Dopo il meeting di Marghera. Verso la società dei beni comuni

Alcune riflessioni a partire dal workshop "Democrazia e beni comuni"

3 / 2 / 2011

Il meeting-seminario di Marghera "Uniti contro la crisi" mi ha lasciato sentimenti contrastanti: se da una parte è emersa in me una nuova coscienza del cambiamento, incarnata da questo nuovo spazio sociale e politico che è "Uniti contro la crisi", inedito nei contenuti e nella forma rispetto alle tradizionali istanze di cambiamento e rispetto ai movimenti che l'hanno preceduto (e dalle cui ceneri tenta di risollevarsi, imparando dai vecchi errori), dall'altra credo sia necessario monitorare fin da subito alcuni limiti teorici e pratici che ho riscontrato e che vorrei portare alla vostra attenzione, al fine di discuterli insieme nel tentativo di superarli o comunque per offrire un ulteriore contributo al dibattito.

Il primo limite riguarda la coscienza della crisi.
In tutti gli interventi si è sempre partiti da un dato di fatto: che la crisi è sistemica, riguarda cioè non solo l'aspetto economico-finanziario ma il modello intero di società, il modello capitalistico neoliberale. Una crisi che emerge con prepotenza sul terreno del lavoro, dei saperi e dell'ambiente: i tre grandi nodi, tutti profondamente intrecciati fra di loro, intorno ai quali si sono costruiti i workshop di lavoro.
Tuttavia non è stato dedicato spazio alcuno, se non qualche timido accenno da parte di alcuni relatori, a un'analisi dell'origine di questo sistema, di questa crisi e della sua portata a livello europeo e mondiale.
Si dice che "bisogna conoscere il proprio nemico, per combatterlo". Allora forse è il caso di individuare bene il nostro obiettivo. Altrimenti si rischia di creare un esercito che si lancia contro il nemico sbagliato, perdendo tempo ed energie e fallendo per l'ennesima volta il proprio "tiro rivoluzionario".
All'interno della due giorni avrei speso del tempo, per esempio, ad analizzare il funzionamento del sistema finanziario internazionale, del sistema bancario, in sostanza del sistema monetario che sta alla base del capitalismo moderno. Un sistema "che ci frega sempre", in grado tra l'altro di rinnovare e replicare se stesso fino allo spasmo finale com'è stato ricordato più volte facendo riferimento alla cosiddetta green-economy.
Non sono un'economista, per fortuna. Perciò non rientra tra le mie competenze e non è nemmeno mia intenzione offrire qui un'analisi di tali meccanismi (il web è pieno di informazioni a riguardo, per chi volesse farsi un'idea consiglio ad esempio i contributi di Paolo Barnard "Questo è il potere" e "Il più grande crimine"). Comprendo benissimo, tra l'altro, che tutto ciò potrebbe suonare di primo acchito terribilmente complicato e noioso. Tuttavia per avere una profonda coscienza del sistema in cui viviamo non possiamo esimerci dal conoscere anche il sistema economico-monetario: si tratta di una sovrastruttura culturale all'interno della quale siamo nati e che spesso fatichiamo a riconoscere, una sovrastruttura che però legittimiamo ogni giorno attraverso i nostri scambi (di beni, saperi, forza-lavoro) e che sta alla base della crisi che sentiamo ricadere sulla nostra pelle.
Si è spesso fatto riferimento al fatto che viviamo in una società post-fordista. E proprio a Henry Ford è attribuita questa frase eloquente:
"E' un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario, perchè se accadesse credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina."

A mio avviso occorre cominciare a parlare del fatto che il denaro, laddove sarà ancora necessario, deve essere tutt'al più un mezzo per lo sviluppo di una società giusta (chiamiamola pure "la società dei beni comuni"), e non più un fine. Il fine devono essere l'uomo e la natura. Occorre iniziare a pensare a forme alternative alla moneta-debito, sia attraverso la creazione di monete complementari (le monete locali), sia attraverso la riappropriazione delle sovranità monetarie nazionali (ora di fatto nelle mani di poche famiglie di banchieri internazionali) fino ad arrivare a una gestione popolare della stessa, come un qualsiasi altro bene comune artificiale. Solamente all'interno di questa logica potrebbero poi inserirsi tutti quei bellissimi discorsi sul reddito di cittadinanza scollegato al lavoro, che troverebbero così una loro applicazione reale.
Domanda: chi dovrebbe garantire il reddito di cittadinanza ora come ora? Lo Stato, tramite l'INPS? Quello stesso Stato che, sotto il ricatto di un debito per sua natura inestinguibile, taglia su sanità, pensioni, scuola, cultura?
In sostanza, a una riconversione ecologica dell'economia va affiancata a mio avviso una riconversione etica dell'economia stessa, attraverso una gestione orizzontale del sistema monetario inteso come bene comune artificiale da ripubblicizzare, esattamente come per l'acqua.

Il secondo limite riguarda la crisi di coscienza.
Speculare rispetto alla coscienza della crisi è la crisi di coscienza che ci riportiamo a casa da Marghera, e che tradurrei in una prima serie di interrogativi aperti: come applicare il cambiamento nella società? Come passare dalla teoria alla pratica e, al contrario, come gestire la costruzione di una teoria a partire dalle buone pratiche? Come tradurre la nostra idea di società sui territori? Come incentivare la riconversione ecologica e culturale? Come realizzare una vera rivoluzione, per un mondo non solo migliore, ma anche diverso?
Gandhi diceva "Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". In una società globalizzata e interconnessa quale quella in cui viviamo è quasi impossibile non maturare un'esperienza, anche superficiale, del fatto che il macrocosmo è strettamente legato al microcosmo, e viceversa: sono lo specchio l'uno dell'altro. In termini spirituali, si direbbe che "Tutto è Uno".
La riconversione ecologica e culturale della società passa inevitabilmente per una riconversione di noi stessi, delle nostre abitudini e del nostro stile di vita. A partire da quello che mangiamo.
E' mancato infatti durante il workshop sull'ambiente un riferimento esplicito e diretto alla questione della produzione industriale del cibo, collegata al discorso sullo spreco delle risorse, sull'impatto ambientale e sulla diseguaglianza sociale (in termini di "fame nel mondo") che l'attuale industria alimentare comporta. Un secco e deciso NO AGLI OGM potrebbe essere il punto di partenza per costruire anche questo percorso, che dovrà immancabilmente inserire al suo interno un discorso sulla riduzione del consumo di carne e derivati animali: la tendenza al vegetarianesimo e al veganesimo si traduce sempre più in scelta politica, oltre che etica (per l'ambiente e per gli animali). L'antispecismo è un terreno di lotta che mira già alla costruzione di un'alternativa sociale: esso andrebbe a mio avviso integrato nel discorso di "Uniti contro la crisi" e valorizzato, insieme a tutti gli altri percorsi già in atto e tutte le proposte che mirano al cambiamento e di cui si è parlato abbondantemente (la riduzione dei consumi e dell'orario di lavoro, l'indipendenza energetica e alimentare, l'autoproduzione, la decrescita felice, le filiere corte, il cibo a km zero, i gruppi di acquisto solidale, la raccolta differenziata autogestita...).
Tali buone pratiche vanno però collettivizzate in una dimensione locale e in una rete glocale, altrimenti corrono il rischio di rimanere soltanto esperienze autarchiche, anomalie del sistema dominante poco "impattanti".
"L'uomo è il cancro della Terra" recita un aforisma di Emil Cioran. Un'affermazione spesso abusata, che va invece presa con cautela: in primo luogo perchè riporta in voga teorie malthusiane di riduzione della popolazione ben poco condivisibili e funzionali al potere e al controllo che esso vuole esercitare sui corpi; in secondo luogo perchè non tiene conto della possibilità di uno sviluppo armonioso con la natura grazie anche all'apporto delle nuove tecnologie, che già allo stato attuale delle conoscenze, se ci fosse interesse ad applicarle, porterebbero alla creazione di un sistema sostenibile. Piuttosto, direi che "il sistema capitalistico è il cancro della Terra". Un cancro nella sua fase terminale.
Quella che ho respirato a Marghera è la possibilità di una "cura alternativa". Certo, la ricetta è tutta da costruire, e forse è già troppo tardi. Ma già sono stati messi in campo degli esempi importanti di democrazia diretta quali i referendum, o di boicottaggio quali gli scioperi strategici degli studenti, il blocco della produzione e dei trasporti... Tali insurrezioni non sono solo il sintomo della malattia: contengono già intrinsecamente una risposta.
La sfida ora sarà sia quella di trovare sempre nuove forme per inceppare il meccanismo e far emergere le contraddizioni del sistema dominante, sia quella di lavorare territorialmente per costruire l'alternativa: essere come il cancro del cancro, una società nella società. Diffondere nuovi modelli. Non solo sabotare, quindi, ma mettere a sistema l'alternativa.
"Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta." (Richard Buckminster Fuller)
Tutto ciò diventa possibile solo se iniziamo a ragionare in termini di cooperazione tra persone, gruppi, movimenti. Cercando ciò che ci unisce piuttosto che quello che ci divide. Lasciando da parte i vecchi dualismi, le dicotomie storiche, mirando soltanto alla costruzione collettiva di un futuro, di un modello di società vincente sul lungo periodo. Un modello inclusivo, che trae ricchezza dalla complessità, dalla coesistenza delle differenze.

Simona Dell'Aquila
(Collettivi Keep Conscious e Tabula Rasa)

keepconscious@live.it

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