Belluno - Quando è il pubblico a mercificare l'acqua

Il caso della Provincia di Belluno

3 / 5 / 2010

E’ di pochi giorni fa la notizia, apparsa nei quotidiani locali, che la società BIM Gestione Servizi Pubblici S.P.A., attraverso la voce del suo presidente Roccon, si è schierata contro la campagna referendaria che nel territorio bellunese il Comitato Acqua Bene Comune sta promuovendo per bloccare la privatizzazione del servizio idrico.

Questa presa di posizione, da parte della società “in house” a totale capitale pubblico che gestisce la rete idrica provinciale, non ci ha colti di sorpresa. Infatti, non è nuovo il tentativo da parte del presidente Roccon, di screditare le iniziative del comitato. Era già successo in occasione della manifestazione provinciale che avevamo promosso l’ottobre scorso a ridosso dell’approvazione del decreto Ronchi e che aveva visto la partecipazione di oltre 2000 persone e l’adesione di una trentina di realtà territoriali.

A una prima analisi superficiale, la scelta del BIM potrebbe sembrare priva di senso, poiché l’ultimo decreto del governo sancisce, di fatto, la soppressione delle società in house e i tre quesiti referendari promossi dal Forum puntano alla ripubblicizzazione del servizio. In realtà, ciò che spaventa la società BIM e che emerge dalle stesse parole del suo presidente, è l’abrogazione della parte che si riferisce al comma 1 dell’art. 154 del d.lgs. n. 152 del 2006 (terzo quesito referendario) che riguarda “l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito” ovvero la possibilità del gestore di ricaricare le bollette di un 7% in più come interesse, appunto, sul capitale investito. Questo surplus a carico dei cittadini, che è stato evidentemente pensato per favorire l’ingresso dei privati, permette ai gestori di massimizzare i profitti. E’ un articolo di legge che ben si presta allo scopo di coloro che vogliono mercificare l’acqua e sull’acqua trarne profitto.

Questa prospettiva, antitetica rispetto al concetto di Bene Comune, è stata assunta anche da una parte del settore pubblico e in primis anche dalla società bellunese, che probabilmente si sta preparando ad accogliere i privati. Altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui, quando abbiamo invitato i comuni bellunesi ad approvare una delibera nella quale si sanciva che l’acqua è un bene privo di rilevanza economica, la stessa società abbia provato a boicottare l’iniziativa. Ma non solo.

Da un anno, infatti, siamo impegnati in una battaglia in difesa dei fiumi del nostro territorio. Il bacino idrico della Piave è attualmente il più artificializzato d’Europa e il 90% delle sue acque è iper-sfruttato per scopi irrigui e idroelettrici. Su quel 10% di acqua rimasta libera di scorrere negli alvei, il BIM sta progettando nuovi impianti di derivazione nonostante una nostra petizione sottoscritta da 9000 cittadini, nella quale si richiedeva l’attuazione di una moratoria alla costruzione di nuove centrali idroelettriche, in salvaguardia d’importanti ecosistemi già fortemente compromessi. Ma la volontà speculativa, anche del pubblico, non si ferma davanti a nulla.

Su queste premesse, relative alla situazione del nostro territorio, si è aperto un importante dibattito all’interno del comitato che ci ha permesso di cogliere l’importanza di fuoriuscire dalla logica della ripubblicizzazione acritica della gestione dell’acqua, verso una prospettiva che sappia andare “oltre il pubblico e il privato”.

Quello che poteva sembrare semplicemente uno slogan, o una suggestione carica di rivendicazioni, nella quale si sottolineava la necessità di un maggiore coinvolgimento dei cittadini e delle comunità locali, oggi, dopo la presa di posizione del BIM, assume per noi, anche una valenza strategica, d’indipendenza e pratica di un percorso comune che sappia bloccare la logica della mercificazione dell’acqua sia che provenga da mano privata che da mano pubblica.

Si tratta quindi di una battaglia che deve assumere una prospettiva più ampia rispetto alle solite dicotomie pubblico/privato, buona o cattiva gestione del servizio. In gioco c’è molto di più: siamo di fronte ad un processo di espropriazione di una risorsa fondamentale per la vita, una risorsa sempre più scarsa a causa di una crisi climatica ed ecologica che sta investendo il pianeta. Senza questo approccio rischieremmo di appiattirci su rivendicazioni semplicemente relative a una giusta tariffazione del servizio, quando vi sono ancora vaste aree del globo dove l’accesso all’acqua potabile resta un miraggio.

Per questo, l’emergenzialità imposta dal Decreto Ronchi, l’improvvisa accelerazione del processo di privatizzazione del servizio idrico, ci sta dando la possibilità di scrivere una nuova pagina sulle politiche dell’acqua nel nostro paese.

Non un ritorno al passato, ma l’inizio di un cammino politico e culturale condiviso che sappia conquistarsi la possibilità d’incidere su alcune questioni fondamentali come la proprietà, la gestione e il governo della risorsa acqua nel suo complesso.

Per fare questo dobbiamo prima di tutto contribuire alla buona riuscita della campagna referendaria, che in sé, sta già rappresentando un importante laboratorio di partecipazione e aggregazione, un percorso che si sta auto-organizzando su scala nazionale e contraddistinto da un vasto consenso. Chi in questi giorni ha avuto la fortuna di partecipare alla raccolta firme ha potuto constatare la numerosa adesione che la campagna sta avendo da parte dei cittadini.

Purtroppo, ancora una volta, la “casta” di questo paese è incapace di cogliere la ricchezza delle rivendicazioni di un movimento che ha nella sua trasversalità il suo maggior punto di forza. E Il caso della Provincia di Belluno è solo un piccolo esempio, ma pur significativo della cecità di una classe di amministratori e politici locali che preferiscono anteporre alla difesa del Bene Comune, la logica del profitto.

Paulon Nico – Comitato Bellunese Acqua Bene Comune

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