
*Il nome Precog (precari+cognitari) designa quell’insieme di singolarità cooperanti, impegnate per lo più nella produzione immateriale, che vivono costantemente in uno stato di intermittenza lavorativa e reddituale e dunque di frammentazione dei diritti e della vita stessa.
Ma,evidentemente, esso fa gioco sulla sua suggestione divinatoria e, proprio perché il nome precog è espressione linguistica di una intelligenza collettiva che opera direttamente sui ‘codici sorgente’ del lavoro vivo e in tutte le sue diverse articolazioni produttive, esso è riuscito nei mesi passati a esprimere la smisurata ricchezza di un inedito spazio comune caratterizzato, da un lato, dalla presenza microattiva nei territori e nei luoghi più diversi di N/europa e, dall’altro, dalla capacità di pre/vedere e pre/sentire l’eco e l’immagine a-venire di un conflitto moltitudinario che prolifera in ogni segmento della produzione sociale. Precognitaria è dunque anche quell’attività di movimento che permette di anticipare una tendenza dello sviluppo sia del capitale postfordista che delle lotte biopolitiche. Pur non essendo affatto degli integralisti del glorioso paradigma operaista siamo infatti ancora convinti che l’espressione della soggettività tramite il conflitto venga prima e determini lei la contro-tendenza del capitale e del potere. Vi sono leggi fisiche e strutture cognitive delle lotte che non possono essere tra-lasciate, pena la subalternità a un pensiero molle della trasformazione. La rotta pirata nell’arcipelago ribelle allora non può che prendere il largo a partire da un evento di questo tipo, ovvero da un conflitto costituente, da un’ontologia della sovversione.
*L’EuroMayDay è stata probabilmente la più intensa delle molteplici visioni precognitarie riguardo il conflitto sul terreno del lavoro postfordista e in questo modo - facendosi cioè evento concreto, incarnandosi nell’attualità - ha piegato la direzione del tempo dominato dal capitale, dandole la forma di un ciclo.
Il ciclo, infatti, è la forma che maggiormente si presta a identificare l’architettura temporale delle lotte. Ogni lotta locale – nel senso di lotta ‘situata’ e non certo in quello di localistica - una volta attivata la sua singolare temporalità e quindi una produzione adeguata di soggettività, ha possibilità di divenire ciclo e dunque di assurgere a lotta generalizzata.
La scommessa dell’oggi, il tiro di dadi che ci apprestiamo a ri-lanciare, riguarda così non il futuro dei precognitari e nemmeno il passato dei diritti da difendere bensì il potenziamento di una immaginazione costituente all’altezza della sfida che il modo di produzione postfordista oggi pone a livello globale: l’alternativa, se così ancora si vuole chiamare la modifica pratica del tempo di vita ovvero della forma della vita stessa, concerne cioè l’apertura di una moltitudine di linee di fuga dall’interno stesso dello spazio di comando capitalistico sulla produzione sociale. Significa cercare il punto di rottura del tempo lineare, quello del comando, per farlo esplodere in una fantasmagoria di linee di fuga al fulmicotone e scoccare la freccia del tempo cercando di colpire nel centro del ciclo di lotta per aprirlo a ulteriori incarnazioni.
Le linee di fuga sono a loro volta caratterizzate da differenti forme, tempi e percorsi: mai lineari, sempre irregolari, spiraliformi o poliedrici, frattali, contenenti però un telos, un fine immanente alla linea di fuga stessa. E ogni ‘fine’ determina la produzione di nuove linee, la proliferazione di nuovi percorsi di espressione.
È importante dire che, sebbene le linee di fuga siano potenzialmente infinite, ve ne sono alcune - attualmente in proiezione sui principali schermi precognitari - che sono dirimenti, intensive, inclusive, ricomponenti, costituenti, dirompenti; insomma attivano un programma che oggi si dice metroadicale, biopolitico e comunque postsocialista e una volta si sarebbe detto rivoluzionario. Ma non vi è opposizione tra i termini, se per rivoluzionario intendiamo un insieme di singolarita in movimento che mentre distrugge lo stato di cose presenti crea le condizioni di possibilità di un’altra democrazia e un altro mondo caratterizzati dall’essere realtà molteplici e comuni allo stesso tempo. L’innovazione del concetto di rivoluzione non è contenuta in una rifondazione impossibile del “soggetto” della rivoluzione ma nel fatto che essa si apre e si moltiplica in ogni singola relazione di potere disseminata nello spazio oltremisura dell’Impero: dai singoli territori allo spazio globale, dalle relazioni tra singoli individui a quelle tra comunità, non c’è soluzione di continuità in questo senso. Nel tempo multiplo dell’Impero e della Moltitudine vi sono le rivoluzioni e le soggettività, a differenza del tempo dello Stato-nazione e del popolo in cui valeva la rivoluzione e il suo soggetto. Le rivoluzioni e le soggettività sono differenti, molteplici, ma si presentano nel mondo ciascuna come singolare espressione di una potenza comune. Le rivoluzioni dell’oggi sono possibili dentro un federalismo dei soggetti e delle lotte, tramite una moltiplicazione delle relazioni produttive tra diversi, all’insegna di un’etica dell’attivismo entro la quale disegnare l’autonomia delle differenti comunità e delle singolarità individuali.
Ambizione e scopo delle lotte sociali dell’oggi crediamo non consista nel conquistare il potere e neanche nel vecchio sogno anarchico di abolirlo, tantomeno di eleggere qualcuno a rappresentare il movimento in un qualche emiciclo; piuttosto consiste e insiste nella liberazione e materializzazione immediata della dinamica sensuale dei desideri, della potenza costituente degli affetti, dell’incommensurabile forza produttiva della cooperazione sociale. Nel porre la vita, ogni vita, a fondamento dell’esercizio collettivo di una democrazia assoluta.
*Precognitari è dunque uno dei nomi possibili per indicare una composizione sociale di classe a livello tecnico, politico e antropologico. Precog è un concetto di classe. Ed il perché di questo ‘fatto’ è molto semplice, come è di regola nella storia sempre rinnovata delle lotte sociali.
Il precognitario - che egli sia un operatore simbolico o un migrante, uno studente o un intermittente dello spettacolo, un operatore sociale o chiunque altro inventi e manipoli segni, simboli, linguaggi, relazioni e affetti - è uno sfruttato; vive una condizione nella quale c’è un comando al quale è costretto a sottomettersi, deve ubbidire a un insieme di norme, di leggi e di regole che, per quanto flessibili possano essere o apparire, lo ingabbiano in una situazione che non trova altro nome vero che sfruttamento. Disobbedire allo sfruttamento, sabotare il funzionamento della norma, rifiutare la sottomissione al lavoro comandato, esprimere conflittualità nella metropoli diffusa, decostruire le narrazioni imperiali, operare una microfisica dei poteri e dei saperi per metterli sotto scacco; mille e mille sono i modi di opporsi positivamente allo stato di cose presenti ma, come accenavamo poco fa, l’efficacia di un ciclo di lotte si misura dalla capacità di costruire e perseguire collettivamente un programma comune, ovvero dall’anticipare la tendenza afferrando con forza la possibilità di praticare alcune linee di fuga, quelle più potenti. Questa dell’efficacia è anzi l’unica misura accettabile da un movimento precog, in quanto è segno di una democrazia che nasce e viene costantemente controllata dal basso, dal di dentro del desiderio comune. Ogni altra misurazione (dalla “rappresentanza” al “salario”) è tendenzialmente nemica delle moltitudini produttive.
LINEA DI FUGA 1: REDDITO (UNIVERSALE E INCONDIZIONATO)
La conquista, o meglio la riappropriazione di reddito è non solo una storica rivendicazione dei movimenti che dalla fine degli anni ’70 passando per le Tute Bianche fino a oggi, certo declinata in maniera diversa, ci ha accompagnato come discriminante essenziale - in quanto formula il problema della riproduzione del lavoro vivo in termini decisamente di rottura rispetto al paradigma socialista (quello dell’etica del lavoro, del sacrificio, del salario come compenso dello sfruttamento “giusto”) - ma soprattutto segna un punto di non ritorno in relazione a ogni lotta sociale che punti a sfondare l’attuale regime di sfruttamento.
Che si chiami lavoro a progetto o a chiamata, a singhiozzo o flessibile, intermittente o a salti, che la Legge faccia 30 o 31, la questione rimane invariata, comune: i padroni devono pagare tutto il tempo di vita perché il capitale opera una captazione del valore prodotto dall’attività umana in ogni singolo momento del suo svolgimento biopolitico, che sia “sotto contratto” o meno. Perciò rifiutiamo che valga ancora l’arcaica “misura del valore”: il valore dell’attività produttiva, occupando tutto il tempo di vita ed essendo frutto della cooperazione, è smisurato. Non esiste più una giornata lavorativa standard da misurare come lo si facevo fino a trenta anni fa, nella maledetta fabbrica fordista. Esiste una fabbrica diffusa, una rete spaziale e temporale di valorizzazione senza contorni definiti, una infinita filiera produttiva attraverso cui il comando capitalistico si nutre parassitariamente dell’espressione dell’intelligenza e degli affetti della moltitudine e lo fa sempre, continuativamente, senza limiti di spazio o di tempo. Lo sfruttamento individuale è oggi direttamente connesso a quello sull’intera società, anche perché ogni individualità è di per sé una macchina biopolitica che produce continuamente beni materiali e immateriali attraverso la rete costituita dalle relazioni tra singolarità: siamo tutti e tutte esseri che producono differenze e relazioni e dunque libertà e democrazia in potenza, ovvero quei fattori che bisogna imporre come funzioni regolatrici assolute dell’altra società. I nuovi sistemi di welfare, a partire da quelli municipali, devono dunque essere inventati, attraversati e investiti da una filiera di lotte che abbiano come fine l’erogazione incondizionata di un reddito d’esistenza a ciascuno e a tutti, al di là di ogni forma o norma dell’ormai devastato e inservibile diritto del lavoro novecentesco. La moltitudine è il lavoro vivo e questo basti. Vogliamo un reddito che sia universale nel senso che annulli ogni divisione artificiale, come quella tra cittadini d’hoc e non o tra uomo e donna: un reddito universale e incondizionato a favore del ‘comune’, ovvero di tutti quegli esseri che insieme producono ricchezza.
LINEA DI FUGA 2: DIRITTI (UNIVERSALI E INCONDIZIONATI)
La linea di fuga dei diritti è molto delicata poichè si rischia spesso di cadere nel formalismo o nell’essenzialismo se non si ha ben presente che essi possono essere rivendicati dalla moltitudine solo se sono frutto dell’elaborazione comune prodotta dalle e nelle lotte: i diritti non sono il Diritto.
Per questo ci sembra che il primo dei diritti da esercitare praticamente, prima ancora che venga formalizzato, debba essere identificato nel diritto alla resistenza; perché è tramite la resistenza contro la violenza del potere che possiamo salvaguardare tutti gli altri diritti, a cominciare dal diritto a vivere.
Tutti noi, che a Genova abbiamo vissuto la più grande sommossa poliziesca contro la moltitudine dell’Europa postmoderna, sappiamo che solo il riconoscimento del diritto a resistere dal basso alla violenza di stato e alla violazione dei diritti umani può permettere l’esercizio delle pratiche di conflitto dentro una dinamica di democrazia concreta.
Ma il diritto a resistere si declina in molti modi: nel resistere al razzismo e allo sfruttamento della cooperazione sociale, al patriarcato e a ogni forma di discriminazione basata sul genere, alla guerra e alla devastazione ambientale, all’obbligo di studiare e ricercare ciò che vogliono i potenti e i signori del profitto.
Per tutto ciò è necessario che il diritto alla resistenza abbia valore universale perché, ad esempio, è legittimo resistere qui, con i nostri corpi, per difendere quelli di bambini, donne e uomini che altrove sono vittime della guerra. E che sia, quello alla resistenza, un diritto incondizionato, ovvero legittimo ogni qual volta si presenti una situazione di pericolo e di minaccia per la moltitudine.
Per ciò che riguarda i diritti sociali noi precognitari rivendichiamo la flexicurity, cioè una serie di garanzie riconosciute pubblicamente che pongano ciascuno nella condizione di essere flessibile senza essere subalterno al regime di precarietà imposto dall’alto, ossia il diritto a scegliere in autonomia l’attività da svolgere e non viceversa, quando cioè è il mercato a scegliere quando, cosa, come e perché devi lavorare.
Flexicurity sta quindi per diritto al reddito, alla casa, ai trasporti, alla salute, alla cultura, all’autorganizzazione, a tutto ciò di cui necessita la moltitudine produttiva per garantire la propria riproduzione sociale e l’estensione di pratiche di libertà.
Diritto di resistenza e flexicurity alludono dunque al diritto incondizionato della moltitudine a decidere su di sé, cioè al diritto alla decisione comune su ciò che è fondamentale per condurre una ‘buona vita’, per la produzione della società e per la sua stessa sicurezza.
LINEA DI FUGA 3: DIGNITÁ (UNIVERSALE E INCONDIZIONATA)
Ciò che intendiamo per dignità non è certo qualcosa che può essere regolamentato dalle istituzioni o contrattata con i suoi rappresentanti. In questo senso la dignità è davvero l’incondizionato per eccellenza poiché solo una vita dignitosa è una vita che vale il suo nome. La dignità viene prima di ogni legge e di ogni diritto formale, è la sostanza etica che fonda il riconoscimento dell’altro e insieme l’affermazione di sé in quanto cittadini cosmopoliti dotati di una umanità indivisibile, irriducibile e incedibile. La dignità è critica pratica del Diritto.
La dignità è ciò che permette di opporsi a qualunque tentativo del potere di ridurre il nostro essere a ‘nuda vita’, a carne senza senso magari da rottamare nella guerra. Dignità è quell’ethos che abbiamo imparato camminando e domandando a fianco degli indigeni del Chiapas e dei figli della Palestina, dei militanti del comune dall’Africa all’Asia e dall’Europa alle Americhe, di quelle donne che ogni giorno, ovunque, sfidano natura e cultura per affermarsi come esseri liberi e autonomi.
Dignità è ‘andarsene’, esodare insieme alla moltitudine dei poveri che, sempre e ovunque, sono la speranza di dignità del mondo.
In questo ulteriore senso la dignità è sempre frutto di una lotta compiuta fuori ma anche dentro di sé, fuori ma anche dentro la comunità, fuori ma anche dentro la propria cultura.
Come precognitari, come donne e uomini che lavorano con il linguaggio e gli affetti e che lottano per una vita, un’ Europa e persino un mondo che valga la pena, crediamo che la dignità sia il denominatore comune della nostra soggettività ottenuto attraverso il massimo comune denominatore delle lotte che sapremo produrre e vincere. È per questo che abbattere un CPT, sabotare la guerra, occupare una casa, produrre socialità liberata, organizzare spazi di produzione di senso, riappropriarsi del tempo di vita e della ricchezza, sono atti di dignità prima ancora che qualsiasi altra cosa nominabile con il vocabolario tradizionale della politica, pur fosse di “sinistra”. Siamo altro, facciamo altro: la nostra è una biopolitica della dignità.
Liberté, Egalité, Flexicurité!
GlobalBeach, Venice, N/europe, PointBreak from 9/1 to 9/11 ‘004