
Uno studio legale tappezzato di ritratti del “Che” e di Zapata. Sullo sfondo una foto del “Sup” che abbraccia questa donna con calore. Barbara Zamora e’ un’avvocata con la “A” maiuscola, attivista dei diritti umani come lo era una donna con cui collaborava: Digna Ochoa. Insieme hanno dedicato l’esistenza a difendere le lotte sociali dal basso. Digna e’ stata uccisa tre anni fa nel suo ufficio da mano ignota. Barbara riceve la delegazione di Ya Basta ripercorrendo la storia dei fatti di Atenco. In Italia molti attivisti la ricorderanno perche’ difese i compagni e le compagne espulsi nel 1998 dal Messico. Vinse quella battaglia legale, ma adesso si confronta con una tragedia collettiva infinitamente piu’ grande. I fatti di Atenco sono destinati a rimanere nella storia sociale e politica di questo Paese e del mondo intero, come la strage di Acteal e le tante altre rimaste ancora impunite. Oggi racconta una vicenda giudiziaria ai confini con il surreale. E’ un capitolo vergognoso nella storia del diritto e farebbe invidia persino ai protagonisti della grottesca scena giudiziaria italiana. “A partire dal 4 maggio – spiega la signora Zamora – stiamo assistendo alla negazione dei diritti elementari”. Gli abusi sono stati perpetrati nel carcere di Tuluca e nello speciale di La Palma, quell’Altiplano dove gli attivisti del Frente De Los Pueblos en Difiensa de la Tierra condividono le celle con persone identificate come narcotrafficanti e terroristi. “Si tratta di abusi umani, morali e politici”, prosegue l’avvocata Zamora; il fatto stesso che questi compagni siano in carcere e’ illegale in quanto non sussistono elementi giuridici che giustifichino la loro detenzione. Sono in galera sol perche’ volevano difendere uomini e donne che intendono svolgere la propria attivita’ di fiorai in un luogo svenduto alle multinazionali. L’unica motivazione per la quale potrebbero essere accusati e’ il blocco stradale, un reato per cui sarebbe prevista una semplice multa. Invece, sono stati uccisi, violentate e torturati al fine di assecondare la sete di vendetta del governatore Peña Nieto, che si proclama addirittura “difensore dello Stato di diritto”. “Il 4 maggio scorso, quando ci siamo presentati al carcere, non ci hanno nemmeno consentito di passare”, denuncia Zamora. “E’ stato possibile incontrare i nostri assistiti diverse ore dopo l’arresto e li abbiamo trovati insanguinati, con i corpi tumefatti e gli abiti strappati”. Per dilatare i tempi di detenzione, l’accusa ha utilizzato ogni espediente. Basti pensare che le carte trasmesse ai giudici sono state macchiate e rese illeggibili. La stessa ipotesi di reato, “delinquenza organizzata”, che rappresenta il corrispettivo delle italiane “associazione a delinquere” e “associazione sovversiva”, raddoppia le 48 ore previste abitualmente per espletare le prime formalita’ di rito. Per quattro giorni i compagni sono stati soli nel girone piu’ buio dell’inferno. In questo modo la polizia ha potuto cancellare i segni della mattanza e raccogliere nuove “prove” a carico degli arrestati. Al termine delle 96 ore e’ stato confermato l’arresto dei presunti leader dell’organizzazione, tradotti successivamente nel carcere federale, nonostante la legge preveda la detenzione negli istituti statali di pena. Contro tale provvedimento gli avvocati hanno presentato ricorso, ma i giudici non hanno ancora risposto, confermando la strategia dilatoria. In questo contesto e’ stata formulata pure l’accusa di “sequestro equiparato”, da sempre applicata ai serial killer. E’ una forma di ordinanza fondata esclusivamente sulle dichiarazioni dei poliziotti. Peraltro non consente il rilascio dietro pagamento di cauzione. Paradossalmente, pur essendo in presenza di reati associativi, corti giudiziarie differenti lavorano simultaneamente: i magistrati hanno fissato le udienze per lo stesso giorno e nella medesima ora, ma in diversi tribunali, impedendo di fatto l’agibilita’ ai difensori, che avrebbero dovuto godere del dono dell’ubiquita’, comunemente attribuito al solo Sant’Antonio da Padova. E un Sant’Antonio e’ stato applicato a tutti i compagni al loro arrivo in carcere. Cosi’ e’ definita nel lessico dei detenuti di mezzo mondo la pratica di formare due cordoni di guardie penitenziarie che massacrano di botte i prigionieri al loro passaggio. Zamora precisa che “i poliziotti chiamati a testimoniare dall’accusa sono 60, ma il calendario prevede la deposizione di cinque testi per ogni udienza”. I verbalizzanti possono quindi conoscere in anticipo il contenuto delle domande formulate dalla difesa. Inoltre, molti poliziotti rivestono il doppio ruolo di vittime e testimoni, e per di piu’ spesso non si sono presentati. Tutte queste irregolarita’ sono pratica quotidiana in Messico, ma il processo per i fatti di Atenco assume un rilievo particolare, perche’ nasce da una battaglia politica e sociale. Da sottolineare, infine, che i magistrati designati per il procedimento aperto contro i compagni del Frente, non sono quelli previsti dal criterio tabellare. In sostanza non si tratta dei giudici naturali, bensi’ di personaggi designati appositamente. In conclusione, l’avvocata Zamora sceglie parole del “Che”, degne del suo sguardo orgoglioso e profondo, per esprimere la propria gratitudine alla delegazione di Ya Basta:
“Soprattutto ricordatevi sempre di sentire nel profondo del vostro cuore ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo”.
Hasta la victoria siempre.