25 aprile - I ribelli di Ramaceto

Bisagno, Marzo, Marietta e altri racconti. Storie di una divisione partigiana.

25 / 4 / 2021

Questa storia comincia in una baracca sul monte Ramaceto, sulle montagne sopra Genova nei mesi dell'inverno 1943-1944. Comincia con dodici persone che battono i denti per il freddo e sopravvivono mangiando castagne secche e farina di castagne e polenta di castagne e poi di nuovo castagne, farina di castagne, polenta di castagne. Sono operai e pescatori liguri, più alcuni siciliani, soldati del Regio Esercito sbandati l'8 settembre che per qualche motivo han deciso di unirsi a quel pugno di gente strana che dice di voler combattere i tedeschi e i fascisti.

Quelli che probabilmente hanno più chiaro perché sono lì e cosa vogliono fare sono i tre a cui il gruppo guarda un po' come a delle figure di riferimento. Uno è Bini (Giovanni Serbandini) un insegnante comunista quarantenne, già condannato a quattro anni di carcere dal Tribunale speciale fascista nel 1938; le testimonianze lo descrivono serio e ascetico come un monaco. L'altro è Marzo (Giovanbattista Canepa). Ha 48 anni, un’età notevole per uno che fa la guerriglia, militante comunista di lungo corso, ha combattuto in Spagna nelle Brigate Internazionali. Il nome di battaglia “Marzo” lo ha scelto in onore della battaglia di Guadalajara, combattuta nel marzo 1937, la prima volta in cui assieme a compagni e compagne venuti da tutto il mondo ha affrontato i soldati di Mussolini con le armi in pugno e li ha visti scappare. Il terzo è un ragazzo di ventidue anni, Bisagno (Aldo Gastaldi), ex ufficiale del Genio, figlio di una famiglia del ceto medio e cattolico praticante. Non ha alcuna formazione politica, neppure una storia di miseria e sfruttamento alle spalle, semplicemente l'8 settembre ha scelto che lui le armi del suo reparto non le avrebbe consegnate ai tedeschi e le ha nascoste per usarle contro di loro. Poi è andato a cercare chi voleva battersi. Così ha incontrato Bini e Marzo. Perché nell'Italia del 1943 se cerchi chi non china la testa trovi i comunisti, è un fatto quasi ovvio.

Tutti i partiti antifascisti si stanno organizzando, insieme hanno formato i Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), ma quelli che vogliono fare sul serio sono i comunisti. Sono loro i primi a iniziare la lotta armata.

O meglio, in precedenza alcuni reparti del Regio Esercito, subito dopo l'8 settembre avevano provato a darsi alla montagna, ma erano durati poco. I loro ufficiali erano gente che ordinava di scavare trincee e «tenere le posizioni», gente coraggiosa ma che non riusciva a capire cosa fosse la guerriglia. Sparavano fino all'ultima cartuccia contro i nazisti che arrivavano con artiglieria e carri armati, si facevano massacrare in quadrato attorno al tricolore, come nelle battaglie risorgimentali, ma con un secolo di ritardo.

«Signori ufficiali at-ten-ti! Viva l'Italia! Viva il Re!». Prima dell'ultima raffica.

Di questa prima resistenza militare sopravviveranno solo alcuni reparti in Piemonte che, dopo aver imparato la lezione, saranno la base per le future brigate partigiane «autonome», cioè di fatto monarchiche.

In giro si sapeva che in qualche vallata un gruppo di alpini aveva resistito, che un villaggio era stato bruciato e della gente fucilata. Ma questo ribadiva solo la potenza dei tedeschi. Occorreva invece far vedere che non erano invincibili, che non avevano il controllo del paese, che la resistenza c'era e combatteva.

Per questo il PCI già nell'autunno 1943 ordina ai suoi militanti di formare i Gruppi d'Azione Patriottica (GAP). È una «forzatura» calcolata. Bisogna stare nei CLN, altrimenti ci si ritrova politicamente isolati; ma bisogna agire, altrimenti si rischia di continuare a far chiacchiere all'infinito. Tendere la mano, usare parole d'ordine moderate e nel contempo sparare. Dire una cosa agli operai in fabbrica e un'altra ai borghesi con cui si discute nelle riunioni dei CLN. Fare un passo avanti da soli e poi provare a tirarsi dietro anche gli altri. A Genova tutto questo viene più facile che altrove, nel CLN nessuno fa troppe storie davanti alle forzature comuniste. Anzi anche nella Democrazia Cristiana c'è gente come Pittaluga (Paolo Emilio Taviani), che la guerra vuol farla sul serio, che sta raccogliendo armi e non ha problemi a collaborare nel costruire formazioni partigiane.

Si può cominciare: bisogna colpire dove il nemico si sente al sicuro, nel cuore delle città occupate, giustiziare a pistolettate i gerarchi fascisti o gli ufficiali tedeschi, tirare bombe a mano contro le caserme. Sono piccole azioni, ma eclatanti, in poche ore centinaia di migliaia di persone sanno che sono accadute.

E poi i tedeschi e i fascisti passano alla rappresaglia, prendono le persone schedate o arrestate come antifascisti e li fucilano. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di militanti comunisti, anche questo è quasi ovvio. Il PCI accetta di sacrificare decine e centinaia di compagni e compagne pur di avviare la guerriglia. I comunisti e le comuniste muoiono per porre tutto il loro popolo davanti alla realtà: c'è la guerra in casa, siamo invasi da una manica di assassini. C'è chi resiste, chi è complice e chi china la testa, tu che fai?

La prima retata, tra dicembre e gennaio, praticamente distrugge i GAP di Genova. Rimangono solo in due: il comandante, Giacomo Buranello e un altro. Ma non ci si può fermare. Il partito dice che dobbiamo colpire, mostrargli che non siamo finiti. In due? Si, in due. La sera del 13 gennaio 1944 ammazzano due ufficiali tedeschi in pieno centro, in via XX settembre.

Nelle prime ore del giorno dopo una ventina di carabinieri del presidio di Genova ricevono l'ordine di recarsi al forte di San Martino. Quando arrivano scoprono che la milizia fascista vuole che fucilino otto partigiani, sette iscritti al PCI e uno di Giustizia e Libertà.

Ieri dei banditi comunisti hanno ammazzato due ufficiali germanici in centro città, il tribunale speciale ha condannato a morte questi 8 loro complici e la sentenza sarà immediatamente eseguita. Su da bravi eh, tanto è vent'anni e più che schedate e arrestate questi sovversivi, ora finite il lavoro. Tanto siete carabinieri no? «nei secoli fedeli», giusto? Noi abbiamo il potere e ordiniamo, voi che siete fedeli, eseguite. Ora li mettete al muro e sparate.

E invece stavolta qualcosa non funziona. Il tenente Giuseppe Avezzano, che comanda i carabinieri, risponde che lui non riconosce la legittimità del tribunale, né della sentenza, né dell'ordine che gli hanno appena impartito. I fascisti prima lo minacciano, poi lo disarmano e lo arrestano. Avezzano sarà torturato e rimarrà in carcere sino alla liberazione.

Gli ufficiali della milizia fascista ordinano allora ai carabinieri di disporsi su due file e procedere alla fucilazione. Ma quelli alzano i fucili al cielo e non sparano. I fascisti iniziano a gridare fuori di sé, tutto si sarebbero aspettati ma non dei carabinieri che disubbidiscono agli ordini. Uno degli otto contro il muro, Dino Bellucci, insegnante e comunista, grida loro di non mettersi in pericolo inutilmente, che tanto loro stanno per morire, ragazzi mirate al cuore e facciamola finita. Ma niente, i carabinieri non sparano. Alla fine sono i fascisti a falciare i condannati a raffiche di mitra.

Così però non è un'esecuzione, è un eccidio. Chi lo ha voluto ed eseguito non è più «l'Autorità», solo una manica di assassini che leccano gli stivali ai tedeschi.

Guarda che han fatto. E tu da che parte stai?

Il 2 marzo cade anche Giacomo Buranello, il comandante dei GAP di Genova. Dopo l'azione del 13 gennaio si era trasferito in montagna, era stato identificato e aveva una taglia di un milione di Lire sulla testa. Ma fine febbraio dal partito arriva l'ordine di tornare in città, c'è da organizzare la difesa armata dello sciopero che si prepara. Quale sciopero? La classe operaia non si muoverà, hanno troppa paura. Quale difesa armata? I GAP di Genova non esistono più. Compagni, il partito lo chiede, io vado. Lo prendono in un bar mentre parla con una staffetta. Riesce a seccare uno sbirro fascista a pistolettate e a ferirne un altro, a coprire la fuga della compagna. Stava riuscendo a scappare anche lui, ma un ufficiale repubblichino gli taglia la strada con la macchina e lo prendono vivo. Lo torturano tutta la notte e lo fucilano all'alba.

Intanto sul Ramaceto, nella baracca, sono rimasti solo in nove. Male armati, affamati, infreddoliti.

«È caduto anche Buranello, I GAP di Genova praticamente non esistono più. Ce ne saranno pochi di vecchi comunisti alla fine di questa guerra».

«Marzo ma perché lo han rimandato in città? Perché il tuo partito manda al macello così i suoi militanti?»

«Bisagno, non te lo han spiegato al catechismo che il sangue dei martiri è il seme dei nuovi credenti? Vale anche per noi comunisti, solo che i nostri morti non vanno in paradiso, continuano a vivere nella loro classe». 

«Questo lo rispetto, anche se ora questa cosa della classe mi pare poco utile. Io son qui per liberare la mia patria dai tedeschi e per la libertà, il resto ho paura che possa dividerci più che aiutarci».

«Di patria e libertà ne han parlato anche nella guerra di trent'anni fa. E prendevano i figli di operai e contadini per mandarli a morire in Trentino e sul Carso, già allora fucilavano chi disertava o provava a fiatare. A te a scuola han raccontato un mucchio di stronzate sugli eroi e la bandiera, ma io me lo ricordo che non è iniziata l'8 settembre, è iniziata molto prima. Per noi operai il primo invasore è stato lo stato italiano. In nome della patria e della libertà la nostra gente ha subito di tutto. Non si muoverà se non per farsi una patria che sia la sua patria e una libertà che sia la sua libertà».

«Va bene gli operai… ma e i contadini di queste montagne che hanno il loro pezzo di terra? Son poveri quanto e più degli operai ma non lo mollerebbero mai. E il prete del paese che ci porta da mangiare? E io che ho un diploma? Qui la causa è comune, per quello dico, “patria”».

«E difatti c'è il ciellenne...con tutti i partiti dentro, c'è Pittaluga che rappresenta i democristiani e...»

«...E non so chi sia. Io sono qui perché mi fido di te e di Bini. Sono un ex-ufficiale e sono cattolico, porto il fazzoletto rosso al collo perché vuol dire che noi vogliamo la libertà, l'indipendenza e facciamo sul serio, come Garibaldi. Forse è che vogliamo le stesse cose ma ci mancano le parole per dircelo. Così diciamo patria, classe, libertà, socialismo e non ci capiamo… ma quando diciamo “si decide in assemblea”, “il comandate e il commissario sono eletti da tutta la banda”, “il comandante e il commissario mangiano per ultimi”, “non si ruba ai contadini e non si molestano le donne”, allora ci capiamo. E allora la patria o la rivoluzione son già questo e non c'è bisogno di altro».

«Ma ci capiamo noi, e agli altri 40 milioni di italiani? Che gli diciamo?»

«Bhe con loro ci parla Bini che è quello più studiato...»

«O il prete… ha fatto scappare i repubblichini venuti a tagliare i castagni del paese come legna da ardere dicendogli che sul Ramaceto ci sono tremila ribelli con mitragliatrici e artiglieria, e o se ne andavano o li mandava a chiamare».

«Tremila ribelli… non ci saranno in tutta la Liguria...».

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Note

Sandro Antonini. Io, Bisagno... il partigiano Aldo Gastaldi. Chiavari (GE): Internòs, 2017.

Giovanbattista Canepa “Marzo”. La repubblica di Torriglia. Genova: Frilli, 2009

Giorgio Gimelli Cronache militari della Resistenza in Liguria. Genova: Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, 1985.

Santo Peli. Storie di GAP, terrorismo urbano e resistenza. Torino: Einaudi, 2015.

Sull'eccidio di forte San Martino 

Su Giacomo Buranello

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