A dieci anni dal G8 di Genova

2001 - 2011 tutto è dentro di noi

di Antonio Musella

20 / 7 / 2011

Tutto è cominciato qualche mese fa, quando compagni e compagne che non hanno nemmeno vent'anni hanno iniziato a porre in maniera sempre più frequente domande, dubbi, suggestioni, talvolta forzate, talvolta inserite in quell'immaginario collettivo che il movimento dei movimenti seppe costruire intorno a Genova 2001. Siamo giunti a 10 anni da quei giorni che segnarono più di una generazione e che rappresentano ancora oggi un tratto di dna chiaro e preciso delle lotte sociali del presente. Per questo è nato a Napoli il laboratorio “Genova chiama ancora” e grazie a tanti e tante, da Luca Casarini ai 99 Posse, da Luciano Ferrara a Haidi Giuliani, fino a noi compagni e compagne che eravamo lì in quei giorni ed in quegli anni, abbiamo provato a storicizzare Genova. Un esercizio complesso, che magari a tratti c'è parso addirittura prematuro, ma a cui abbiamo voluto dare un contributo.

Per noi che c'eravamo e per tutti quelli che non ci sono stati. Capita di sentire compagni giovani fare considerazioni, immaginarsi lì in quel momento.

A me che nel 2001 avevo vent'anni capita ancora oggi di avere difficoltà nel raccontare Genova. Tutto si perde spesso in una nuvola di gas Cs, in ricordi che si rincorrono, in stati emozionali che vanno precipitosamente tra la gioia e la paura, tra la rabbia e lo sgomento, che precipitano come una stella cadente dalla sensazione di sentirsi invincibili, di stare vincendo, ad un'altra di sconforto. Genova in realtà è nata molto prima di Genova. Dalla fine degli anni novanta, fino a quel novembre del 1999 a Seattle dove tutto cambiò, dove noi “autonomi dei centri sociali” cominciammo a vedere negli “amici delle tartarughe” dei compagni di lotta e non dei “piccolo borghesi”.

Ti chiedi spesso dove siamo poi finiti, cosa siamo diventati. Spesso si commette l'errore di stereotipare quella dimensione unitaria del movimento durante le giornate genovesi, senza rendersi conto che quella fase politica spingeva i movimenti verso quella dimensione. Ciò che è accaduto dopo, le dinamiche che ne sono conseguite sono state inevitabili evoluzioni di pratiche, ragionamenti, sogni, che erano già in campo a Genova. Micheal Bauman su Internazionale utilizza l'immagine della “zona rossa” per indicarci dove è finito lo spirito di Genova.

Quelle zone rosse da assediare che abbiamo ritrovato svariate volte in Campania davanti al cantiere di una discarica o di un inceneritore, in Val di Susa piuttosto che davanti al Parlamento che si blinda mentre fuori nuove e meravigliose generazioni ribelli riprendono la parola. Loro a Genova non c'erano, ma Genova è dentro di loro, grazie a quel filo intergenerazionale che lega i movimenti, gli attivisti, le centrali del conflitto.

A Genova abbiamo conosciuto la paura, il terrore, perché la morte di Carlo, la Diaz, Bolzaneto, le cariche di Via Tolemaide non possono essere paragonate a nessun'altra esperienza repressiva vissuta in Italia, se non al precedente del Global Forum di Napoli. Quella paura forse ce la siamo portata dentro per tanti anni, forse per troppi. Ci sono voluti i movimenti in difesa dei beni comuni per ridarci il coraggio di assediare le zone rosse, in maniera forse più consapevole di prima. C'è voluto il 14 dicembre ed una nuova generazione in conflitto per riconsegnarci la forza e la potenza del conflitto sociale.

Genova è in tutte queste cose e se oggi ci sembra una prassi assodata l'affermarsi di percorsi ricompositivi come Uniti contro la crisi, dove operai, studenti, precari, comitati territoriali intrecciano i loro percorsi, è perché Genova è dentro di noi. Indissolubilmente.

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