I teocon, la guerra e le moltitudini in esodo dalla civiltà

:. Ultimo articolo pubblicato su Claims! 2 # Guerra Globale e segni di una crisi ordinativa :. Cos’è Claims!

Giovedì 13 aprile 2006
Se volessimo fare un esercizio culturale, pur senza altro scopo che l’afferrare lo "spirito dei tempi", non potremmo comunque fare a meno di interrogarci sulla valenza di un concetto che sempre più invade la cronaca dei nostri giorni e che, in maniera opprimente, satura ogni discussione politologica, ovvero dovremmo puntare l’attenzione sul cosiddetto scontro di civiltà.
Da più parti, non sempre coincidenti con la moderna geometria politica, si afferma o si contesta che sia in corso nel mondo una battaglia senza fine – permanente - tra civiltà; uno scontro, appunto, tra differenti forme di vita complesse che, nella loro differenza, oltrepassano la sfera della diversità delle culture, e infatti si parla di civiltà e non di culture quando si vuole indicare l’oggetto del contendere.
Una civiltà, secondo la più tradizionale concezione occidentale, sarebbe in realtà più una maniera di essere al mondo che non una specificità storico-culturale, sarebbe quasi un entelechia intrinseca alla forma, un télos contenuto nella profondità della storia di un popolo e che ha, per definizione, un valore assoluto e perciò universale. Ad una civiltà non si aderisce, si appartiene.
Si può pensare in maniera aberrante di poter esportare la democrazia ma mai nessuno ha creduto che lo stesso sia possibile con la civiltà, la quale non unisce ma divide, non sintetizza e tanto meno mescola le culture ma le separa.
Chi appartiene a una civiltà, si sottintende, è un essere "superiore" proprio perché dotato di un qualcosa che trascende la storia corrente, qualcosa cioè che supera – o schiaccia - ogni differenza interna per proiettarsi come differenza assoluta verso l’esterno. Allo stesso momento, quando si dice “scontro di civiltà” si presuppone che ne esista più d’una, ma si dice anche che tra l’una e le altre esista una differenza spirituale incolmabile, tanto da spingerle a scontrarsi e a cercare di distruggersi a vicenda.
Ma a distruggersi non sono i valori bensì vite umane. È a questo punto che scatta la trappola retorica nella quale è ingabbiato il tempo attuale: se esistono le civiltà e se hanno tali caratteristiche allora, dicono, non si può non schierarsi in questa metafisica battaglia di valori, bisogna entrare nel campo polveroso della lotta sapendo di trovarsi a difesa della propria forma di vita contro un’altra forma, una forma così differente da apparire mostruosa, inconcepibilmente nemica. Ogni minima differenza culturale appare ingigantita, resa abnorme dalla lente infuocata della guerra, una escrescenza carnosa da estirpare con ogni mezzo.
Dati questi punti di partenza è abbastanza ovvio che la religione balzi al primo piano dello scontro, perché sono le religioni – almeno quelle "ufficiali" - che da sempre coltivano lo spazio dei valori assoluti, della trascendenza e dell’universalità. Quantomeno le religioni monoteiste – tant’è che non appaiono coinvolte nello scontro religioni quali il buddismo o l’induismo –, le religioni hanno infatti il potere di porsi come nucleo forte di una civiltà, tanto forte da poter richiedere il sacrificio estremo, quello della morte data agli altri e persino quella autoinflitta per difendere la propria civiltà. Ed è un sacrificio di massa, non solo individuale, quello che si richiede, poiché la religio è qualcosa, un legame appunto, che lega le singolarità le une alle altre dentro un dispositivo di cattura potente perché assoluto, e assoluto perché divino.
La guerra che oggi i teocon – tanto cristiani che islamici - ci impongono come base assoluta della biopolitica imperiale è intrisa di questo senso della "morte gloriosa", una fine della vita che però salverebbe la Vita, quella "vera", quella che si conduce secondo i veri valori e che trascende quella dei corpi; come già diceva Michel Foucault "dare la morte per poter vivere" è il sigillo del moderno biopotere. Poco importa a questo punto quali siano i valori (la democrazia o la teocrazia ma anche il modello di sviluppo o quello della famiglia), l’importante risiede nel credere di appartenere a una delle civiltà in campo e combattere per lei, la "mobilitazione totale" di jungheriana (e fascista) memoria diviene così un imperativo spirituale tramite il quale ogni segmento della società viene assoggettato al sistema della guerra di civiltà, quali che siano le credenze personali, poiché la civiltà le sovrasta tutte, le ingloba tutte. E l’Impero teocon non può che essere Uno, non c’è spazio per contendenti di ogni genere. L’Uno odia il Due e ancora di più il molteplice. In fondo alla voragine dello scontro di civiltà c’è sempre lei, la moltitudine, l’Idra, lo spettro dell’insurrezione dei molti che insidia il dominio dell’Uno.
Non dobbiamo pensare che tutto il discorso intorno allo scontro di civiltà sia semplicemente una cortina fumogena per nascondere i più triviali interessi, o meglio, certo, tale retorica serve a occultare la materialità dei rapporti di forza che sottendono allo scontro planetario per il comando sulle moltitudini, sulla produzione e sullo sfruttamento, e però la formazione discorsiva teocon è così andata avanti, si è così profondamente insediata nelle coscienze che sbaglieremmo ad affrontare con sufficienza il tema. E il tema non può essere altro che quello di pensare a come le moltitudini possono contrastare questa weltanshauung malefica, come possiamo scacciare questo mefitico odore di morte che oramai impregna ogni comparto della vita-in-comune.
Perché sappiamo altrettanto bene che l’altra formazione discorsiva egemone oggi è quella propriamente altra, differente, e che viene dal basso, ovvero quella espressa da tutti e tutte coloro che resistono al dominio. Anche su questo punto, non dobbiamo sottovalutare la forza di penetrazione che nuovi comportamenti, nuove idee e nuovi soggetti hanno nei confronti dell’attualità. Anzi, in realtà la reazione teocon è conseguente all’esplosione della protesta cosiddetta no-global, con tutto il suo portato di eresia globale. E eresia vuol dire scelta. La scelta di andar via dallo sfruttamento, dalla guerra e anche... dalla civiltà.
Se un tempo, nella modernità, si affermava che il proletariato poteva e doveva distruggere le nazioni e lo Stato per essere libero, oggi le moltitudini si pongono il problema di come sfuggire alla morsa della "civiltà" per poter vivere liberamente, ovvero di come guadagnare l’autonomia da ogni apparato di cattura del comando: stati, nazioni, civiltà, religioni sono egualmente nemici dell’unica pace che valga la pena, quella che si conquista nel conflitto per la giustizia, l’eguaglianza e la libertà di tutti e tutte.
L’esodo, questa categoria che abbiamo inventato nel tempo del neoliberismo e della guerra globale, inizia a rivelarsi sempre più come organizzazione della sottrazione conflittuale non solo rispetto alle strutture dello sfruttamento ma anche, e forse innanzitutto, all’obbedienza all’ordine globale delle civiltà. No davvero, le moltitudini non appartengono ad alcuna forma di vita trascendente, poiché esse non possono appartenere che a se stesse. L’autonomia è l’unica bandiera che essa sopporta di veder sventolare.
Iniziamo così a intravedere nuove forme della lotta contro l’Impero, forme che richiedono grande perizia nella decodificazione e nell’uso della comunicazione, forme che si costituiscono come irriducibilmente estranee a ogni compatibilità con la fenomenologia dello scontro di civiltà, forme di violenta battaglia materiale e culturale contro la prepotenza e il razzismo dell’Uno, forme che si danno come spontanee e organizzate nello stesso tempo poiché nascono nella rete e dentro di essa rimangono.
La rete non è una nuova civiltà, tutto al contrario, essa è la potenza di abolirle tutte. Forse sfioriamo l’utopia, che già fu segno e cifra di antiche battaglie della moltitudine, ma questa volta non è un’utopia tutta proiettata nel futuro, essa vive solamente nel tempo che i corpi creano tramite la loro messa in relazione, nel comune.
L’esodo dalla civiltà è questo: l’alba della cooperazione che libera e produce, la fine del comando, la distruzione dello sfruttamento, la vita che vince sulla morte.