Crisi della Rappresentanza

A cura di Marcello Tarì, Laboratorio Uninomade del Veneto

Sabato 18 febbraio 2006

1. Dalla rappresentanza alla governance.
Quando parliamo di “rappresentanza” è inevitabile che ci venga in mente il sistema dei partiti e a buon ragione perché, in Italia in particolare, è quel sistema che fin dal dopoguerra ha garantito la democrazia reale nel suo essere strumento di mediazione tra la totalità dello Stato e le parti sociali, la cosiddetta società civile.
La prima repubblica italiana è stata dominata dall’espressione di un rapporto tra Stato e società che si sostanziava in un sistema di rappresentanza che vedeva nei partiti lo strumento, per così dire, naturale che potesse mediare ogni antagonismo, anche profondo, per riassumerlo nell’unità della nazione.
In realtà, come la nostra tradizione critica ci insegna, quel sistema andò in crisi già dagli anni ’60 e anche qui a buon ragione perché la rappresentanza va in crisi ogni volta che la lotta di classe e/o i movimenti antagonisti bruciano il terreno della mediazione che i partiti stendono tra pretese della moltitudine e totalità statuale o quando tale mediazione viene assorbita tutta nella totalità di governo, cioè nella dittatura, oppure, e siamo all’oggi, quando le funzioni dei corpi intermedi vengono sussunte nello spazio irregolare della governance.
La governance, che è la risposta del potere capitalistico alla crisi della rappresentanza, è una gestione flessibile del potere che consiste in una continua dinamica di apertura e chiusura che deve ogni volta confrontarsi con le mille resistenze della moltitudine.
È esattamente dentro questo spazio a fisarmonica che i movimenti possono agire in quanto leve della trasformazione.
Ed è dentro questo spazio che eventualmente possono risultare utili ai movimenti forme ibride, detournanti, di rappresentanza, ovvero forme di incursione nello spazio istituzionale in quanto espressione di lotte e di movimenti.
Un esempio recentissimo di governance possiamo ricavarlo dal ciclo di lotte nell’università: i rettori, i presidi e i professori non sono personaggi neutrali bensì essi sono, anche giuridicamente, figure del potere statuale che in questo caso mediano, in termini di governance, l’insorgenza moltitudinaria aprendo spazi di contestazione diretta al governo per poi cercare di chiuderli, manovrando nell’ambito normativo, a garanzia che l’istituzione regga e allo stesso tempo accolga quegli elementi di modernizzazione che i movimenti sono capaci di esprimere.
Sono quelle figure e non i partiti che effettivamente hanno espresso una funzione assimilabile anche se non riducibile a quella della rappresentanza.

2.Il sistema dei partiti e la crisi della democrazia rappresentativa
Dunque ne ricaviamo che i partiti possono vivere solo se sono espressione di un rapporto stabile tra rappresentanza e mediazione. È solo la rappresentanza che media nello Stato le espressioni di una classe o soggettività sociale a definire la funzione di un partito.
Chi nega questa connessione tra rappresentanza e mediazione, pur rimanendo fedele al sistema dei partiti, è un mistificatore poiché nella democrazia reale è solo quella relazione che giustifica l’esistenza stessa dei partiti.
I partiti nella modernità sono serviti a costruire il dispositivo di rottura della moltitudine per ricondurre i soggetti a una medietà sociale.
L’opposizione tra potere e moltitudine si riassume qui nell’antagonismo tra riduzione alla medietà della molteplicità sociale e ricerca di uno spazio e un tempo comune della moltitudine.
Infatti le resistenze odierne al concetto di moltitudine - la quale è composta da singolarità che non delegano ad alcuno la loro potenza - e, di contro, la continuità nell’uso della categoria di popolo - che per definizione delega il proprio potere a un ente sovrano - registrano proprio questa impossibilità del partito di rinunciare al momento della mediazione e quindi della rappresentanza politica.
Mentre la moltitudine, che è “causa di sé”, opera autonomamente il confronto con la totalità statuale in quanto molteplicità organizzate, il popolo è già di per sé una mediazione in quanto risulta da un’astrazione delle singolarità che si rappresenta come unità.
Potremmo dire con una equazione che la moltitudine sta all’autonomia cooperativa come il popolo sta allo Stato.
L’insistenza con cui Rifondazione Comunista richiama il keynesismo quale via regia del riformismo di sinistra mostra esattamente il desiderio di riportare la società nello Stato tramite il recupero della valenza rappresentativa e mediatoria dei partiti, riportando la moltitudine a essere popolo.
Ma è proprio l’assenza odierna dei presupposti del keynesimo, tra cui appunto l’esistenza di forti e organizzati partiti di massa, a rendere del tutto impraticabile la proposta. Certamente anche per noi il quadro è problematico ma quantomeno partiamo da un “realismo” di fondo che tra le altre cose considera come acquisizione irreversibile la critica radicale a ogni forma di socialismo e la valenza strategica dell’esodo.
A pensarci bene è la stessa natura della democrazia che impone il superamento del sistema dei partiti e se noi seguiamo lo sviluppo di tale tematica nell’ultimo cinquantennio ci accorgeremo che questo processo è effettivamente avvenuto tramite due linee di attualizzazione. Da un lato abbiamo l’assorbimento delle funzioni di mediazione negli organi dello Stato e oramai, a livello globale, nella struttura multilivello dell’Impero e dall’altro, attraverso molte sperimentazioni, lo sviluppo della autonomia dei movimenti sociali: il confronto tra potere e movimenti diviene sempre più diretto.
Come controprova di questo processo notiamo come gli strumenti della democrazia diretta, come i referendum per finire ad oggi con le primarie, hanno assunto via via sempre più centralità nella sfera politica a scapito della tradizionale mediazione partitica.
Questi strumenti assumono sempre più importanza esattamente nella misura in cui sono attraversati costitutivamente dal potere della comunicazione, vero dominus della politica contemporanea, ciò che ci fa comprendere come l’esercizio della democrazia sia oramai solo una immagine che il potere tende a trattenere in vita allo scopo di dominare la sua crisi.
Ma, attenzione, stiamo qui parlando sempre di modelli di integrazione sistemica e perciò nel momento in cui una singola resistenza colpisce un singolo momento del processo tutto il modello ne risente in maniera tale da sfiorare ogni volta la catastrofe. La stessa esperienza del Senza Volto dovremmo leggerla in questi termini e non permettere che si riduca a una forma radicale e colorata di “partecipazione”.
È questa che propriamente chiamiamo come la dinamica del dentro/fuori: dentro per organizzare disobbedienza, resistenza e insubordinazione al sistema, fuori per organizzare la sovversione del sistema stesso e produrre altro.
La questione della rappresentanza, in ogni caso, va rovesciata e posta correttamente: Chi decide?
Chi ha la legittimità a porre le questioni del movimento alla generalità del sociale?
Quali sono gli strumenti possibili di un attraversamento critico, sovversivo, dello spazio pubblico composto da istituzioni ed embrioni di nuova società?
La mediazione dei conflitti sociali attraverso i partiti è vero che può darsi o direttamente nella società oppure nell’esclusivo ambito dello Stato ma tra le due forme c’è sempre continuità. Quando infatti si presenta una anomalia e cioè un conflitto radicale, non mediabile, sia i partiti che lo Stato pongono tale conflitto, a partire dai soggetti che agiscono quel conflitto, al di fuori dell’ordinamento della democrazia reale dichiarando i soggetti volta a volta nemici, criminali, terroristi, sovversivi o genericamente violenti.
La forma partito, infatti, si fonda sì sul consenso sociale ma anche e necessariamente sulla disciplina sociale. Perciò ad un certo momento la conflittualità deve fermarsi e cedere al partito, con il voto, la continuità del processo. Scopo ultimo del sistema dei partiti infatti è una seppur relativa pacificazione sociale per cui, ad esempio, si sceglie di votare per il “bene comune” qualcosa di particolarmente infame e qui gli esempi odierni potrebbero essere innumerevoli (CPT, guerre, tagli alla spesa sociale, etc.).
Ed è proprio questa infame duplicità di fondo, costitutiva, che a ogni tornante di movimento viene duramente contestata e che designa il tramonto della forma partito come possibilità organizzativa dei movimenti e, di contro, la ricerca da parte di questi di altri strumenti di decisione.
Oltre, ovviamente, alla sempre maggiore decadenza della democrazia rappresentativa in quanto tale a fronte della continua sussunzione degli strumenti di governo da parte di agenzie globali, formali e informali. La crisi e la sconfitta della democrazia rappresentativa significa, in base a tutto ciò che andiamo dicendo, la crisi e la sconfitta inequivoca della forma partito.
I partiti oggi possono solamente avere la funzione di agenzie di servizio dei movimenti, per questo noi, pur privilegiando in assoluto i cicli moltitudinari, scegliamo nella fase non una identificazione ma una relazione con partiti “leggeri” tanto nell’identità quanto nella struttura, in modo tale da non delegare mai alla struttura formale di un partito ciò a cui solamente i movimenti hanno legittimità: in primis la decisione.
Anche le vicende elettorali (dal voto ai referendum alle primarie) rispecchiano oramai un utilizzo sempre più marcato che la moltitudine fa dello strumento tradizionalmente vocato alla rappresentanza come mezzo spurio, ibrido, di decisione.
Pensiamo a quello che è successo a Madrid oppure a ciò che in Italia stessa è avvenuto e si appresta ad avvenire.
E questo perché si chiede a coloro che sono eletti o chiamati in qualche modo a “rappresentare” gli interessi dei movimenti di esprimere la decisione moltitudinaria e nient’altro. Infatti se prendiamo l’esempio di Zapatero in Spagna, dopo aver espresso su pressione della moltitudine il rifiuto della guerra il suo operato viene regolarmente contestato dai movimenti.
Non dobbiamo permettere quindi di scambiare la crisi della democrazia rappresentativa con l’antipolitica, come è successo all’inizio degli anni ’90: a questo giro i movimenti politico-sociali possono comandare dal basso la crisi con tutt’altro esito.
Ovvero verso una intensificazione ed allargamento della democrazia: la democrazia rappresentativa funziona solamente come imposizione di limiti mentre la democrazia assoluta funziona facendoli saltare continuamente per costruire nuovi spazi e tempi di libertà.

3. Genealogia della catastrofe
Dicevamo all’inizio che fin dagli anni ’60 del secolo scorso in effetti si registra una crisi della rappresentanza.
Perché?
Ci si accorgeva che le pretese operaie e della società in generale – la famosa società-fabbrica analizzata dagli operaisti - erano difficilmente mediabili da un sistema di rappresentanza partitica, troppo statica sia rispetto alla dinamicità dello sviluppo capitalistico che a quella dei movimenti sociali.
Alla durezza e centralizzazione del comando capitalistico si accompagnava una forte mobilità operaia e tutto ciò doveva rispecchiarsi anche nella relazione tra Stato e società, ovvero a un forte e centralizzato potere esecutivo doveva corrispondere una effervescenza sociale anche se poi il tutto doveva riunificarsi nel piano del capitale il quale, però, sempre più era determinato dalla crisi.
Iniziava allora il dispiegamento della cosiddetta società del controllo che man mano si andava ad integrare con il modello disciplinare.
In tale modello di società i partiti risultano inefficaci se non inutili perché da allora in poi è il comando statuale e/o imperiale che vuole effettuare direttamente la mediazione con i movimenti, se non addirittura con le singolarità, senza che altri corpi intermedi interferiscano con il processo di integrazione delle differenze in un contesto di “crisi permanente” dell’ordinamento sociale globale: è questo che chiamiamo biopotere, in quanto la riproducibilità della vita stessa è sottoposta ad un intimo processo di controllo. In tale contesto invece sono più funzionali al potere le lobbies, cioè i gruppi di pressione che esprimono direttamente interessi particolari, o formazioni pseudopartitiche che esprimono le trasformazioni in corso (per esempio la Lega degli inizi o la stessa Forza Italia che interpretavano, in senso reazionario, alcune effettive trasformazioni produttive e istituzionali a cavallo tra XX e XXI secolo) o anche formazioni del tutto ideologiche (si pensi alla fortuna odierna del termine neocon che non rispecchia l’appartenenza a un partito bensì ad una “fede” o comunque a una disposizione ideologica).
Tra gli anni ’60 e ’70 dunque si disegnò una situazione che, a partire dalla considerazione della composizione di classe e della congiuntura politica, determinò da parte dei movimenti autonomi la teorizzazione e la pratica della separazione tra Stato e movimenti di classe.
Ogni mediazione, praticata direttamente dai soggetti in lotta, andava portata fino alla radicalità del rifiuto.
Ogni linearità rivendicativa doveva essere interrotta da ulteriori intensificazioni del conflitto.
Autonomia significava allora guadagnare un dualismo di potere chiaro quanto violento (chiaro nella separazione e violento nella difesa della separazione).
La partecipazione alle assise della rappresentanza, ovvero al voto, erano se non escluse subordinate alla valutazione tattica; è il caso del “voto rosso” al PCI nel ’75 alternativo all’ipotesi, perdente, del cartello della Nuova Sinistra capeggiata da Lotta Continua: i movimenti non vinceranno mai le elezioni in quanto movimenti perché si pongono su di un piano del tutto altro rispetto alla democrazia reale.
Questo almeno in quella che è la nostra tradizione poiché in altre, il problema è stato sempre quello di riportare al partito, e dunque alla rappresentanza che media l’interesse di classe, ogni movenza del conflitto in una linearità assoluta che dalla fabbrica, passando per il sociale, doveva portare al governo o alla rivoluzione.
La famosa “autonomia del politico” valeva qui sia per il partito istituzionale che per quello clandestino proprio perché in entrambe i casi si trattava di disciplinare il conflitto e assumerne la direzione al fine di rappresentare l’unità di popolo e/o di classe astratte nel governo o nella dittatura del proletariato: in entrambe i casi la classe operaia si faceva Stato.
Mentre, al contrario, l’autonomia sociale poggiava tutta la sua forza strategica sulla policentricità del conflitto che derivava dal nuovo modello di produzione, “diffuso”, ma anche dalla molteplicità e singolarità dei soggetti sociali, considerati nella loro irriducibilità a ogni sintesi dialettica e quindi alla rappresentanza politico-istutuzionale variamente intesa. Data da allora la rottura profonda con il Movimento Operaio e la conquista dei movimenti di un piano soggettivo differente, tutto calato nella socializzazione delle funzioni produttive e al contempo in una qualità moltitudinaria delle lotte.
Al modello dell’unità si contrapponeva quello della disgregazione. A quello del potere quello del contropotere. A quella della rappresentanza quello dell’autovalorizzazione. A quello della mediazione quello dell’auto-organizzazione. Una vicenda gloriosa ma tutta dentro quel determinato momento storico, dominato da una impetuosa trasformazione produttiva oggi oramai alle spalle. Ciò non significa che tutto quello che fu fatto allora non è più valido in assoluto bensì che ognuna delle movenze va valutata e reinterpretata a seconda del contesto storico generale.
E capita a volte che alcuni concetti, come quello di separazione, si trasformino pur mantenendone il senso profondo.
La separazione si declinava in molti modi ma due emergevano in modo del tutto egemone proprio perché insistevano sulla differenza che incarnavano ed era una differenza che sorgeva dalla resistenza: la differenza di classe e quella sessuale infatti cercavano di organizzarsi in termini di separazione ma anche di costituzione di nuove forme di vita. Il limite pratico di quella impostazione, in una valutazione a posteriori, è stato quello di aver spinto molto sulla valenza negativa della separazione ma molto meno su quella costituente e perciò oggi la questione si ridetermina nel concetto di esodo.
Lo sviluppo dell’antagonismo “puro” tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80 aveva portato ad un modello comportamentale esclusivamente negativo, quasi un ricalco rovesciato del potere che, alla fine, risultava paradossale e pochissimo produttivo di soggettività, mentre l’esodo prevede che nello stesso gesto di separazione - dove l’antagonismo rimane piantato nell’essere come principio ontologico - sia contenuto quello costituente e che l’attraversamento del deserto riesca a produrre nuova soggettività, o meglio ancora, a trasformare ciò che rimane del popolo in moltitudine.

4. Il federalismo dell’altermodernità
Per noi le stesse istituzioni, così come altri territori di conflitto, devono essere come un deserto che va attraversato al solo fine di uscirne più ricchi e più forti, anche se la separazione costituente tra istituzioni dello Stato e movimenti deve sempre essere sottolineata.
Ma per fare ciò abbiamo necessità di difendere la traversata e di non fargli mai mancare una base “ontologica”. Senza le lotte, senza i movimenti, senza la produzione di soggettività antagonista, senza l’auto-organizzazione sociale, l’attraversamento si riduce a partecipazione, questa caricatura della democrazia assoluta che si è dimostrata del tutto insufficiente quando non mistificatoria.
È questo, non altro, quel leninismo della libertà evocato a Padova nel seminario Guerra e Democrazia.
Per continuare la nostra avventura dobbiamo quindi rimetterci a fare inchiesta e capire cosa oggi il nostro territorio, dentro il contesto globale dominato dall’impero, sta diventando. Capire che cosa sta emergendo dalle macerie del “modello Nordest”, comprendere come si sta trasformando il modo di produzione e come la moltitudine vive questa mutazione.
Non possiamo guardare indietro, come fanno molti a sinistra, a una improbabile ipermodernità che viene oggi a riaffermarsi come riedizione di un iperfordismo a cui replicare con le misure della modernità, quali la rappresentanza politica e l’intervento dello Stato-nazione a difesa delle classi subalterne oppure con l’antagonismo puro e duro. Nel primo caso solo l’accesso al potere e la sua cogestione garantirebbero una qualsivoglia funzione stabilizzatrice, mentre nel secondo si è condannati a un minoritarismo perpetuo.
È evidente che molte parti della cosiddetta sinistra radicale vedono al primo caso come quello da percorrere e arriviamo, così, a una strana riedizione del compromesso storico dove cambia il soggetto – ora è il movimento che si fa Stato nelle intenzioni di qualcuno – ma il risultato è simile: repressione dell’autonomia e del conflitto.
Senza dire che se il compromesso storico degli anni ’70 riguardava forze del tutto interne allo Stato, oggi tutto ciò può avvenire rivolgendosi quantomeno a una dimensione continentale.
Su questo punto bisogna opporre il federalismo libertario e rivoluzionario alle alleanze tra partiti, sindacati e capitale della old economy rivolte alla difesa del potere di ogni singolo Stato-nazione. Qui risiede anche il valore strategico della lotta dispiegata continentalmente in Europa dal precariato sociale. Riuscire a tradurre questo ciclo sociale di lotte in un ciclo politico è l’orizzonte immediato che abbiamo di fronte.
Senza mai dimenticare lo spazio globale su cui necessariamente si svolge tutta la nostra azione politica e dunque continuando a rinsaldare rapporti con i movimenti costituenti che conosciamo bene, come quello zapatista, e crearne di nuovi ogni qualvolta un insorgenza riesce a far vibrare il mondo.
Perseguendo così non tanto un progetto di altermondialismo ma di un altermodernità: abbiamo bisogno di rompere il tempo presente per pensare e fare altrimenti. Dobbiamo dunque volgere lo sguardo dentro e poi più in là della attuale crisi globale e provare a immaginare e quindi determinare alcune serie di comportamenti politici in questo scenario, tenendo presente che non possiamo oggi prescindere dalla continua ibridazione delle forme politiche.
Sappiamo che l’unica possibilità del capitale oggi è piegarsi continuamente in basso nel tentativo di captare il valore che scorre nella cooperazione sociale, valorizzandosi cioè attraverso la rapina dei processi di valorizzazione autonoma, ed è qui che dobbiamo essere in grado di esprimere il massimo della resistenza e dell’intelligenza costituente.
Per questo la nostra attenzione ai nessi amministrativi, all’appropriazione di questi e al loro utilizzo intelligente quanto sovversivo, è necessaria; perché è esattamente dentro l’amministrazione territoriale che si svolge il comando sul processo, contraddittorio ma assolutamente concreto, della rapina capitalista ai danni della moltitudine.
E nelle filiere dell’amministrazione che il biopotere si esercita su tutto il sociale: l’amministrazione è produttiva. Perciò starvi dentro significa, per noi, cercare di interrompere la totalizzazione del dominio e tradurre i claims della moltitudine in rights, ovvero trascinare i desideri, i bisogni, le pretese appunto, a divenire affermazione di nuovi diritti.
In una parola esercitare il comune contro i residui della funzione rappresentativa, svuotare di senso le istituzioni territoriali del potere per riempire i vuoti di nuove istituzioni comuni della moltitudine.
Ma stare dentro i territori, in ogni loro articolazione, significa per noi anche continuare a costruire comunità, le quali sono contro-poteri concreti e possibilità sempre aperta di produrre soggettività.
Dobbiamo riuscire a immaginare i nostri territori come una metropoli compatta (politicamente e produttivamente) sulla e dentro la quale continuare a costruire reti, comunità, relazioni, corpi che producano continue insorgenze ma anche macchine sociali capaci di invertire la marcia che vuole il comando sempre più centralizzato, qual è l’attuale progetto della burocrazia locale in connessione con il capitale transnazionale.
Siamo in tempo per farlo.