
“Objective condition do not produce revolution themselves. In times of crisis and change people’s fears and discontents and hopes can be mobilized in different directions: towards opiates of all sorts, reform, right-wing movements and war. That is why revolutionary organization leadership and example are required to call the discontent into life and action, to seize the time.”
Prairie fire, the politics of revolutionary anti-imperialism. Political statement of the Weather Underground 1974
Global Project è giunto a Asheville, North Carolina. Le colline sono coperte di alberi nudi e in lontananza, dove la terra si increspa leggermente verso i monti Appalachi, sono coperte di una neve che ci riempie di freddo. La città di Ashville, appare a metà tra l’urbanistica funzionale che ci sta lasciando ogni volta esterefatti e delle stradine rimaste ai primi del novecento. Le auto e i graffiti sui muri ci sradicano da questa realtà provinciale per riportarci ad una dimensione più urbana, fatta di culture della resistenza, musiche nere e l’eredità dei pionieri.
L’incontro con alcuni giovani redattori di Global Report ci conferma la presenza di una intensa attività di controinformazione e ci apre la possibilità di conoscere la vera realtà locale.
Al quinto piano di un edificio anni ’50 americano nel centro della cittadina, una porta a vetro con scritto il nome del giornale, si apre e ci svela l’ufficio di Global Report: quattro computer, un sacco di giornali e fogli sparsi. Global Report, di cui una versione elettronica è presente in internet (http://www.agrnews.org) e nell’etere, con Free Radio Asheville (http://www.shoutcast.com), distribuisce all’incirca 2500 copie ogni settimana. Uno sforzo notevole vista la quantità di notizie che vi si riportano e vista la grafica e l’impaginazione degne di un vero giornale. La distribuzione a livello nazionale ne fa un vero strumento di informazione per il movimento. Vi ci lavorano giovani bianchi, di deciso taglio anarchico, che oltre a questo sforzo non indifferente hanno recentemente aperto uno spazio sociale. Riaperto sarebbe corretto dire, perché un precedente spazio preso regolarmente in affitto è stato solo un anno fa sgomberato illegalmente dalla polizia dopo tre anni di intense attività. Ora il nuovo spazio promette grandi cose: una sala concerti, una cucina che darà spazio al lavoro del collettivo Food Not Bombs che cucina pasti caldi una volta alla settimana per i senzatetto che non mancano neanche qui. Inoltre ci sono una piccola libreria e mille altre idee che Liz, la compagna che ci guida quest’oggi, ci snocciola catturata da sincero entusiasmo. Il collettivo che gestisce lo spazio, Asheville Community Resource, ha le idee chiare: poter organizzare e realizzare tutto ciò che la municipalità locale non fa. Vi è infatti un progetto di scuola libera per i minori di dodici anni, vi è l’intenzione di realizzare la distribuzione di medicinali, vi è la volontà di costruire l’autonomia da un sistema smaccatamente corrotto.
E’ strano, ma in un paese come questo, dove i colori e le culture convivono ormai da un paio di secoli, siamo ancora costretti a chiedere notizie rispetto la comunità nera. Sono fortemente segregati, isolati dalla urbanistica, dalla violenza della polizia e dalla mancanza di reddito. Solo il caso vuole che entrando nel ristorante di alcuni compagni, ci si imbatte in Suncere Ali Shakur, attivista nero di Washington, in visita da queste parti perché i prossimi 25, 26 e 27 di marzo sarà proprio qui a Asheville che si svolgerà l’incontro nazionale degli Anarchici di Colore. Liz ce lo presenta come “un’organizzatore” molto bravo della capitale. Noi ci parliamo e ci facciamo raccontare la sua storia. L’esperienza delle Pantere Nere all’orizzonte, la disgregazione delle comunità nere sotto i colpi del crack e della polizia, ed oggi il desiderio forte di rialzarsi in piedi, di unire le tante forze in movimento, come le cinque dita della mano, in un solo pugno, ci dice Alì.audio
La sera stessa ripartiamo alla volta del nordest. Sembra incredibile, ma nell’efficientissima America, quella stessa che bombarda tecnologicamente migliaia di persone al giorno, quella stessa che non riesce a rinunciare alla connessione wireless ventiquattro ore al giorno, sembra assurdo, ma il sistema dei trasporti è tutt’altro che user friendly. File lunghissime e disordinate che in tempi biblici ti fanno il biglietto. Poi si tratta di cercar di capire la destinazione delle varie corse, di comprar il biglietto a tempo, prima che l’autobus parta, ma poi scopri che sì, l’autobus è annunciato alle sette di sera, ma parte quasi sempre con un’ora di ritardo. Finalmente sali a bordo, il posto lo devi conquistare a gomitate, perché tanto nessuno ti aiuta; poi parti destinazione capitale, venti ore interminabili. Dormirò, pensi, ma risulta impossibile perché ogni tre ore devi cambiare autobus, nel bel mezzo della gelida notte di questo freddo nordest americano. Quando arrivi, distrutto dalla fatica, sinceramente l’unica cosa che pensi è la comodità di un autobus messicano.
Finalmente arriviamo a New York, luci a perdita d’occhio, voci di molti colori, la metropoli ci si stringe addosso.
To be continued...