120 milioni di poveri entro il 2030: la crisi climatica è un’emergenza sociale

8 / 7 / 2019

A dispetto dell’inerzia istituzionale la crisi climatica avanza. Le ultime dichiarazioni della commissione indipendente ONU denunciano il pericolo: 120 milioni di persone entreranno in povertà assoluta entro il 2030, a causa dei cambiamenti climatici. Entro tali coordinate, i più colpiti saranno i paesi del Sud globale, che a fronte di un impatto ambientale molto minore rispetto ai paesi industrializzati (responsabili di circa il 10% di emissioni CO₂) soffriranno almeno il 75% dei costi dei cambiamenti climatici. È un processo già in atto: l’Africa Subsahariana sta subendo una desertificazione tale da provocare, entro il 2050, 86 milioni di rifugiati climatici; il Sud-Est Asiatico e diverse isole del Pacifico sono a rischio inondazione a causa dell’innalzamento del livello dei mari che ha già inghiottito l’Arcipelago Salomone.  Si delineano i contorni di un’emergenza che vedrà consequenziale alla crisi ambientale l’inasprimento delle disuguaglianze sociali, con drammatiche conseguenze per la vivibilità sul pianeta per larga parte della popolazione mondiale.

Come sottolineato da Guido Viale, le coordinate della povertà viaggiano sull’asse geografico (Paesi del Sud globale) e su quello sociale (classi sociali), e non scindono dalla questione di genere e razza, fattori che garantiscono la possibilità o meno di accedere alle risorse economiche e materiali necessarie per la sopravvivenza. Le catastrofi ambientali non sono dunque terreno neutralizzante dei dislivelli sociali, ma fattore di inasprimento della povertà dovuta all’accesso alle risorse, alle tecnologie di sostentamento e alla volontà di attuare politiche di superamento della crisi climatica fuori dal paradigma economico dell’estrattivismo.

Le proiezioni drammatiche fornite dalla comunità scientifica internazionale, dagli organi inter-governativi e dai vari istituti di ricerca indipendenti stanno emergendo con sempre maggiore frequenza. Se da un lato ciò non sembra minimamente scalfire il de-facto negazionismo con cui le istituzioni stanno affrontando la crisi climatica in atto –salvo qualche rattoppo poco consequenziale come il trend della dichiarazione di emergenza climatica– dall’altro ci mettono di fronte alla sfida che stiamo attraversando come movimenti sociali nel nostro tempo: la necessità di incentrare le lotte entro la cornice dell’altrimenti irreversibile crisi climatica e di costruire percorsi simbiotici tra giustizia ambientale e sociale.

Il dibattito sugli orizzonti dei movimenti climatici, tenutosi allo Sherwood Festival lo scorso 17 giugno, ha infatti sottolineato come, entro la complessità dei diversi movimenti – da quella giovanile di Fridays for Future al Comitato No Grandi Navi, rappresentativo di quegli snodi territoriali che dal Nord al Sud Italia costellano la penisola resistente alle grandi opere- stia emergendo con sempre maggiore forza un denominatore comune: la volontà di riappropriazione dal basso della gestione della crisi. Una riappropriazione che da un lato individui e spodesti i colossi responsabili del cambiamento climatico e che dall’altro restituisca autonomia e potere decisionale a quella componente sociale che per prima subisce le conseguenze della devastazione dei propri territori. Lungi dalla logica NIMBY, tale consapevolezza si concerta nell’ interconnessione transnazionale delle lotte, nella capacità di creare legami e pratiche accomunanti entro e fuori i confini nazionali e le rotte dello “sviluppo” neocoloniale tripartitico (quello gerarchico e categorizzante del Primo, Secondo e Terzo mondo).

In questo senso, passaggio tanto necessario quanto significativo sarà la presenza di Nnimmo Bassey al Climate Camp di Venezia del prossimo settembre, che lo vedrà ospite del dibattito sul cambiamento climatico e le migrazioni di massa.

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