Trascrizione dell’intervento di Toni Negri al NoWork Festival ottobre 2004

Lunedì 8 novembre 2004
Mi sembra di essere strano qui... davanti a tutti questi microfoni. Devo dire che la prima volta che mi sono trovato a parlare a Milano nel ’68-’69 non c’erano microfoni, quando sono arrivato da Padova però ero qui davanti con l’opuscolo di Porto Marghera.
Ero esattamente dall’altra parte della strada col volantino che diceva cinquemila lire uguali per tutti. Era una rivendicazione di uguaglianza salariale nelle lotte, quella rivendicazione che poi si impose nell’autunno del ’69 e che divenne una delle grandi forze, scusate l’esagerazione, una delle grandi forze della costituzione dell’impero, vale a dire che è stato proprio attraverso queste lotte così localizzate e così determinate - viale Sarca, Alfa Romeo di Arese, viale dell’Industria a Marghera, porta 2 e 3 della Fiat, più le migliaia di altre che in Europa, negli Stati Uniti e nel mondo, pensate solo al miracolo incredibile dell’ABC di Sao Paulo - sono quelle che hanno determinato il passaggio ad una nuova forma nell’organizzazione del capitalismo. Hanno dimostrato che a livello dello Stato-nazione la pressione della classe operaia, la capacità della classe operaia di battersi come soggetto cosciente dei propri diritti e del proprio lavoro (il diritto è sempre una conseguenza del lavoro che si fa, è sempre una conseguenza dell’attività che si dà al sociale), ecco queste battaglie hanno determinato l’impossibilità per lo Stato-nazione di controllare i movimenti e lo sviluppo. Queste lotte hanno determinato una enorme internazionalizzazione nuova che si è chiamata globalità, globalismo.
In questi 30 anni che ci dividono da quei gloriorosissimi anni milanesi, non solo per me ma per molti di voi che ho riconosciuto oggi venendo qui, ecco in questi 30 anni si è realizzata una nuova enorme possibilità di lotta ed una nuova enorme possibilità di comunismo. Oggi parliamo evidentemente non più di lotte di classe operaia ma di lotte di strati, diversi, sociali - il nome moltitudine che si applica a questa complessità di singolari forze capaci di sviluppare lotta è un nome che può essere cambiato in ogni momento, è un nome semplicemente di uso: è una formula che si usa. Quello che è importante sono i contenuti di questo processo. I contenuti sono quelli che hanno allargato enormemente la capacità di lotta e la capacità di incidenza dei movimenti sociali, dei movimenti organizzati attorno al lavoro.
E’ il lavoro, è la lotta contro lo sfruttamento, è la lotta contro quella che è la depossessione sistematica e continua che il capitale sviluppa nei confronti dell’energia di riproduzione sociale, di fronte all’energia, scusatemela parola, di amare e di riprodurre il mondo.
Questa storia dell’amore: quando dico l’amore non è solo il fatto romantico di andare a letto insieme ad una signora che si ama ma che è una delle forze fondamentali che reggono il mondo nel rapporto tra gli altri e che determinano la cooperazione, ecc. Tutti mi prendono per il culo quando dico questo a me piace perché io penso veramente che questo elemento di amore, di predisposizione alla costruzione di cooperazione sulla base di affetti costituisca la stessa ragione per la quale noi siamo in società e che la società non ci sono in quanto imposte dal capitale, dallo Stato, dalle categorie funzionanti come quelle che sono appunto il popolo, le organizzazioni che le costituzioni prevedono, ma siano appunto questa disposizione a stare insieme, questa capacità che abbiamo di sentire i bisogni di noi stessi e di tutti gli altri che costruiscono un po’ quella che è la forma di vivere e soprattutto la ragione, il motore della trasformazione del vivere.
Nelle nostalgie milanesi, nostalgie di amori milanesi, davanti alla tematica dell’uguaglianza salariale alla Pirelli, all’Alfa Romeo e via di questo passo vediamo quali sono oggi i problemi che si pongono in generale nella nostra vita politica e sociale.
E’ fuori di dubbio che con questo passaggio enorme verso la globalizzazione il capitale ha anche determinato nuove forme di comando che anticipano l’organizzazione del consenso, l’organizzazione del lavoro a livello sociale e industriale. Oggi noi ci troviamo in una situazione in cui il "disorientamento capitalistico", dentro questo passaggio alla globalizzazione, determina nuove forme di comando che si chiamano, in maniera breve ma sostanziale, GUERRA.
Oggi il capitale non può comandare a livello mondiale sul terreno generale della globalizzazione se non attraverso strumenti di guerra, lo dimostra in maniera esemplare il paradigma con la guerra irakena ma lo dimostra anche attraverso quello che è la sistematica e continua violazione delle istituzioni e delle regole borghesi che il capitale si era dato a livello nazionale e cioè a livello di politica nazionale, a livello di comunicazione, a livello di concessione o repressione dei diritti, lo dimostra quindi in tutto l’insieme, la panoplia, di quelli che sono i suoi strumenti di intervento.
D’altra parte il capitale è ragionevole nel ricorrere alla guerra in questa situazione. Le leggi che reggevano la sua capacità di dominio, quelle leggi che si legavano alla gestione dell’organizzazione del lavoro della classe operaia, in quanto classe produttrice fondamentale, sono cadute. Oggi la produzione non avviene più semplicemente sul terreno della fabbrica; già dagli anni ’70 l’avevamo cominciato a capire e in parte praticato che le mura delle fabbriche cadevano, che i processi di riproduzione sociale e i processi di cooperazione sociale diventavano sempre più importanti dal punto di vista della valorizzazione del capitale. Che il capitale non poteva più vivere semplicemente sulla disciplina di fabbrica ma doveva allargare il suo dominio attraverso il controllo sociale complessivo.
Ed è questo passaggio, che ormai si è dato, ha determinato una misura di questo sviluppo e di questo sfruttamento che ormai confonde le zone geografiche del mondo, di questo sviluppo nello sfruttamento che confonde i soggetti sociali dello sfruttamento stesso.
Il "sapere" è una cosa che veniva richiesta dalla classe operaia. Nessun operaio voleva che suo figlio avesse la stessa vita di merda che aveva lui, alzandosi alla mattina alle 5 per andare a lavorare. Ogni operaio chiedeva che suo figlio diventasse un lavoratore mentale, che diventasse qualcosa di più, che avesse un salario che potesse coprire i suoi bisogni di vita, senza quella fatica bestiale che era legata alla taylorizzazione del lavoro, alla sua sistematica suddivisione astratta, all’alienazione determinata che si dava in ogni momento della sua vita: dentro e fuori. Voleva di nuovo che la sua capacità di amore non fosse limitata da limiti astratti. Ecco dunque che oggi il capitale si trova in una situazione nella quale non ha più misure e forme di organizzazione.
Finanziarizzano! giocano le misure dello sviluppo del mondo su quelli che sono i ritmi della borsa, giocano le dimensioni monetarie come dimensioni fondamentali nel controllo della produttività sociale. Sono tutti elementi che sono completamente superficiali e vanno al di là e importano nuove contraddizioni rispetto a quello che lo sviluppo capitalistico esigerebbe e cioè una misura precisa del lavoro, del lavoro sociale.
Questa misura non esiste ed è dentro questa crisi che si determina quella che è questa ferocia di guerra. E’ solo la forza che può risolvere i problemi di dominio, i problemi di dominazione, è solo la forza che in mancanza di qualunque altro criterio razionale, che sia questo più o meno strumentale, sia questo più o meno d’irrazionalità diverse, sia questo legato ad immaginazioni o a sogni.
La grossa crisi, non crisi congiunturale, non crisi ciclica, ma crisi sostanziale legata alla stessa natura del dominio, alla stessa forma della dominazione: è su questo che si scatena questa guerra permanente ed infinita che rivela il nostro destino. Qui non si tratta di grande ottimismo nel considerare questa situazione; ci troviamo in una situazione che è estremamente pesante e dura. E’ una situazione che d’altra parte è caratterizzata per altro verso da quella che è l’emersione di tutta una serie di nuovi movimenti, di nuovi elementi di contraddizione, di nuovi elementi di rottura; dentro una situazione come quella che vi descrivevo di fatto, una ragione di dominio che è anche una ragione di legittimità che viene continuamente costruita da parte del potere, si scatena evidentemente il riconoscimento in primo luogo di nuove contraddizioni, di nuove sofferenze, di nuovi momenti di patire sociale e anche momenti di presa di coscienza di queste nuove determinazioni.
Quando Francesco raccontava quello che i movimenti cominciano a costruire nella situazione milanese, questi non possono che essere inseriti in questo nuovo quadro che non è semplicemente o solo quello della lotta operaia - che resta assolutamente fondamentale perché c’è una continuità che permane nella trasformazione del lavoro e del rifiuto del lavoro e delle forme specifiche di rifiuto del lavoro- che non sono dunque legate semplicemente alle forme di lotta operaia industriale, legate a quelle che sono le ragioni dirette del comando capitalistico, ma sono ragioni che si estendono, in primo luogo, a settori che sono sfruttati in maniera determinata, continua e precisa da parte capitalistica, in secondo luogo, a quelli che sono strati sociali che sono implicati continuamente dentro quella continuità del processo produttivo.
Il lavoro intellettuale, il lavoro cognitivo, il lavoro in generale che chiamiamo "immateriale", cioè il lavoro che non è fatto semplicemente con le mani ma è fatto con la testa, è fatto nei servizi, con l’attività strumentalmente o affettivamente diretta, è fatto nella comunicazione attraverso, ovviamente, determinazioni temporali, pesantezza temporale dello sfruttamento, ma anche attraverso una predisposizione intellettuale continua al lavoro.
E’ fatta dunque dentro una serie di legami che supera la vecchia qualificazione dell’unità temporale nella definizione del lavoro: un’ora di lavoro, un giorno di lavoro, il 3 per 8, e via di questo passo. Ma è una cosa che comincia a coprire…ma siamo già molto avanti nei paesi più sviluppati e non solo nei paesi più sviluppati, in tutti i settori più avanzati dello sviluppo, siano questi in America o in Europa o siano negli ex paesi del secondo mondo ossia negli ex paesi socialisti o nei paesi del terzo mondo.
A Johannesburg o a Rio de Janeiro non si lavora molto diversamente da come si lavora a Berlino o a Los Angeles e le conseguenze sociali, le divisioni sociali attraversano e cominciano ad attraversare le stesse cesure, le stesse rotture. I ghetti di Los Angeles non sono molto diversi da quelli di Shanghai o di Johannesburg e il rapporto di divisione tra i grattacieli dirigenti e questa sorta di moltitudine impoverita, immiserita e disperata che esiste alla base è qualcosa che ormai possiamo riconoscere dappertutto, universale e che ci tocca, direttamente.
Questa è la condizione ed è una condizione terribile perché comprende insieme proletariato ma anche zone nuove enormi di lavoro produttivo, di lavoro immediatamente produttivo, immediatamente risolubile negli indici di accumulazione del capitale: il lavoro mentale, il lavoro di ricerca, il lavoro affettivo, di servizio, di cura, il lavoro contadino che viene sempre più chiuso dentro esso stesso. E’ difficile immaginare nelle grandi pianure della California, del sud, del Brasile o in Argentina questi blade runnner… ma c’è! Basta vedere, basta parlare coi lavoratori senza terra per averne delle descrizioni assolutamente incredibili. Qui volevo dire una cosa che mi era venuta in mente prima, mentre sentivo palare il mio interlocutore, ed era che oggi purtroppo lo spazio del sogno è diventato molto piccolo, lo spazio del sogno lo possiamo coprire attraverso l’inchiesta.
Io farei questo rapporto tra sogno ed inchiesta, non perché abbia qualcosa contro il sogno o contro un’interpretazione ottimistica del sogno e soprattutto niente contro il subcomandante Marcos, ma penso che oggi il rapporto tra il sogno e la realtà siano talmente vicini che possiamo conoscere il sogno, mettere in luce il subconscio attraverso l’inchiesta. Penso che il ritardo nella nostra conoscenza del mondo per quello che è, rispetto alle quote che lo sfruttamento determina, sia tale che possiamo effettivamente scoprire di nuovo il sogno di un mondo nuovo nel contatto diretto di inchiesta con la realtà. E possiamo scoprire, lasciatemi introdurre una parola che può essere attaccata, l’ODIO del nemico, l’ODIO dello sfruttamento, attraverso l’inchiesta, attraverso il contatto, come corrispettivo dell’AMORE che portiamo agli altri.
Comunque - chiusa la parentesi alla quale spero mi risponderai, perché a me piace parlare di queste passioni spinoziste, molto antiche, cose che in fondo attraversano ancora gli uomini e che non possiamo lasciar trattare alle terze pagine dei giornali, no? - vorrei ora tornare al nostro tema.
Ci sono tutti questi nuovi movimenti che nascono e questi nuovi movimenti da un lato sono arretrati rispetto a quella che è la realtà capitalistica che anticipa le nostre capacità di riorganizzarci, di riorganizzare la protesta contro lo sfruttamento, dall’altra però questi nuovi movimenti si trovano in situazioni che determinano sempre più degli obiettivi comuni. Quando dico questo e cioè che la moltitudine può farsi comune, può costruire un comune, che l’insieme di tutte queste forze che lottano possono ricomporsi su obiettivi comuni, non dico una cosa che sia evidentemente facile da costruire, dico però un’altra cosa: che esistono tutti i parametri oggettivi perché questo avvenga. Non solo l’unità dello sfruttamento, cioè l’unità dell’avversario.
Il lavoro materiale, il lavoro intellettuale, il lavoro dei servizi, il lavoro affettivo vengono, per così dire, nell’organizzazione del lavoro da parte del capitalismo, unificati attorno a quelli che sono gli schemi comuni di sfruttamento. Questa è una cosa che è oggettivamente reale; quando voi parlate con un contadino, con un contadino brasiliano, voi vi trovate di fronte a uno che dice "bon, io devo produrre della soia e questa soia bisogna che io la produca secondo certi criteri che solamente il computer mi dà".
La trasformazione del suo lavoro di programmazione è immediatamente assorbita a livello del lavoro intellettuale, dall’altra parte la qualità della sua produzione - e quindi il suo rapporto nello sfruttamento relativo - non può che dipendere dalla sua capacità di conoscere il territorio sul quale lavora, utilizzare questo territorio con l’amore che si ha per produrre una cosa che è qualitativamente capace di essere resa comune.
C’è una sorta di rapporto tra l’astrazione del contatto con le grandi quantità della comunicazione e della globalizzazione, necessarie nella globalizzazione, e l’intensità di un rapporto affettivo, qualitativo.
E’ la stessa cosa che avviene per l’operaio che produce intellettualmente, da un lato è in una rete che astrae necessariamente quelli che sono i prodotti della sua conoscenza ma, dall’altra parte, un’innovazione qualsiasi non può che venire dalla sua capacità di inserire elementi nuovi in questa produzione.Certe volte si dice: ma voi che fate questo ragionamento che rapporto avete più con il rifiuto del lavoro, con quella che è una vita felice fuori dal lavoro?
Ma la vita felice non c’è fuori dall’attività! Distruggere il lavoro significa incentivare fino in fondo la nostra capacità di creare! Noi siamo uomini e siamo uomini che vogliono essere liberi, nella misura in cui mettiamo la nostra immaginazione, la nostra liberà, il nostro sogno direste voi, dentro la nostra attività. L’ozio è una cosa sacrosanta ma l’ozio stesso è una forma di attività, fare l’amore è una cosa bellissima per chi sa farlo.
Noi dobbiamo essere capaci di dire queste cose perché c’è una continuità tra il rifiuto del lavoro e questa capacità di trasformare il lavoro in attività creativa. Questa continuità è una cosa essenziale, direi "ontologica", fa parte del nostro essere viventi.
Il "comune", cos’è? Il comune è uno sforzo enorme di costruzione che la moltitudine fa di sé stessa. Badate bene: quando il nostro nobile antenato Carlo Marx, l’ebreo con la barba, parlava di classe operaia, parlava di una classe che aveva sì e no di 100-150 mila persone che erano tali. Nel 1840 la classe operaia erano qualche centinaia di migliaia di persone piazzate tra l’Inghilterra del Nord, la Francia del Nord e qualche zona dell’Alsazia-Lorena.
Oggi noi parliamo di moltitudine, cioè di costruire – fare moltitudine – cioè unificare questa formidabile forza creativa, questa formidabile forza lavoro che si è incrementata enormemente nel sapere, nel sapere in quanto invenzione; ma è nel sapere come fare cooperazione che si è riappropriata di quella che era la capacità capitalistica di metterti insieme in fabbrica, di metterti una sveglia al collo e di dire: "quando suona tira giù la leva".
Noi non abbiamo più bisogno di fare questo, la nostra natura umana è cambiata; attraverso le lotte contro il capitale noi abbiamo cambiato la nostra natura umana, noi siamo diventati degli uomini "liberis", sapienti, è la vecchia definizione di "homo sapiens" in fondo. Ci siamo rizzati in piedi.
Il comune è qualcosa che noi possiamo costruire perché le condizioni oggettive sono date. Trasformarle in condizioni soggettive, rivoluzionarie, politiche-rivoluzionarie, è il passo che oggi questa nuova forza mondiale del lavoro materiale ed immateriale deve cominciare a mettere in atto.
Evidentemente tutto questo è un processo nel quale siamo inseriti e nel quale dobbiamo cercare di dare continuità alle cose. L’altro giorno sono stato contestato pesantemente da un gruppo di anarchici a Parigi attorno al problema di quello che io chiamo il "salario garantito" ma che è il reddito di cittadinanza.
Mi hanno detto: il salario garantito o, come mi insegnano i miei nuovi maestri, il reddito di cittadinanza è l’ultima forma che voi riformisti italiani, operaisti del cavolo, inventate l’assoggettamento del proletariato al potere e io non sono d’accordo che sul fatto di lottare su cose concrete e possibili, lottare per le riforme, sia qualcosa che taglia le gambe al movimento, anzi.
Personalmente non ho mai creduto, alla maniera bernsteiniana o menscevica come si diceva quando ero piccolo, che la rivoluzione possa essere conclusa nella riforme ma ho sempre pensato che le riforme possano costruire tessuti rivoluzionari, ho sempre pensato che battersi sulla rottura dei criteri materiali sui quali il capitale costruisce il suo rapporto di potere è un elemento fondamentale per costruire salti in avanti, salti di rottura rispetto al potere.
Non ho mai pensato che il rapporto con le istituzioni debba essere di per sé tagliato: ho sempre pensato che possa rompere le palle al potere, e non semplicemente ai sindacati federali, cioè possa fare molto di più di quanto si possa fare altrimenti. Credo che questo sia buon senso. In una situazione, come quella che è data, di totale separazione fra un capitale che è guerra e un nuovo movimento che si sta costruendo, fissare dei passaggi che siano dei passaggi concreti su delle riforme reali che determinino nuove contraddizioni più approfondite mi sembra fondamentale e sinceramente inevitabile se si vuole organizzare qualcosa, se si vuol passare a costruire moltitudine, a fare moltitudine, e questo significa che noi dobbiamo essere capaci di interpretare il nostro movimento - ma che non è il nostro, mio, tuo, suo ecc. ma è questo grande movimento che storicamente si dà: movimento di moltitudine come potere costituente, cioè come potere che non si limita e non si ferma mai davanti a quelli che sono gli obiettivi più o meno determinati, che riesce a porre e riesce a raggiungere ma che sistematicamente li fa fuori.
La distruzione del potere, del comando capitalistico, è prima di tutto l’affermazione della duplicità irresolubile che esiste tra dominanti e dominati, tra capitalisti e lavoratori. Noi dobbiamo riaffermare questo come processo continuo, sistematicamente dato e dobbiamo essere capaci di fissare tappe intermedie ogni volta superate su questo terreno. Devo dire che la fine, definitiva, delle fissazioni che il socialismo tradizionale, storico, ortodosso ci aveva fatto ereditare ci permette di andare avanti su questo terreno.
E’ stato un gran piacere in fondo veder cadere il muro di Berlino, è stato un piacere veder finire queste burocrazie di merda che ripetevano il capitalismo, questo socialismo che aveva nel suo armadio il cadavere del capitalismo e che voleva ripeterlo.
Basta! Non dobbiamo neppure più pensarci: è finita!
E’ finita l’era dei gruppuscoli che comandano, stalinisti, ecc.
Ci siamo riappropriati di una forza lavoro inventiva e sulla base di questo dobbiamo inventare nuove forme di organizzazione che siano adeguate alla nostra esistenza.
Qui mi dicono di parlare dell’Europa… Boh? E’ fuori dubbio che, realisticamente, il problema dell’Europa è un problema che se guardiamo alla Costituzione è chiaro. Non so bene, ci sono dei compagni che dicono che una parte è migliore dell’altra; c’è la parte sui diritti sociali e la convenzione di Nizza che indubbiamente apre un sacco di possibilità e io sono d’accordo con questi compagni perché è vero quando si analizzano freddamente queste cose ma se le analizziamo un po’ più caldamente la cosa diventa evidentemente diversa.
La costituzione europea così come ce la vogliono imporre è una costituzione del tutto neoliberale, una costituzione che prolunga la logica della guerra all’interno dell’Europa, la logica di questa dismisura capitalistica nel controllare movimenti che non sa più misurare, questa follia di dominio di fronte a soggetti che non sa più comprendere. E’ vero che oggi non si riesce più a lottare se non su livelli che siano multinazionali.
Voi pensate sia possibile riformare la costituzione italiana in una maniera diversa da quella che Berlusconi, scusate, o Prodi vorrebbero fare? Voi pensate che sia possibile rimescolare le carte in questo paese al di fuori di quello che la triade sindacale ha in mente?
D’altra parte, però, si dice: ma se noi rimescoliamo le carte, mettendo insieme le triadi sindacali italiane, quelle francesi, quelle tedesche, quelle olandesi, o se cerchiamo di farlo con Chirach o con Schroeder o chi per lui, tutto questo diventa altrettanto folle, altrettanto insignificante.
Ma il problema non è questo. Il problema è che questa struttura imperiale che ci troviamo di fronte è una struttura a tre livelli come si è detto a suo tempo e che oggi possiamo confermare ampiamente.
E’ una struttura che vede un livello imperiale vero, monarchico, che è quello americano e che è segnato da New York come potere finanziario, Washington come potere militare e Los Angeles come potere comunicativo, che sono tre poteri mondiali unificati in una funzione centrale.
Abbiamo poi un altro livello che è quello del grande capitale multinazionale che attraversa gli Stati Uniti come attraversa l’Europa, il Giappone, la Cina, l’India ecc.; evidentemente qualsiasi tipo di azione politica può essere fatta solo a partire da situazioni determinate. La domanda che dobbiamo porci, o il rischio che dobbiamo correre, è questa: esiste oggi a livello europeo una possibilità di alleanza, o meglio, di ricomposizione di movimenti di lotta, di determinazione, di contraddizione, che ci permettano di rompere il blocco mondiale meglio di quanto qualsiasi tipo di azione statal-nazionale possa fare?
E’ una domanda che io vi lascio completamente aperta, anche se per quanto mi riguarda io do una risposta e questa risposta è: l’unica possibilità che noi abbiamo oggi è quella da giocarci su di un livello europeo, che non è l’accettazione della costituzione ma è il tentativo sistematico di riproporre livelli di organizzazione e di lotta su un livello europeo.
Oggi, vedete, io sono abbastanza convinto, per tornare al pessimismo iniziale, che dopo le elezioni americane la tematica unilateralismo-multilateralismo finirà in fretta.
L’unilateralismo americano si combinerà in maniera molto sciolta con il multilateralismo europeo. La polemica sull’unilateralismo e il multilateralismo non è stata una polemica dell’America contro il mondo: è stata una polemica dell’America contro l’Europa.
Contro un’Europa che cominciava a creare un Euro che poteva sostituirsi al dollaro in quanto moneta di referenza a livello mondiale, riguardo ad un’Europa che riusciva a mantenere dei criteri di crescita capitalistica corretta rispetto ai deficit spaventosi degli Stati Uniti, di un’Europa che riusciva a combinare in fondo - so di dire uno scandalo ma in realtà è uno scandalo tre volte tale - riusciva a combinare addirittura meglio i meccanismi di integrazione di quanto gli Stati Uniti abbiano saputo fare nella loro storia secolare di integrazione mondiale della forza lavoro e di tutto il resto.
E’ una sfida che è andata avanti con la proposizione dell’allargamento dell’Europa ai paesi dell’est, prima grande sfida. Seconda sfida quella della Turchia, terza sfida non so quale sarà.
Di fatto tutte queste sfide si stanno rovesciando: i paesi dell’est cominciano a scoprire che l’Europa gli conviene di più, la Turchia rischia di diventare un elemento fondamentale, veramente, di integrazione, almeno visto dalla Germania, di integrazione vera di popoli extra europei.
Siamo di fronte a tutta una serie di paradossi che sostengono una proposta, dico una proposta fra le altre, non voglio insistere su questa perché su questa proposta possono insistere i compagni che sperimentano in realtà la verità dei movimenti; una proposta vera di costruzione di un polo anticapitalistico in Europa. Qui non si tratta di parlare di voto a favore o contro la costituzione europea: la costituzione europea la consideriamo liquidata.
Ma il problema di costruire una forza territorialmente definita che si opponga al problema dell’unificazione globale della monarchia statunitense e quindi di un’eventuale convergenza del capitalismo europeo come forza mondiale verso gli Stati Uniti.
Questo è il problema dato: è possibile in Europa aprire un processo costituente siffatto che possa dare uno spazio politico alla lotta contro la mondializzazione? Io non lo so, lo spero.
Penso che il dibattito organizzato oggi ne sia semplicemente l’introduzione, una delle tante introduzioni che si danno nei dibattiti di movimento.
Grazie