permanente; quei meccanismi che ritagliano spazi e tempi eterogenei e tuttavia innestati l’uno all’altro – cantieri in cui mettere al lavoro clandestini, officine nelle quali confinare lavorazioni pericolose o «sporche», reparti nei quali opporre l’uno all’altro lavoratori garantiti e intermittenti, lavoro notturno e lavoro diurno lasciando pendere sulla loro differenza tutto il peso della minaccia di una possibile espulsione –, se non dispositivi certo non di esclusione, ma di selezione, di rallentamento, di inclusione differenziata? Dispositivi ancora troppo rigidi, potrebbe dirsi, ascoltando le lamentele delle organizzazioni padronali e prendendo sul serio i loro riflessi nella discussione di chi gestisce davvero il management delle migrazioni a livello europeo. La governance di impresa, molto assomiglia al governo coloniale, nell’ipermoderno Nordest. Anche senza guardare al resto, Ad un’accumulazione che continua ad appoggiarsi sul mercato informale, sui circuiti del mercato della droga e della prostituzione in cui sono direttamente i clandestini a lavorare, al lavoro nero e servile delle badanti immigrate, ai flussi di denaro di un mercato degli affitti che alimenta la spaventosa evasione che olia le ruote di una produzione di ricchezza fatta per buona parte del riciclaggio di proventi di attività illegali, di elusione e di evasione fiscale.
Pensiamo che queste forme della messa a valore, con tutto il carico di violenza che le caratterizzano, rappresentino l’altro lato della riarticolazione del comando. Il suo ritagliarsi spazi e tempi sui cui interstizi scivolare, eccedendo misure e categorie giuridico-formali e amministrative. La governance della regione metropolitana recluta l’impresa, gli interessi economici che le servono da punto di appoggio, i sindacati concertativi, in tavoli di consultazione sui quali la rinuncia alla verticalità dell’atto amministrativo, correlato ad una nozione del «pubblico» ormai interamente decomposta, viene compensata dalla ricontrattazione delle forme e dei circuiti di subordinazione del lavoro vivo; delle forme e dei circuiti, cioè, ai quali incardinare la riorganizzazione e la cristallizzazione delle gerarchie salariali e ai quali far corrispondere differenti livelli di cittadinanza. Accade così che all’interno della catena dei subappalti siano spesso i sindacati confederali a contrattare, separando i lavoratori, sulla ripartizione in segmenti paralleli del lavoro operaio (differenziando tra soci di cooperativa, soci lavoratori, lavoratori a contratto e lavoratori a tempo indeterminato e costruendo in base a questa differenza le agende di riferimento, ad esempio) lasciando che il ricatto che pesa sul lavoro migrante possa garantire il lavoro dei garantiti in fase di bassa richiesta di manodopera, o che le associazioni di categoria degli imprenditori vengano reclutate per risanare il deficit di bilancio del welfare cittadino garantendo loro mano libera sui processi di riorganizzazione di impresa e un peso significativo sulla progettazione complessiva delle infrastrutture e delle reti urbane.
I due casi dai quali abbiamo preso le mosse sono casi emblematici e tuttavia tutt’altro che rari dei processi di ristrutturazione della metropoli. Da un lato, la proliferazione di spazi e di tempi eterogenei che corrispondano alla conclamata impossibilità di ridurre ad un uno del comando le catene della messa a valore permettendo a quest’ultime di ottimizzare le la situazione, di articolare le une alle altre, sfruttandone i differenziali, tipologie contrattuali irriducibili e localizzazioni parziali. Dall’altro, la riorganizzazione «sociale» del comando, il suo farsi compartecipato, il suo reclutare e revocare i propri interlocutori, il suo diffondersi oltre i recinti della produzione, il suo allargarsi sino a coincidere con l’«universale» della cittadinanza, e il suo spingere ai margini, stigmatizzandolo, quanto permane come residuo inassimilabile: il lavoro precario, migrante, quello delle donne, che può essere massimamente messo a valore quanto più se ne possa sfruttare l’esternalità.
Il nuovo terreno di autonomia e di autorganizzazione che le lotte dei migranti e dei precari disegnano nei nostri territori, marcano non soltanto una risposta a questi processi, ma, soprattutto una drastica anticipazione rispetto ad essi. Il passaggio dagli sportelli al sindacato sociale – secondo una formula che meticcia conflitto sul lavoro e lotta per la cittadinanza, nella quale cresce materialmente il comune di un’integrazione frontalmente opposta al lavoro di separazione e di differenziazione agito dalla governance metropolitana – coglie e interseca esattamente questa trasformazione. Da un lato, il concreto autorganizzarsi di un’autonomia. Il farsi «istituzione» dei luoghi di inchiesta e di conflitto come situarsi all’interno dei territori dell’inchiesta e della sua messa a valore. Dall’altro, il costituirsi di un protagonismo, di una soggettività del lavoro migrante e precario, che intercetta il comune a venire, ne definisce i profili, ne enuncia l’incomprimibilità, facendosi vertenza, recupero del reddito, parlando il lessico dei diritti e facendo così saltare la linea di separazione sulla quale ancora insiste la differenza tra tempo di vita e tempo di lavoro, tra pubblico e privato, tra cittadinanza formale e cittadinanza sociale, quella differenza sulla quale si esercita il parassitismo della rappresentanza politica e sindacale. Cos’altro significa il lavoro di autorganizzazione soggettiva dei migranti, tanto sul piano politico quanto su quello sindacale, se non il mettere al lavoro la circolazione delle informazioni, in comunicazione le lotte, il «tradurre» rivendicazioni che altri potrebbe avere l’interesse di trattenere sui terreni ben difesi del diritto o della prassi sindacale, in un comune della presa di parola e della vertenzialità radicale? Come abbiamo potuto venire a conoscenza delle case sfitte da occupare, delle quantità di reddito da recuperare sul lavoro non pagato, su quello estorto con la delocalizzazione delle produzioni, con la strozzatura e il rallentamento nell’erogazione dei permessi di soggiorno; come abbiamo potuto conoscere i punti deboli nel policentrismo della governance metropolitana, nel suo dividersi tra prefetture, camere del lavoro, sindaci e sindacati, se non dal fare sistema dell’inchiesta e del conflitto? Attraversare il livello di istituzionalizzazione delle lotte ha significato per noi aprire situazioni di intervento all’interno delle quali lavorare sulla simultaneità della politicizzazione e dell’autorganizzazione; il fare massa critica dell’inchiesta e della mobilitazione. Forzare la trasformazione del governo in governance e riappropriare uno spazio della partecipazione in cui il protagonismo sociale e politico dei migranti e dei precari determinasse una rottura degli equilibri della concertazione e delle stesse superfici di scorrimento della ricomposizione rappresentativa. I migranti, come noto, non votano. Non hanno governi amici. E precari e migranti i sindacati li usano dentro una dimensione di pratica dell’obiettivo in cui la lucidità si accompagna al più perfetto disincanto. È questa dimensione di libertà, in cui si esprime in altra forma quel diritto di fuga che è la prima molla del movimento migratorio, quella che spacca i perimetri della rappresentanza. È l’eccedenza che nell’autonomia della presa di parola dei migranti e dei precari si esprime, – una presa di parola singolare e moltitudinaria, la cui soggettività in un comune della lotta e dell’insorgenza deve essere conquistata e non può essere semplicemente data per acquisita – ciò che imprime la piegatura, la specifica torsione, che obbliga il potere a contrattare, a ridefinirsi, a partire da una libertà incomprimibile e ingovernabile.
Dare forza costituente a questa libertà, meticciare le lotte, rivendicare i diritti per rivendicare salario e il salario per rivendicare i diritti, significa situarla. Dargli gambe per marciare. Significa organizzare la cartografia in movimento di una metropoli e di un comune in divenire. E, dentro di essa, autoassegnarsi le parte di chi rovescia il tavolo in cui si distribuiscono le parti.