Frana il nordest della Lega - Un disastro a chilometro zero

3 / 11 / 2010

Quando la natura si ribella, accade que­sto... è un indice di grande cambia­mento climatico»: a parlare non è un militante abientalista ma il governatore del Vene­to, Luca Zaia, a commento dell'emergenza meteo­rologica e idraulica di queste drammatiche ore, da lui definita «peggiore che nel 1966». Paragoni stori­ci a parte, Zaia ha ovviamente ragione: lo spettaco­lo che il Veneto e l'intero Nordest offrono in que­ste ore è quello di territori in rovinoso subbuglio, di centri abitati e di comunità sconvolte, in preda a un'emergenza che, puntualmente, si affida a Ber­tolaso (che svolazza in elicottero sopra città e cam­pagne, planando di prefettura in prefettura) e alla proclamazione richiesta dello stato d'emergenza.

Zaia invita ad affrontare i compiti urgenti del momento. E va bene, sul campo. Ma in sede di analisi bi­sogna dire che emergenza e normalità - or­mai, nell'attuale situazione storica, consoli­data, strutturale, di questi territori - sono tut­t'uno anche quando non piove.

Quando piove, il disastro si vede meglio. Ma anche nei giorni di sole non si fatichereb­be a vederlo. È su questo che Zaia si dovreb­be pronunciare. Non c'è in Italia un territo­rio che sia stato più stravolto di questo in un tempo più breve. Questa è la radice del «dis­sesto idrogeologico» che in queste ore echeggia di bocca in bocca e ad esso hanno posto mano innumerevoli protagonisti. In­fatti, se vi sono catastrofi nate da responsabi­lità accentrate, come per il Vajont o come per la nascita e lo sviluppo di una Porto Mar­ghera in piena laguna e in pieno centro abi­tato, per ridurre in questi stati un'intera va­sta regione ci sono volute e ancora sono all’opera generazioni di amministratori irre­sponsabili, ignavi o incoscienti. Se escludia­mo i consapevoli criminali che, qua e là, han­no svenduto la loro (la nostra) terra, tutti gli altri, spesso in modo desolantemente tra­sversale, hanno messo insieme una tale montagna di micro e macro atti, di delibere, di piani urbanistici, di sanatorie, di folli inter­venti sui corsi d'acqua, di infrastrutture, che sono la vera causa dell'attuale emergenza.

Certo, i cambiamenti climatici concorro­no, come no. Era ora che lo dicesse un espo­nente importante, come Zaia è, dell'attuale maggioranza di governo, la più pervicace di tutto l'Occidente nel negare questa emergen­za, guidata dal premier Berlusconi, che più vi ha irriso e meno l'ha affrontata. Ma il mo­do in cui il clima fuori di sesto si produce in un luogo dipende anche da come quel luo­go è conciato. Per i dati Istat, tra 1978 e 1985 ogni anno nel Veneto sono stati edificati qua­si 11 milioni di metri cubi di capannoni. Dal 1986 al 1993 sono stati oltre 18 milioni all'an­no per poi salire negli anni successivi a oltre 20 milioni. Con un salto dal 2000: 27 milioni nel 2001, 38 nel 2002 e così via. Per le abita­zioni, negli anni '80 e '90 venivano rilasciate concessioni edilizie pari a 9-10 milioni di me­tri cubi anno. Nel 2002 oltre 14, nel 2003 qua­si 16, nel 2004 oltre 17. In provincia di Pado­va in vent'anni la superficie agraria è diminu­ita del 20%, in quella di Treviso del 30%, in quella di Vicenza, ieri epicentro dell'emer­genza, del 40%. E sopra questo territorio compulsivamente e affaristicamente cemen­tificato e asfaltato, Prealpi e Alpi sono in ab­bandono, senza una politica che non fosse la droga turistica, aumentando il dissesto evi­dentissimo, nella sua interdipendenza, pro­prio in giorni come questi, quando l'acqua precipita irruenta a valle e in pianura.

Questo è il disastro, nella connessione con il clima che muta ma anche con quello che è stato fatto al territorio. Legioni d'amministra­tori - con i leghisti da tempo in prima fila - portano gravi responsabilità. Qui non c'entra­no né Roma ladrona né gli invasori stranieri. E una colpa d.o.c., a chilometro zero.

Articolo pubblicato sul Manifesto il 03.11.10

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