
I segni inequivocabili di una crisi profonda della strategia dell’amministrazione Bush, caratterizzata dall’attacco e dalla occupazione militare dell’Irak, sono ormai sotto gli occhi di tutti.
Avevamo definito "Golpe nell’Impero" il dispositivo messo in campo con l’avvio dei bombardamenti all’Irak e che rispondeva ad una precisa teoria, elaborata negli anni da quella accozzaglia di "transfughi" chiamati neocon.
Transfughi della sinistra, addirittura di quella trozkista della Quarta Internazionale, transfughi liberal, transfughi della vecchia Old Right isolazionista. I neocon americani sono giunti al momento giusto (o forse sono solo un disperato, e pericolosissimo, tentativo di frenare la decadenza a stelle e strisce) per rispondere ad una pesante crisi interna provocata dall’implosione della new economy, e ad una situazione globale di forte instabilità ed incertezza nella costruzione imperiale determinata dall’assenza di strategie omogenee e compiute, atte a definire un "governo" (ovviamente a conduzione statunitense) del mercato mondiale.
Il "Golpe" si era espresso come una forzatura nel quadro di questa fase, che chiamiamo ordinativa, la quale interessa in questa epoca tutto l’assetto di comando sulla produzione capitalistica, sulla ridefinizione del nuovo ruolo assunto dai vecchi stati-nazione, sull’oltrepassamento definitivo del vecchio sistema di relazioni e convenzioni derivante dalla seconda guerra mondiale.
Stiamo parlando di una dinamica processuale, che rivela se stessa nelle intenzioni e negli obiettivi, ma che può continuamente "aggiustare il tiro". Già dalla guerra in Kosovo, gestita qui ed oltreoceano da amministrazioni "democratiche" e codificata allora come "umanitaria", si potevano nitidamente vedere tutti questi elementi.
Dalla ridefinizione della Nato e dei suoi trattati (D’Alema volò a Washington, dopo aver fatto bombardare la Serbia, per riscriverli includendovi la possibilità di attacco a paesi sovrani, prima formalmente esclusa), all’introduzione della guerra come "intervento di polizia internazionale" che oggi ci appare, nei discorsi e nelle pratiche a cui assistiamo, un punto centrale e comune a tutti gli schieramenti geopolitici.
Si deve quindi guardare al "Golpe" come ad un accumulo di diversi fattori oggettivi, maturati nel tempo, e ovviamente combinatisi con altri, soggettivi, non prevedibili.
Quando Bush padre bombardò la prima volta Baghdad, parlava di "Nuovo Ordine Mondiale".
Quando il centrosinistra italiano allora al governo (messo lì proprio per questo), parlava di "guerra umanitaria" e i caccia della Nato partivano da Aviano con il loro carico di morte e distruzione, contribuiva ad aprire la fase della guerra permanente.
Cioè quella fase, oggi pienamente dispiegata, in cui la guerra non si colloca più come momento eccezionale, ma al contrario, diventa la base permanente che genera la politica.
Lo "stato d’eccezione" diviene sistema ordinativo. Se le "tracce" che troviamo, anche andando indietro di vent’anni, in scelte politiche e di gestione alternativamente "democratica" e "conservatrice" dei governi capitalistici indicano una "processualità" nella costruzione di un sistema- mondo che definiamo "imperiale", certamente non può sfuggire la caratteristica né lineare né progressiva di questo work in progress neoliberista. La sfera della produzione, e l’assunzione del comando sul mondo, non è tranquilla.
E’ piena di conflitti, di scontri, di differenti opzioni strategiche con cui i capitalisti globali si misurano tutti i giorni. Dalle borse di Wall Street, Singapore e Belino, alle strade di Falluja e Jenin. Dai "rounds" del Wto alle battaglie contro i ribelli delle banlieues parigine.
Quindi anche il golpe neocon, si inserisce in questa battaglia tra capitalisti per comandare il mondo e il suo mercato globale. Come sempre chi vince scrive le regole che, sempre, non sono altro che la registrazione, la codificazione formale, di rapporti di forza materiali.
Rapporti di forza tra continenti (autorevoli osservatori dello sviluppo capitalistico globale definiscono questo "il secolo cinese", non quello "americano"), rapporti di forza tra chi aspira al dominio e chi lotta per liberarsene.
I neocon americani avevano fatto una scommessa. I fatti stanno dicendo che per ora l’hanno persa. La guerra in Irak, quella "distruzione creativa" celebrata dalle pagine del loro giornale, il Weekly Standard, si è trasformata in un pantano per le truppe di Bush. L’esportazione a suon di bombe e massacri della democrazia contemporanea occidentale, quella per capirci che sul piano della rappresentanza ha portato Bush Jr. ad essere eletto con meno del 20% dei consensi e che assume dentro di sé le torture di Abu Grahib e i non luoghi come il campo di annientamento di Guantanamo, è ormai una cosa a cui nessuno crede.
La scommessa, costruita con un’abile manipolazione dell’11 settembre (le cui caratteristiche "oggettive" risultano talaltro sempre più torbide), aveva bisogno di un Irak pacificato, in cui le forze ostili agli eserciti di occupazione fossero state rapidamente annientate. E qui è intervenuta la prima variabile: il consenso interno alle dinamiche di resistenza.
Il "diritto di resistenza": qualcosa che non può essere scritto nei trattati
E’ questa la variabile, non la resistenza in sé. La resistenza in quanto entità omogenea e chiara non esiste.
Si sono combinati molti fattori, dalla strategia baathista del vecchio esercito nazionale di Saddam, all’intervento di combattenti e servizi segreti di molti potentati arabi a conduzione islamico-fondamentalista.
Ma sicuramente tutto ciò non avrebbe messo in difficoltà così tanto l’esercito degli eserciti, se non vi fosse un chiaro e materiale appoggio delle popolazioni a tutto ciò che va contro la presenza americana.
Le stesse elezioni, quella farsa utilizzata per far rimbalzare l’immagine delle urne a fianco di quella dei carriarmati (e qui ritorna il logo della guerra umanitaria teorizzata dai "democratici"), sono state utilizzate dalla popolazione per esprimere la propria voglia di autodeterminazione.
Nessuno dei partiti in lizza, nemmeno quelli più direttamente controllati dai comandi militari americani, ha potuto non mettere al primo posto del "programma" l’uscita delle truppe occupanti dall’Irak.
Ovviamente le elezioni, giustamente boicottate dai più, servivano a formare una specie di governo, uno di quei governi fantoccio di cui gli USA sono esperti creatori da sempre, ma nonostante la manipolazione mediatica, sono divenute anch’esse un problema. A fianco di resistenze che di certo non sottintendono alla liberazione in senso generale, ma sono espressione di altre logiche di potere e dominio, teocratico-affaristico, vi sono forme di lotta, anche armata (ci mancherebbe altro che chi è sotto il tiro di fucili e carriarmati non potesse difendersi e lottare in armi...) decisamente legate alla necessità di non subire, rassegnati, la guerra.
Come vi sono lotte sociali, dalle strade di Nassirya (i lagunari italiani hanno sparato, uccidendo, su persone che manifestavano) ai pozzi petroliferi del sud Iraq, che attraversano tutto il paese per contrastare l’occupazione militare. Di certo nessuno applaude ai blindati yankee, che non possono girare distribuendo cioccolata ma devono starsene ben rinchiusi nella Green Zone (e anche lì hanno grossi problemi) o nelle caserme, e quando escono è per massacrare gente che li odia, giustamente.
Ci sembra importante quindi soffermarci su questo: la variabile che è intervenuta, dal basso questa volta, è quella di un’umanità che non accetta di essere colonizzata militarmente. Che risponde come può per sabotare, per rendere inefficace e difficile il processo di neutralizzazione pianificato al Pentagono. La "distruzione creativa" dei neocon, appare ciò che in realtà è: solo distruzione.
Se la guerra in Iraq è paradigmatica per definire lo "stato d’eccezione" permanente e il suo ruolo nella costruzione imperiale, questo sentimento generale, fatto di pratiche e indignazione, di insubordinazione e sabotaggio sociale, e che sta sotto la dinamica della resistenza armata contro gli americani, è altrettanto paradigmatico. Definisce ed esprime un "diritto di resistenza" come paradigma, che nulla ha a che vedere con le convenzioni formali o il diritto internazionale. Il diritto di resistenza di cui parliamo è un paradigma. Disegna una cornice, non un modello né tanto meno una linea politica.
Le pratiche di resistenza armata in Iraq, che avvengono con il combinarsi di molti fattori come abbiamo detto, hanno avuto successo finora, e non era scontato, non perché militarmente siano di per sé in grado di reggere l’offensiva e la pressione della macchina da guerra americana. Ma perché, tutte, anche diverse tra loro per genesi e motivazioni, anche contraddittorie politicamente ed eticamente, possono giocare su un humus sociale che permette loro di esistere, di trovare complicità e consenso di fondo. Che le legittima comunque, perché sono gli eserciti occupanti e gli orrori della loro guerra la causa di tutto.
Il "diritto di resistenza", dunque, non è codificabile né in leggi né in trattati. Non è l’espressione di nessun modello pratico di resistenza, non è frutto di una sintesi politico-organizzativa. E’ un paradigma nuovo, di questo tempo, e forse voler ritrovare le sue tracce troppo indietro è suggestivo ma non ci aiuta a capirne le caratteristiche e, soprattutto, l’importanza.
Il diritto di resistenza come paradigma è universale.
Si genera da situazioni come quella irakena, ma anche nel cuore delle metropoli durante le lotte del precariato meticcio. Abbiamo vissuto e praticato anche a Genova, contro i soldati del G8, questo diritto. Lo creano e lo vivono le comunità in lotta della Val di Susa, come gli zapatisti in Chiapas.
E’ il diritto di resistenza a vincere in Iraq. E’ quello di cui Arundaty Roy parlava al Forum mondiale in India due anni fa, quando esclamava, tra lo scandalo di molte ONG presenti (onnipresenti): "Dobbiamo farci tutti resistenza irakena".
E’ bene secondo noi chiarire, approfondire, dentro ogni sede, questo concetto. Peraltro ci aiuta a definire meglio il rapporto tra pratiche del conflitto e spazio pubblico nel tempo della guerra globale.
Da "consenso" a "condivisione"
Con l’esplodere del ciclo di movimento che va da Seattle a Genova, e con l’accumulo di esperienze determinatesi con l’insurrezione zapatista e il suo "linguaggio", avevamo individuato, non senza approssimazione, il binomio "conflitto/consenso" come determinante per quella fase. Oggi possiamo definire meglio ciò che allora solo riuscivamo ad intravedere.
Si può, in una società globale che si regge sulla produzione di opinione pubblica a mezzo di surplus informativo (molti autorevoli analisti definiscono questa come la fase con minore tasso di conoscenza della realtà proprio a causa di questa overdose informativa pilotata), assumere la definizione "classica" di consenso? Crediamo di no.
La facilità con cui, grazie ai dispositivi di costruzione dell’opinione (e quindi di produzione di soggettività comandata), il potere si muove nelle reti del surplus comunicativo ci impone una nuova definizione di "consenso", quello che a noi interessa per creare spazio pubblico, azione politica, autodeterminata, autonoma.
In realtà, anche grazie alle suggestioni che ci vengono da una sperimentazione continua e globale, da Seattle all’Iraq, il "consenso" di cui abbiamo bisogno per alimentare e rendere efficace il conflitto, è "condivisione".
Questo concetto racchiude in sé una grande differenza, di qualità, di peso specifico, rispetto al semplice consenso. Condivisione come complicità, come esercizio collettivo del comune. Chiamiamo condivisione, quindi, quel "consenso" che è capace di sottrarsi agli apparati di cattura e di neutralizzazione che il dominio attiva sugli spazi pubblici, di opinione, di conflitto, di critica, che nascono fuori e contro di esso.
Conflitto/condivisione quindi sono due termini di un rapporto necessario all’azione biopolitica di movimento per creare e riprodurre spazi pubblici autonomi e che esprimano "esodo".
Il diritto di resistenza, la ricerca di pratiche che generino conflitto/condivisione, la creazione di spazi pubblici in "esodo", sono per noi i tratti costituenti dell’agire biopolitico di movimento.
"Business way of life" ovvero l’opportunismo del capitale
La lettura della crisi del progetto neocon, ci consegna una visione meno metafisica o mistica dell’Impero.
Dimostra come il capitalismo globale, quello che chiamiamo neoliberismo, tutto è fuorché un monolite scevro da contraddizioni interne, esterne, fallimenti, approssimazioni.
Come nel caso del grande boom economico cinese, il capitale e i capitali vanno dove c’è da fare business, anche se è nella direzione opposta da quella indicata da questa o quella "famiglia", siano esse della Casa Bianca o di Strasburgo.
Sempre osservando la Cina, non può non attirare l’attenzione il dato che rimbalza dall’analisi preoccupata dei notabili del Partito che segnalano gli oltre 85.000 momenti di conflitto, insubordinazione, rivolta, di contadini, operai, studenti che hanno costellato il 2005 in quell’enorme paese.
Pirelli ha la sua più grande azienda in Cina, con lui tutte le multinazionali del globo, e dall’altro lato esplodono rivolte per la ricchezza, per la qualità della vita, per la giustizia sociale.
Nonostante le mille esecuzioni capitali all’anno (altro che gli USA... ), nonostante le carceri stracolme di oppositori e poveri.
L’Italia neocon abbozza la sua teoria protezionistica contro "l’invasione cinese" e viene immediatamente ripagata con la stessa moneta dalla Francia, che blinda le sue aziende e compra quelle degli altri all’estero. E così via.
La produzione e l’accumulazione di profitto capitalistico richiede forza lavoro nomade e disponibile, per ritmi e condizioni di supersfruttamento, ma il controllo dei flussi di lavoratori migranti genera sempre più problemi ai guardiani; si impongono le elezioni "democratiche" in Palestina, ma vince Hamas. Si spendono tutti i soldi, anche quelli che non ci sono, per la guerra, ma poi accade New Orleans in casa propria. O ancora, si va in guerra in medioriente, e poi si fa fatica a comandare in quello che è sempre stato "il giardino di casa", leggasi Brasile, Venezuela, Colombia etc.
Le contraddizioni enormi del capitalismo globale provocano dunque uno stato di crisi permanente. Le teorie di "governance", contrapposte a quelle del governo unico ed omogeneo, nascono proprio come risposta capitalistica a questa situazione di crisi permanente.
Ma è proprio negli spazi, nelle crepe aperte da queste contraddizioni, che le lotte moltitudinarie, caotiche, rizomatiche, esplodono ovunque. Nello stato-crisi è questa, oggi, la forma che assume il conflitto globale. Lotte moltitudinarie che sembrano più espressione di un Hydra piuttosto che di un corpo unico, omogeneo, definito.
Non siamo più imprigionati dalla "domanda senza risposta"
Non siamo più nell’impasse che ci aveva colto dopo l’inizio della guerra in Iraq. Siamo stati, tutti, a livello globale, ma noi in particolare come soggettività politica, imprigionati per un po’ dentro alla domanda senza risposta possibile: come si fa a fare Guerra alla Guerra? Nel tempo della guerra globale permanente, nel tempo dello stato-crisi strutturale, questa domanda, annullando ogni risposta possibile nel senso dello spazio pubblico, dell’esodo, dell’autonomia, ci costringeva ad una semplice, per bene che andasse, testimonianza del reale.
Cioè ci bloccava dentro ad una fotografia del presente, immutabile e statica. Si poteva agire solo come "reazione" ad un’ingiustizia, solo come comportamento e non come progetto di vita. Si poteva solo fare politica e propaganda, non azione biopolitica e creazione. Si poteva solo essere costituiti, e non costituenti.
Oggi ne siamo fuori. L’assunzione della crisi capitalistica, dell’ipotesi di governo unico ed omogeneo, segnata dal fallimento neocon in Iraq, e l’esplosione delle lotte moltitudinarie in tutto il mondo, ci permettono di definire, oltre che una nuova fase, anche un nuovo spazio possibile per l’azione dei movimenti.
La nuova fase di lotte moltitudinarie, parcellizzate tra loro ma diffuse, intense, molto più dei periodi precedenti, pone per noi un problema di lettura ed interpretazione.
Dobbiamo attraversarle con il metodo dell’inchiesta come azione politica. Innanzitutto partiamo riconoscendo una "differenza di fase", una discontinuità, tra il ciclo del "movimento dei movimenti" e questo delle lotte moltitudinarie.
Il movimento dei movimenti è stato un ciclo caratterizzato da un ben definito tratto post-novecentesco. Ha assunto la forma di una soggettività di massa che esprimeva l’accumulo delle fasi precedenti, intrecciandolo e contaminandolo con nuovi linguaggi che oggi ritroviamo, diffusi, ovunque.
La soggettività di massa condensatasi attorno alla fase che va da Seattle alla guerra, poteva agire ricomposta, attorno a spazi ed obiettivi comuni. L’accumulo di questa esperienza globale è un’eredità che oggi ritroviamo nei piccoli grandi conflitti che esplodono ad ogni latitudine.
E’ eccedenza in forma di conflitto che fuoriesce dalle maglie del controllo globale e non ha un carattere progressivo e lineare, ma si muove caoticamente, in maniera imprevedibile ma solida. Come a dire che questa fase di chiusura di un ciclo di lotte globali non è certo caratterizzata dal "riflusso" e dalla "pacificazione", come ad esempio per noi sono stati gli anni 80. Al contrario, vi sono più conflitti, sono radicali e profondi, esplodono con forza.
Vi è, dentro questo quadro positivo, una difficoltà reale a produrre attraversamento e ricomposizione soggettiva. Definire cross-point condivisi, nuovi spazi pubblici, nuove entità del "comune".
E’ per questo che dobbiamo caratterizzare questa fase come spinta alla creazione di un laboratorio collettivo. Se il problema è la ricomposizione soggettiva, ricette non ce ne sono. La ricerca, la curiosità, il desiderio, la contaminazione, la voglia di costruire condivisione, sono gli elementi indispensabili a creare il "camminare domandando" come esodo moltitudinario e comune.
Alcune indicazioni "operative" su cui riflettere
Individuiamo almeno 3 presupposti fondamentali per la costruzione di azione politica in questa fase:
1 - Assunzione del paradigma del "diritto di resistenza" come cornice delle lotte moltitudinarie.
Esso descrive una dinamica aperta ed universale. La sua definizione ed assunzione ci aiuta anche nella rielaborazione di una teoria politica dell’organizzazione.
2 - La "disobbedienza sociale", dentro la cornice del diritto di resistenza, come nostra opzione e scelta soggettiva. Le pratiche ed i linguaggi, vecchi e reinventati, dell’azione di disobbedienza sociale, producono il senso che vogliamo dare alla nostra azione politica dell’attraversamento, della ricerca, della produzione di nuovi spazi pubblici di conflitto.
In questo quadro prendiamo su di noi tutte le esperienze e il patrimonio del passato recente, ricollocandoci. L’accumulo di teoria e prassi che proviene dalle esperienze fatte nel ciclo precedente, è prezioso. Il nostro obiettivo è strutturare Esodo costituente come possibilità concreta della dinamica sociale.
3 - L’affermazione della "Autonomia sociale". E’ il tratto distintivo della nostra "altra società".
Autorganizzazione, autogestione, autodeterminazione, autovalorizzazione... sono i tratti "genetici" di un soggetto collettivo in conflitto. La tendenza a separare il "bene comune", le forme di comunità altra, gli spazi pubblici, dalle istituzioni e dai loro apparati, è tratto fondamentale della nostra azione politica.
Dove avviene tutto questo?
Lo spazio continentale, quello di un’Europa come spazio geopolitico e non geografico, è il territorio del nostro agire. Occorre destrutturare le fattezze di un’Europa così come è imposta. Occorre percorrerla alla ricerca di nostri simili o di diversi da noi che siano interessanti. Occorre conoscerla a fondo, capendo i linguaggi che dalle sue metropoli, condensate o diffuse, partono. Occorre forzarne i confini, quello blu del mediterraneo, e quello bianco dell’est.
Definiamo lo spazio progettuale dove condensare sperimentazioni, progetti, esemplarità, verifiche Glocal-municipale. In questo intreccio, tra radicamento territoriale concreto e costruzione di un nuovo territorio come spazio geopolitico di sperimentazione e ricerca, si determina una nostra strategia progettuale.
L’uso tattico del livello "nazionale" e "locale" è necessario, ma solo per determinare e rafforzare la strategia progettuale dell’azione politica, europea e glocal-municipale.
Dove stare?
La nostra "collocazione" è fuori dai partiti. Non contro i partiti. Abbiamo il problema di attraversare la crisi della rappresentanza, per costruire nuovi spazi pubblici e azione politica. Il "fuori" descrive per noi una scelta precisa: quella di batterci per far precipitare il più possibile questa crisi, per andare verso l’autonomia. Ma questa crisi di partiti e rappresentanza è una dinamica tendenziale, non già data. Per accelerarla dobbiamo usare tutti gli spazi possibili. E’ un terreno contraddittorio ma di cui dobbiamo porci il problema.
Su questo rimandiamo l’attenzione al precedente documento "Movimenti e rappresentanza: un rapporto di conflitto".