Alcuni campi problematici nell’organizzazione politica della moltitudine: appunti dalla città di Madrid

Contributo per il seminario di Globalproject del 20 novembre 2004

Angel Luis Lara - Mercoledì 24 novembre 2004

Come prima cosa vorrei ringraziare i compagni e le compagne di Global Project per avermi invitato a partecipare in questo spazio di incontro e di dibattito e darmi quindi la possibilità di ascoltare e condividere con voi preoccupazioni e inquietudini sull’attuale contesto delle lotte e sulla situazione in cui si trovano i movimenti.

Quando mi sono fermato a pensare alle ragioni di questo invito, al di là del percorso che abbiamo condiviso in questi ultimi anni e della connessione politica, molto produttiva e stimolante, che si è andata consolidando a ogni passo che ho fatto insieme a voi, ho capito che la ragione della mia presenza qui è probabilmente in stretta connessione con tutto quello che è avvenuto a Madrid a partire dalla tragica data dello scorso 11 marzo.

Quel giorno la mia città è diventata lo scenario diretto della guerra attraverso la materializzazione, proprio nelle sue strade, dell’orrore e della morte. Nonostante l’importanza che ha questo giorno per noi perchè sottolinea alcune caratteristiche fondamentali della forma di guerra contemporanea, come la sua dimensione deterritorializzata e globale, il suo carattere di guerra civile in quanto in prima istanza guerra contro i civili, così come il suo carattere permanente, il dato significativo dell’esperienza di Madrid è quello che è iniziato ad accadere nelle ore successive alla tragedia.

Sicuramente al contrario della reazione della popolazione di New York nelle ore che seguirono gli attacchi dell’11 settembre nel 2001, a Madrid la mobilitazione costruita dalla moltitudine è riuscita a bloccare la logica di produzione di panico immediatamente associata alla tecnología terrorista e a rendere inefficace la strategia messa in atto dal governo per la cattura e l’interpretazione sistemica dell’accaduto a partire dalle ore successive all’attentato.

Il tentativo di imposizione di un vero stato di emergenza che pretendeva di proscrivere la politica in quelle importanti ore articolando l’unità intorno allo Stato come unico soggetto politico, una strategia di governo inizialmente accettata dai partiti politici di sinistra (come ricordo ci rimane la foto dei leader della sinistra che aprono la manifestazione di Stato il giorno dopo il massacro insieme ad alcuni dei più importanti signori della guerra -Berlusconi compreso- ), così come il tentativo di omogenizzazione della popolazione intorno all’ordine simbolico ed all’immaginario dello Stato-nazione (il governo distribuì in tutta la città migliaia e migliaia di bandiere nazionali in quelle ore) fallirono di fronte all’emergenza potente della moltitudine come soggetto politico.

In quel momento di crisi, la moltitudine è riuscita a bloccare senza dubbio la strategia governativa, il tentativo disperato di costituzione della sovranità e del popolo come elementi fondamentali di soluzione della crisi e di controllo delle incertezze politiche che la situazione rendeva evidenti. La strategia autoritaria di restaurazione, si è scontrata in modo frontale con la volontà democratica della moltitudine. I meccanismi nettamente moderni in senso storico attivati dal governo intorno alle figure della sovranità ed il popolo, caddero sconfitti di fronte alle dinamiche postmoderne dell’azione politica della moltitudine, sintetizzate in maniera concreta dalla riappropriazione collettiva delle nuove tecnologie, della comunicazione via Internet e messaggi sms.

In questo senso, la cosa importante degli avvenimenti di Madrid sta nel fatto di rendere evidente che in questo tempo di guerra la democrazia non è un sogno impossibile e la moltitudine non è condannata alla paura come condizione permanente di esistenza. L’esercizio di enunciazione collettiva della moltitudine di Madrid nel mese di marzo fu efficace non solo, poiché contribuì in maniera decisiva e determinante all’espulsione di Aznar del governo ed alla fine immediata della partecipazione spagnola nella guerra in Iraq, ma anche nel dimostrare la potenza della moltitudine nella sua capacità di produzione di avvenimenti che cortocircuitano in modo sostanziale una delle basi fondamentali dell’esercizio del dominio da parte del potere, quella che consiste cioè nell’appropriarsi sistematicamente del "caso" attribuendo la "norma" ai dominati.

Come gli zapatisti con il loro primo gennaio o come la rivolta di Seattle diedero il via libera all’esplosione del movimento di movimenti, credo che i giorni del marzo di Madrid siano importanti perché segnalano la capacità della moltitudine di proiettarsi come soggetto dell’enunciazione, eccedendo il ruolo classico di "soggetto dell’enunciato" al quale il potere tende a relegare coloro che domina, una capacità che si appoggia su un esercizio collettivo di riappropriazione tanto del caso, che della capacità di "anticipare" il potere.

Tuttavia, credo che a dispetto dell’importanza di ciò che è successo nella mia città e nel mio paese nei giorni che seguirono l’11 marzo, ciò che mi sembra ora politicamente interessante e produttivo è centrare lo sguardo sulle problematiche che appaino nell’attualità di quella moltitudine che si rese protagonista di quei giorni. È importante quindi interrogarsi sui problemi e sulle difficoltà che emergono durante il percorso della sua organizzazione politica e nel momento in cui si cerca di proiettane la potenza, provando a spostarsi dal terreno dell’avvenimento al campo complesso del "processo continuo" nella quotidianità delle nostre vite nel contesto di relazioni sociali nel quale siamo immersi. Questo passo dalla logica dell’avvenimento puntuale alla logica del processo continuo, cioè, la proiezione realmente biopolitica delle lotte nella vita quotidiana della gente, così come la materializzazione di pratiche di organizzazione politica concrete intorno alle caratteristiche della composizione sociale della moltitudine, credo che siano due dei problemi fondamentali davanti ai quali ora ci troviamo.

Come abbiamo detto già in altre occasioni, la moltitudine non è qualcosa di puramente astratto. Le sue condizioni concrete derivano dal suo processo di formazione nel nostro mondo sociale. Le sue caratteristiche si legano all’emergenza di una nuova realtà antropologica intorno alle nuove figure del lavoro vivo ed intorno alle nuove dinamiche produttive che queste abitano.

Tuttavia, per noi la moltitudine non è tanto una categoria sociologica, quanto un progetto di organizzazione politica. È precisamente questa questione, insieme alla strana temporalità che provoca la combinazione dell’accezione ontologica e dell’accezione politica della moltitudine, quel paradossale "stare sempre lì senza starci ancora", il campo cruciale di ricerca e di analisi nei nostri giorni e motivo per cui io vengo oggi a Venezia deciso a porvi domande ed ad ascoltarvi.

A Madrid alcuni di noi si sono posti come problema politico fondamentale, prima e dopo il 11 di marzo, la pratica di dinamiche concrete di organizzazione della moltitudine dal suo interno e la sua costituzione come soggetto politico capace di una continuità temporale che le permetta di proiettarsi nei territori e nei tempi quotidiani della vita della nostra città. Intorno a questo proposito pratico stiamo trovando non pochi problemi che hanno a che vedere con le forme di soggettivazione e di vita che si agitano all’interno della moltitudine come condizioni comuni delle singolarità che le danno corpo. In particolare è "l’analisi concreta della realtà concreta" di alcune delle esperienze di organizzazione politica che stiamo cercando di costruire nella nostra città e i problemi che stanno emergendo in questo processo, il materiale più interessante ed utile che io posso portare a questo seminario di oggi, con il desiderio ed il proposito soprattutto di ascoltarvi, di domandarvi, di condividere le domande che sono nate durante il nostro percorso e la preoccupazione per gli ostacoli che stiamo incontrando.

Il primo campo problematico che si è aperto è di carattere temporale e ha a che vedere con la difficoltà di dare continuità alle lotte e alle esperienze di organizzazione. Insieme alla capacità di capovolgimento dell’ordine sociale esistente e alla capacità di presentazione ed enunciazione, la continuità costituisce uno dei tratti distintivi fondamentali di un soggetto politico realmente esistente. Il problema è proprio la costruzione di quella continuità organizzativa con una composizione sociale che abita una contingenza vitale che si traduce spesso in un’incapacità di proiettarsi nel tempo. La base di quest’incapacità è l’interiorizzazione di un presente permanente come unica realtà temporanea immaginabile. I termini della contingenza vitale generalizzata passano per l’esperienza permanente di una flessibilità, mobilità e precarietà che partono dalle relazioni lavorative fino all’insieme delle esperienze di vita, colpendo e condizionando decisivamente le proprie forme di soggettivazione. L’interiorizzazione della contingenza si traduce in una difficoltà straordinaria nel trascendere il terreno dell’evento immediato e concepire l’azione politica e la sua organizzazione come processo continuo che si proietta nel tempo.

Conviene osservare, tuttavia, che l’interiorizzazione di questo presente permanente è di carattere ambivalente: non solo ostacola lo sviluppo temporaneo delle lotte e rende problematica la continuità dell’organizzazione politica dei movimenti, ma mette anche, di continuo, la rappresentanza politica di fronte ad un problema di complessa risoluzione.

La politica della rappresentanza e dei partiti è stato dal punto di vista storico un esercizio di secolarizzazione della proposta fondamentale che ha dato senso al detto religioso: "cadaveri godrete domani". Come disse anni fa Jesús Ibáñez , la rinuncia religiosa classica al presente nella terra per la conquista del futuro nel cielo, è stato anche il motore logico della proposta discorsiva della politica nella modernità. Il discorso dei politici si è declinato sempre nel futuro. Lo spiegamento della marketing elettorale come orizzonte ed elemento di senso dell’azione politica dei partiti, ha finito per ridurre la politica all’offerta del piacere come promessa. Il problema che si pone ora ai politici e ai partiti sta proprio nella costatazione che quella logica incomincia a fare acqua in un contesto sociale di contingenza assoluta e di fronte a popolazioni soggette ad una precarietà dell’esistenza che li inchioda ad un presente permanente come unica prospettiva immaginabile di vita. L’effettività strategica della promessa si dissolve di fronte all’incapacità generalizzata di immaginare un futuro.

Questo primo problema di carattere temporale si completa con la questione dell’assenza di memoria. Negli ultimi anni abbiamo assistito a mobilitazioni di massa senza precedenti quantitativi né qualitativi nella storia recente del mio paese. Il processo di autorganizzazione sociale di fronte al disastro ecologico del Prestige nelle coste della Galizia, vera esperienza biopolitica di cooperazione e di resistenza collettiva di fronte al vuoto istituzionale e l’irresponsabilità temeraria della classe politica, così come i milioni di persone che hanno letteralmente preso le strade contro la guerra nelle differenti mobilitazioni sviluppate, hanno evidenziato il desiderio collettivo della gente comune di politicizzare la propria vita. Il problema è che il nucleo più attivo nel rendere dinamico, vivo e "di movimento" quel desiderio, è costituito dai più giovani, che non hanno in generale una memoria dei cicli di lotta precedenti che gli comporti un’esperienza politica e strumenti metodologici per affrontare la questione dell’organizzazione. È certo che da una parte questa assenza di memoria regala all’azione politica una freschezza ed un’intelligenza collettiva intorno ad un sentire comune che rompe con la centralità dell’ideologia e che respinge frontalmente le dinamiche della vecchia politica, ma contemporaneamente ostacola nella pratica quotidiana la costruzione collettiva della capacità di organizzarsi, materializzandosi nell’assenza di capacità e sapere metodologici per la politica concreta, lasciando intravedere una rottura generazionale che risulta problematica.

Il corpo fondamentale di questa ambivalente assenza di memoria, lo costituiscono dunque, i giovani che sono nati politicamente nella nostra città nello svilupparsi del movimento di movimenti, nel contesto del ciclo di lotte che si apre a Seattle nel 1999, in cui la costante ricerca del consenso è stata una delle caratteristiche fondamentali. Questa centralità del consenso è stata interiorizzata come elemento irrinunciabile per molti dei giovani arrivati alla pratica politica negli ultimi anni. Sebbene l’idea generale di consenso li ha bene o male allontanati dai rischi dell’estremismo vuoto e ideologico, cosa che non è detto non sia importante e positiva, ha finito per essere mistificata e convertita in una sorta di feticcio che porta al rifiuto di ogni elemento di singolarità che presupponga tensione all’interno del movimento, così come quasi ad un pericoloso rifiuto dell’idea stessa di conflitto.

Il secondo problema che si è aperto nel momento in cui abbiamo attraversato esperienze concrete di organizzazione politica della moltitudine nella nostra città, riguarda la natura di intelligenza diffusa dei nuovi soggetti del lavoro vivo nel contesto postfordista attuale. In una certa misura quando parliamo di moltitudine, ci riferiamo ad una molteplicità di soggetti produttivi che sono l’incarnazione materiale del General Intellect ed il motore fondamentale di un’economia sempre di più basata sulla conoscenza. Il problema che stiamo trovando rispetto all’organizzazione politica del lavoro immateriale e cognitivo è quello per cui i soggetti che gli danno corpo e con i quali bisogna costruire l’esperienza organizzativa sono pienamente coscienti della propria potenza in quanto portatori di un patrimonio enorme di sapere e conoscenza, che genera una sensazione di autosufficienza individuale ed una certa autorreferenzialità che ostacola l’organizzazione politica collettiva, generando una sfiducia nei processi di delegazione di responsabilità e di strutturazione organizzativa. La tirannia della mancanza di strutture, quel vecchio pericolo enunciato all’interno del movimento femminista negli anni settanta, torna ad essere per noi un problema attuale. L’organizzazione politica collettiva di una soggettività che tende a credersi onnipotente ed autosufficiente risulta complessa e mette sul tavolo il problema di una singolarità che si trova sull’orlo del pericoloso "abisso" dell’individualismo.

Credo sinceramente che la differenza cruciale tra individualità ed individualismo, la nozione di "individuo sociale" che possiamo trovare in Marx o la natura preindividuale dell’individuo per dirlo con Simondon, non sono semplici dati da registrare, bensì problemi politici che si aprono nei processi di organizzazione della moltitudine e categorie fondamentali che bisogna costruire e socializzare attraverso proposte politiche concrete. In questo senso, è esemplificativo il caso delle ultime esperienze di autoorganizzazione dei lavoratori del settore audiovisivo appena nate a Madrid: piccole proposte associative di cooperazione e autodifesa di fronte alle dinamiche di precarizzazione del lavoro e l’esistenza che si stanno scontrando col forte individualismo che caratterizza i comportamenti della forza lavoro nel settore. Un’esperienza che ci segnala non solo l’importanza politica del problema, ma mette in luce l’impatto dei processi di individualizzazione delle relazioni lavorative, delle logiche di workfare e delle politiche neoliberali intorno all’erosione dei tessuti sociali collettivi e comunitari attraverso l’individualizzazione e l’atomizzazione sociale. Il sabotaggio delle dinamiche di individualizzazione e degli apparati di cattura della singolarità intorno all’individualismo si converte, pertanto, in un problema politico difficile e cruciale per noi.

Sebbene è certo che la presa di coscienza individuale della potenza del General Intellect ci avverte del pericolo della costituzione di una certa autosufficienza, della possibile inclinazione individualista e di certi comportamenti di sfiducia verso le proprie dinamiche di organizzazione collettiva, è anche vero che torna a segnalare un problema tendenzialmente importante per la rappresentanza politica ed i partiti, perché coscienti della sua potenza di conoscere e trasformare il mondo, le nuove figure del lavoro vivo non sono disposte né a lasciarsi rappresentare né a delegare la gestione dei propri problemi. Una questione che torna ad evidenziare la natura ambivalente delle problematiche che stiamo enunciando e delle difficoltà che stiamo trovando intorno al proposito di costruire esperienze di organizzazione politica della moltitudine nella nostra città.

Un ultimo problema legato alla qualità delle nuove figure del lavoro immateriale e cognitivo, come alla natura linguistica e comunicativa delle attività produttive che sviluppano, è una certa tendenza a concepire l’azione politica in termini puramente semantici. In un certo senso, si tratta di una sorta di mistificazione del fatto linguistico e della sua potenza che mostra la tendenza a ridurre il fatto politico ad esercizi di enunciazione semantiche collettive (grandi manifestazioni) ed ad un’intensa attività comunicativa ("mediattivismo"). Il problema è doppio in questo senso. Da una parte, la tendenza a circoscrivere l’azione politica in meri esercizi semantici di opinione pubblica non fa che mettere a fuoco il pericolo di dare corpo ad una società civile ad uso privilegiato delle nuove socialdemocrazie europee. D’altra parte, la centralità del fatto semantico entra in rapporto con il pericolo dell’assenza totale di una prassi politica che si articoli costruendo realtà materiali concrete di cooperazione e conflitto nel territorio, che liberi l’altro mondo possibile della sua inconsistenza concreta costruendolo nella pratica e dando corpo materiale alla necessaria dimensione costituente del movimento.

Fin qui arrivano le riflessioni, le inquietudini ed i problemi concreti ricavati dalla pratica politica nella città di Madrid che mi sono portato nella tasca delle mie preoccupazioni per condividerli con voi. Spero che troviate qualche utilità a tutto quello che ho esposto e che il mio monologo non sia stato tanto isopportabile da impossibilitare lo sviluppo di una conversazione ed una discussione intorno ai problemi che ho cercato di mettere sul tavolo, perché in realtà quello che mi interessa è sapere che cosa pensate voi di tutto questo, se state trovando problemi simili nei vostri territori e se abbiate trovato, collettivamente, proposte politiche per affrontare le problematiche enunciate.

Infine non vorrei concludere il mio intervento senza lasciarvi un’ultima riflessione spero utile per il dibattito.

Durante la mia esposizione ho fatto riferimento costante alla crisi tendenziale della rappresentanza politica e dei partiti. La riflessione che voglio proporvi si riferisce a questo tema e parte da una realtà locale specifica come quella di Madrid, una realtà per altro molto diversa dalla vostra italiana (soprattutto qui nel Nord est) per quel che riguarda il rapporto tra movimenti e istituzioni.

La debacle elettorale di Izquierda Unida, la forza politica del mio paese alla sinistra dei socialisti, in un momento denso di mobilitazioni sociali e scarse ore dopo l’insurrezione pacifica della moltitudine nel pomeriggio del 13 di marzo e l’alba del giorno dopo, annuncia la sua probabile sparizione graduale della scena politica locale nei prossimi anni. Tra di noi ci sono alcuni compagni che ritengono che questa questione ci pone di fronte ad un problema materiale e strategico importante: come potremo affrontare la costruzione di nessi amministrativi e come potremo stabilire mediazioni istituzionali capaci di frenare gli attacchi repressivi puntuali contro i movimenti nella nostra città e allo stesso tempo trasferire risorse ed infrastrutture "per il conflitto", senza la presenza di quelle istanze di mediazione classica che sono le formazioni politiche della sinistra istituzionale? Una questione che comincia ora ad essere stimolante per noi a Madrid e che ci mette sul tavolo un problema politico rilevante.

Credo che le risposte che possiamo incontrare collettivamente ad una domanda di questo tipo le possiamo trovare nelle esperienze che abbiamo accumulato all’interno di alcuni dei movimenti europei in questi ultimi anni e credo che tocchino alcune delle questioni strategiche fondamentali che dobbiamo porci nel momento in cui costruiamo la legittimità e la forza dei movimenti. Lo abbiamo detto in più di un’occasione: ricominciare non vuol dire tornare indietro, ma neanche partire da zero. Abbiamo un accumulo di esperienze che ci servono come motore per andare avanti attraverso la pratica di un’autocritica permanente che ci mostri i nostri errori, così come i limiti di alcuni dei passi che abbiamo fatto in quest’ultimo tempo.

Un errore in questo campo della relazione con le istituzioni e i partiti, su cui è importante riflettere, è stato rendere possibile, in un certo modo, una concezione del municipalismo che tende a ridurlo ad una dinamica meramente amministrativa, chiudendolo nello stretto spazio fisico dei comuni. Credo che sia necessario oggi più che mai ridimensionalizzare politicamente la pratica municipalista come esercizio di autogoverno della moltitudine e come campo di conflitto intorno alla difesa colettiva delle dinamiche democratiche e gli spazi pubblici non statali che il movimento va aprendo e costruendo con il suo svilupparsi.

Di questo parliamo, in definitiva, quando ci riferiamo all’importanza del concetto di "diritto di resistenza": di autogoverno democratico della moltitudine e di conflitto. In questo senso, il diritto di resistenza diventa nei nostri giorni uno degli elementi fondamentali della nostra azione politica, non solamente come diritto a resistere alla barbarie della guerra, ma soprattutto come diritto a conquistare nuovi diritti collettivi e a difenderli in modo deciso e determinante dagli attacci dei potente. Per questo per noi il diritto di resistenza non indica un comportamento meramente reattivo, ma propositivo: la natura di esodo costituente che necessariamente deve caratterizzare l’esercizio collettivo delle resistenze nei nostri giorni.

Parliamo di autogoverno e di conflitto e sono precisamente questi due termini quelli che problematizano la relazione delle esperienze di organizzazione politica della moltitudine con la rappresentanza politica e con la maggior parte dei partiti della sinistra con cui i movimenti, in un modo o in un altro, hanno stabilito raporti negli ultimi anni. Perchè autogoverno della moltitudine significa autonomia del sociale e difesa permanente dell’autonomia dei movimenti. Perchè in questo senso conflitto significa politica come prassi concreta e non come puro esercizio semantico e retorico.

Le volte in cui i partiti de la sinistra hanno proscritto o addiritura hanno contribuito a criminalizare alcune delle esperienze di conflitto messe in atto dai movimenti per rendere visibili problematiche sociali o difendere diritti collettivi in questi ultimi anni, mi sono venute in mente una malattia ottica e una vecchia canzone di Rino Gaetano.

La malattia è l’ipermetropia che, al contrario della miopia consiste nell’incapacità di vedere da vicino. I partiti della sinistra con cui abbiamo condiviso spazi e lotte in questi ultimi anni ci hanno alla fine dimostrato che vedono molto bene il conflitto che si produce lontano e addirittura lo sostengono, ma non lo vogliono vedere da vicino, e men che meno agirlo.

La canzone di Rino Gaetano è quella che riferendosi ai partiti dice: "partono tutti incendiari e fieri, ma quando arrivano sono tutti pompieri".