"Sovvertire il presente verso la democrazia globale: progetto della moltitudine". Seminario a Venezia

20 novembre 2004 ore 14.00, Aula Magna di Architettura - IUAV Tolentini, Venezia

Venezia - Sabato 20 novembre 2004
Per iscrizioni e informazioni:
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A tutti/e quelli che hanno condiviso il cammino comune nei movimenti di disobbedienza, resistenza e ribellione

Da Globalproject
"Sovvertire il presente verso la democrazia globale: progetto della moltitudine".
Venezia
20 novembre 2004 ore 14.00
Aula Magna di Architettura – IUAV Tolentini

Nel cammino incessante di tutti alla ricerca di come stare in questo mondo senza rassegnarsi ad esso, senza divenire collaborazionisti o analfabeti funzionali della vita, ci sono alcuni episodi dell’ultimo periodo accaduti su scala globale e locale, che sembrano fatti apposta per indicarci qualcosa. Sono sia degli allarmi, come i segnali lampeggianti dei firewall quando c’è un attacco virale al computer, sia degli sprazzi di luce che rendono nitido, per poco, ciò che ci siamo quasi abituati ad osservare sempre confuso ed offuscato.
Alcuni ci erano arrivati tempo fa con l’introduzione nel dibattito politico del movimento che arrivava da Genova, di virus-killer, camuffati da posizioni culturali ma in realtà tutti funzionali a limitare o distruggere l’autonomia del movimento. Così abbiamo visto scorrere le campagne orchestrate da Bertinotti su violenza/nonviolenza e Guerra/terrorismo, che oggi sappiamo, tutti, cosa rappresentano.
Non certo l’apertura di confronto tra posizioni diverse, ma il tentativo di imposizione di un pensiero unico, compatibile con ciò che l’Impero concede, cioè con un posto nel tribunato democratico previsto dalla costituzione imperiale stessa.
Non si trattava semplicemente di una strategia nostrana di contenimento ed utilizzo per fini elettorali del movimento ( come pure è stata ), ma di un filone di pensiero globale, che unisce da Bertinotti a Susan George, da Ramonet ai rappresentanti più quotati delle mega-ong, dai funzionari dei partiti comunisti-trozkisti ai capi dei sindacati ufficiali. Sintetizzandolo in due punti, da un lato per questi esponenti politici che si sono impossessati dei forum ovunque, bisognava mettere tra parentesi le fasi di scontro costituente sostenute dai movimenti a Seattle, Praga, Goteborg, Genova.
L’accumulo di esperienze fatte sui temi del diritto ad esercitare la resistenza moltitudinaria contro la violenza brutale della repressione delle polizie globali, o a violare la legalità decretata da chi comanda, andava congelato. Invece di approfondirne i significati, elaborarne i limiti e trovare delle indicazioni nuove, bisognava demonizzare la naturale e fondamentale propensione a difendersi dalla polizia, e a non rassegnarsi all’applicazione da parte del potere della nuda forza militare come deterrente al conflitto. Così la disobbedienza, per questi signori, è divenuta testimonianza, o nel migliore dei casi, tecnica formale. La resistenza o la pratica dell’illegalità diffusa contro la guerra è diventata violenza, o nel peggiore dei casi, terrorismo. Dall’altro, bisognava ricondurre alla politica la biopolitica del movimento: tornare all’autonomia del politico, separare il movimento di moltitudini dalle sue pratiche di vita in comune.
In sostanza rimettere in gioco l’idea che questo è il mondo migliore possibile comunque ed è solo necessario cambiare i suoi dirigenti o ammodernare le sue istituzioni. Separare cioè il conflitto, derubricandolo a protesta e denuncia, dalla necessità di costruire nuova vita sociale, nuove comunità, pratiche di autogoverno e autodeterminazione. Insomma bisognava ricondurre a più miti consigli la carica sovversiva che emerge sempre nei cicli alti di movimento, che nella postmodernità mettono in crisi il sistema dei partiti e della rappresentanza proprio per questo, perché affermano la natura politica della vita sociale.
Il recente Social Forum ufficiale di Londra ha reso evidente come questo filone di pensiero (che si traduce poi anche in pratiche burocratiche, verticistiche e collaborazionistiche) abbia decretato la fine dell’originale contropotere che questi luoghi di incontro ed elaborazione collettiva di movimento rappresentavano. La definizione di The Guardian nei giorni del Forum ci sembra azzeccata: le “olimpiadi della politica”.
Un rito con regole e recinti, dove mentre si svolge un workshop sulla rivoluzione, si chiede alla polizia di arrestare i contestatori. Dove mentre si ringrazia il sindaco di Londra, Ken il rosso, non si nomina nemmeno il fatto che egli comanda una città completamente videosorvegliata e dove per uno slogan puoi finire in carcere. Dove sotto al palco del forum vi sono agenti che arrestano i relatori scomodi, senza che nessuno muova un dito ( è successo anche questo, incredibile ma vero ).
Ma questi sono allarmi che ormai tutti, tanti, riconoscono. Ed infatti cominciano a disertare questi luoghi, sempre più simili a congressi di questa o quella internazionale.
Un discorso diverso potrebbe essere fatto sui forum che si svolgono al sud del mondo, nei paesi poveri. Sono certamente più genuini, ma anche lì ormai, la strategia del controllo ha messo le mani: lo denuncia tra gli altri Arundhati Roy, che sottolinea come l’ong-izzazione del movimento sia un rischio concreto.
Da questo prendiamo spunto per andare ad un altro segnale: la vicenda dei mercenari e delle due Simone. Durante il sequestro dei mercenari è apparso in tutta la sua evidenza lo stato mentale confuso e per questo facilmente manipolabile, di molte parti di movimento, e di quello che era il suo crosspoint temporaneo (anche se qualcuno lo crede stabile e statico), il gruppo di continuità. E’ mai possibile manifestare, battersi, andando addirittura dal Papa, per la liberazione di mercenari in armi pagati per ammazzare gente in Iraq?
E’ mai possibile che non si riesca a dire che la fine delle sofferenze per i civili irakeni passa per forza attraverso l’autodifesa, anche in armi, dagli eserciti di occupazione governativi o privati che siano?
E che comunque quello che era accaduto era il minimo che possa capitare a chi va in Iraq a fare la guerra, al di là quindi di ogni valutazione etico-politica sui sequestratori?
Eppure quella vicenda è stata utilizzata, ancora una volta, per mettere le briglie ai movimenti contro la guerra, in particolare in Italia: si è rispolverata addirittura l’unità nazionale, che con la vicenda delle due Simone, ha avuto il suo trionfo. Ad accogliere le due ragazze a Roma, e quella scena a molti di noi resterà per sempre negli occhi, vi erano da Berlusconi a Fini ai generali dei carabinieri. Il fior fiore dei criminali.
Tutto è stato gestito dal funzionario dei servizi che dirige la Croce Rossa Italiana, la più militare e governativa di tutte.
E tutto per rafforzare l’idea che effettivamente la guerra dell’Impero è contro il terrorismo dei barbari. E tra guerra e barbarie, tra marines e tagliatori di teste come ha detto Barenghi dalle colonne del Manifesto, o Ingrao, bisogna stare con i marines. Una vicenda anch’essa manipolata ad uso e consumo del pensiero unico anche dentro i movimenti.
La riflessione invece su che ruolo abbiano, dentro la logica imperiale, le ong autorizzate dal comando militare americano a stare in Iraq, per fortuna la fa sempre Arundhati Roy, che definisce in maniera chiara, al di là della generalizzazione sulle singole associazioni, una strategia di comando che utilizza le ong, ovunque vi siano guerre, massacri, repressione.
L’analisi su questa linea strategica è importante, perché ci introduce a quella che sarà probabilmente la fase successiva della gestione della guerra in Iraq, quella umanitaria o multilateral.
I processi di legittimazione dell’uso della violenza da parte del potere passano attraverso questo: da un lato la mascheratura umanitaria, o morale, o etica. Dall’altro l’inevitabile scelta tra guerra o barbarie, guerra democratica o terrorismo barbarico.
Nei movimenti invece l’abbandono dei concetti di intervento nei luoghi di guerra come appoggio alle resistenze locali e diretto sabotaggio della macchina poliziesca globale, devono far posto all’intervento umanitario embadded, cioè controllato e diretto da chi conduce la guerra o dai governi fantoccio di cui si dota. Quello che qualche analista comincia a chiamare il “militariato”.

Attorno a questi segnali, si può stare a guardare. Si possono aspettare tempi migliori, oppure, come è nel nostro stile, si può ricominciare a camminare, e a domandare. Quello di Venezia è uno spazio pubblico di movimento che diamo come contributo ad una ricerca e ad una sperimentazione che deve continuare. Che si afferma come circolazione e messa in comune di un pensiero non addomesticato, eretico, che non è politically correct ma allo stesso tempo molto approfondito e solido.
E’ un piccolo frattale nel mosaico che dobbiamo continuare a comporre, nonostante l’assordante pessimismo che il mondo contemporaneo scarica sul futuro, per creare un orizzonte verso cui correre.
E’ un’istinto, quello di cercare, di non accontentarsi di ciò che ci impongono di pensare, che ci accomuna a tanti in tante parti del mondo.
Questo filone di pensiero, questi nodi della discussione, sono globali e appartengono a tutti coloro che non hanno sostituito il desiderio con il calcolo, la speranza con la convenienza, l’indignazione e la rabbia con l’opportunismo. Questi sono tutti invitati.

Le parole chiave
Guerra

Una nuova fase si è aperta. Essa è tragicamente segnata dalla guerra civile planetaria come dimensione permanente: fondandosi infatti su un livello di ineguaglianze ed ingiustizie sociali senza precedenti, il progressivo costituirsi della sovranità imperiale si dibatte infatti in un tale groviglio di contraddizioni e conflitti, da richiedere come dimensione strutturale di governo un permanente “stato d’eccezione”, la guerra come categoria ordinativa, che permea di sé l’insieme delle relazioni sociali, interne ed esterne e che, al tempo stesso, mira a produrre la normalità dell’eccezione ed una soggettività ad essa assuefatta.
La definizione di guerra civile risulta più adatta di ogni altra alla dimensione della guerra globale permanente.
Innanzitutto perché la guerra postmoderna è guerra contro i civili: il 95 per cento delle vittime sono sempre civili, in ogni scenario, piccolo o grande, attraversato dalle azioni di polizia imperiale.
Ma in particolare per la trasformazione che questa fase della costituzione dell’impero ha prodotto sul concetto di guerra. Non più guerra tra stati per la sovranità, ma scontro armato dispiegato globalmente per la conquista di quote di dominio all’interno di un’unica gerarchia imperiale. Gli attacchi al Pentagono o alle Twin Towers di New York dell’11 settembre 2001, non hanno né creato né modificato sostanzialmente questa situazione globale, che ha i suoi picchi bellici nell’Europa dell’Est (a partire dall’ex-yugoslavia) fino alla Cecenia, l’Africa dalla Sierra Leone al Sudan, il medioriente, dalla Palestina all’Iraq, l’asia, dalle Filippine a Sumatra, l’america latina, dalla Colombia alle regioni del sudest messicano.
Il diritto internazionale è stato irreversibilmente distrutto dalle fondamenta. La guerra è divenuta stato d’eccezione permanente. Ma essendo globale informa di sé ogni relazione sociale, in ogni angolo del pianeta. Cambia le sue intensità, a seconda che scarichi la sua violenza al sud o al nord del mondo, ma agisce come dispositivo unico.
I dispositivi securitari sperimentati a Londra dai compagni che contestavano il social forum ufficiale (obbligo del prelievo del DNA ai fermati dalla polizia) sono perfettamente in sintonia con l’uso degli aerei killer israeliani radiocomandati, che volano sopra i campi profughi palestinesi in attesa di lanciare i loro missili. Le deportazioni collettive di migranti ammanettati da Lampedusa ai campi di concentramento tunisini, hanno a che fare con Guantanamo e le torture riservate ai prigionieri senza status degli americani. Formalmente si tratterebbe di stati d’eccezione, ma in realtà essi sono la norma, universale, imposta dal dominio.
Tuttavia, a tanta arroganza, autoritarismo e violenza che contraddistingue l’attuale fase dello sviluppo capitalistico imperiale, si registrano livelli di crisi senza precedenti: crisi di legittimazione dell’uso monopolistico della violenza da parte del comando, crisi economiche di proporzioni gigantesche come quella statunitense e del dollaro, crisi nella capacità di controllo delle forze e dei mezzi della cooperazione produttiva. E’ indagando questi livelli di crisi e assumendo lo stato di guerra globale come condizione data e permanente, che è possibile ripensare una teoria ed una pratica di ribellione e rivoluzione nel nostro tempo.

Moltitudini

Se il dominio è costretto a mettere in campo l’esercizio brutale e diretto della nuda forza, ciò avviene a fronte della verificata impraticabilità di qualsiasi ipotesi riformistica di comando su scala globale.
La maturità della cooperazione sociale delle moltitudini produce e riproduce oggi continuamente il mondo, come dimensione comune, naturale e artificiale al tempo stesso, prima, seconda, terza ed ennesima natura dell’umano, in modo tale da eccedere inevitabilmente qualsiasi forma di eterodirezione, di comando che vi si voglia sovrapporre ed espropriarla.
La moltitudine è l’insieme diffuso di singolarità che producono le condizioni di una vita comune: è una sorta di “carne sociale” che si autorganizza in un nuovo corpo sociale. Ciò definisce il carattere immediatamente biopolitico della produzione moltitudinaria del comune. E ciò spiega come tale autonoma e complessa processualità risulti sempre più difficilmente afferrabile dal dominio e dallo sfruttamento.

Resistenze

E’ del tutto evidente come, stante la propria insensatezza e intollerabilità, i ripetuti tentativi di ricondurre sotto comando la produzione biopolitica del comune, non possano che generare il moltiplicarsi delle resistenze da parte delle moltitudini. Questo accade in ogni momento e in ogni luogo del pianeta, assumendo però forme e modalità estremamente diversificate. Le nuove lotte sociali contro la precarietà, insieme alle pratiche individuali di sabotaggio del controllo, di socializzazione della creazione, di violazione dei codici di sicurezza, intralciano le politiche neoliberali di regolazione dei mercati e creano nuove forme di comunità in esodo, perennemente inseguite da agenti Smith. Così come l’insorgenza delle popolazioni sotto occupazione militare inceppa il meccanismo della guerra imperiale, fino a mettere seriamente in crisi le macchine belliche più potenti del mondo.
Se, per un verso, le resistenze rappresentano l’inevitabile risposta, la reazione alla guerra permanente, alla violenza con cui il dominio investe la vita comune, esse, per divenire costituenti, devono essere anche un momento immediatamente creativo, produttivo di nuova realtà: in questo senso, le resistenze vengono prima del potere, lo destrutturano e creano la possibilità che si sviluppino rapporti sociali ad esso alternativi. Senza resistenza, senza affermare dal punto di vista teorico e pratico il diritto ad esercitarla, non vi è perciò “altro mondo possibile”.

Democrazia

Così come è stata pensata e realizzata negli ultimi due secoli, la democrazia è finita: il tentativo di imporre un nuovo ordine globale fonda e legittima il suo potere sulla guerra e, di conseguenza, degrada e sospende tutti i dispostivi democratici.
La crisi della rappresentanza e la corruzione delle forme della democrazia delegata investe tutti gli Stati nazionali del pianeta. Ciò avviene, paradossalmente, proprio nel momento in cui più forti che mai sono il desiderio e la necessità di democrazia e libertà delle moltitudini.
Pace e democrazia, rifiuto della guerra globale permanente e radicale domanda di autodeterminazione e autogoverno, nella loro semplicità difficile a farsi, sono le parole d’ordine fondanti i movimenti della moltitudine. Le moltitudini pretendono di decidere del proprio presente e del proprio futuro: la ricerca costituente delle nuove forme di questa democrazia incondizionata e assoluta è del tutto aperta. Ma essa è l’orizzonte irrinunciabile di trasformazione radicale del mondo, in cui convergono e trovano sintesi la potenza produttiva, cooperante e biopolitica, del comune e il desiderio di libertà delle singolarità, che compongono la moltitudine.

relazioni di:

-  Toni Negri

-  Naomi Klein

-  Franco Piperno

-  Arundhati Roy (video-intervento)

-  Angel Luis Lara

Sabato 20 Novembre 2004 inizio ore 14.00

Il programma è diviso in due parti e prevede nella prima lo svolgimento delle relazioni e in seguito, verso le ore 18.30, l’avvio della seconda parte con un question time in cui una serie di giornalisti e attivisti di movimento porranno delle domande ai relatori.
Tra la prima e la seconda parte break con “aperitivo di SanPrecario” organizzato dagli sportelli degli invisibili - rete del precariato sociale.
E’ previsto il servizio di traduzione simultanea.

Vogliamo garantire a tutti una ospitalità dignitosa, sia per quanto riguarda posti letto, sia per la fase del convegno seminariale.
E’ per questo che vi chiediamo di prenotarvi all’indirizzo mail della segreteria organizzativa:

moltitudinive2004@globalproject.info