"Noi saremo tutto!"

Note sul movimento degli studenti e la sua posta politica

14 / 1 / 2011

Cosa è effettivamente accaduto? Cosa si è mosso in questi ultimi, straordinari, mesi di movimento? Quale portata politica ha espresso la lotta degli studenti? Quale posta in palio ci consegna?

Con queste poche righe tenteremo di gettare uno sguardo parziale sulla traccia di queste interrogazioni, pur non risolvendole.

Oltre la metafisica della rabbia e dell'evento

A qualche settimana di distanza ci sembra utile tornare, in prima battuta, sulla controversia mediatica sviluppatasi attorno al movimento, con la consapevolezza che questa ci offre un piano interpretativo che sfiora solamente le questioni sopra poste, senza entrarci dentro. Esemplare in tal senso è stato il dibattito intorno ai fatti del 14 dicembre. Com’è noto, se in un primo momento è prevalsa una lettura tutta improntata all’esorcismo, alla distinzione, alla riproposizione ad hoc dei soliti spauracchi così abusati da apparire ormai grotteschi, successivamente si è imposta una linea interpretativa più misurata, che prendeva maggiormente atto del carattere sociale e di massa di quello che è veramente accaduto in piazza in quella giornata. L’esorcismo si è quindi ridimensionato e si è provato a digerire il boccone. La rabbia e l’indignazione, a questo punto, sono diventate le parole passepartout, attraverso di esse sono comparsi per una volta dinanzi agli occhi increduli degli spettatori, gli effetti perversi di un meccanismo politico tanto inceppato quanto reale, fatto di assenza delle istituzioni, di corruzione del ceto politico parlamentare, arroganza governativa e, come uno sfondo che precipita in primo piano, un disagio sociale crescente e generalizzato.

Eppure qualcosa manca ancora, e non solo dal punto di vista della narrazione. Rabbia e indignazione non sono solo categorie descrittive, ma introducono logiche politiche: ascoltare ciò che si è insistentemente ignorato, prendersi in carico ciò che era stato abbandonato, stabilire un nuovo patto con ciò che fuoriesce dalle logiche del governo e della rappresentanza vigenti (così per esempio è stata codificato da una parte della stampa l'incontro con il Presidente della Repubblica). L’armamentario classico del potere pastorale può in questo modo ritornare sulla scena, rinverdito dalla scoperta di un nuovo oggetto su cui far presa: i giovani, gli studenti, i precari.

Così come, del resto, sembra rinverdire l’armamentario dell’antagonismo identitario, il quale legge in modo rozzo la radicalità consegnandola ad un immaginario preconfezionato, trasformando in unità di misura ciò che invece è eccedente, facendo da controcanto al potere pastorale in una recita che assegna ad ognuno la propria parte pur confermando, in ultima istanza, la regola del copione. Ci sembra un clamoroso errore di lettura politica, ad esempio, isolare la giornata del 14 dicembre da tutto ciò che l’ha preceduta, o peggio, tentare di separare e selezionare, in maniera del tutto arbitraria, la molteplicità delle pratiche e dei linguaggi attraverso cui il movimento si è espresso in quest’autunno. Ciò che i moralisti alla Saviano e, dal lato opposto, gli apologeti dell’evento non colgono è che non c’è alcuna discontinuità tra i flash mob, il blocco della mobilità, le proteste sui tetti e la rivolta di Piazza del Popolo. Entrambe queste letture, opposte e speculari, ci sembrano accomunate dal tentativo di stabilire un’unità di misura, un valore che trascende la materialità della rivolta, perdendone di vista il suo carattere processuale.

Ecco perché riteniamo che quella della “rabbia” rimanga una categoria imprescindibile ma insufficiente a tracciare il piano delle potenzialità politiche di questi movimenti. Ecco perché all’istantanea dell’evento occorre sostituire un’immagine di diverso tipo.

La chiave per accedere a questa immagine deve partire dall’idea che ciò a cui abbiamo assistito sia definibile come un vero e proprio ciclo di lotta. Questo ciclo è iniziato nel 2008 con il movimento dell’Onda, ha subito una battuta di arresto e si è poi sviluppato e rinnovato a partire dall’autunno del 2010, sfociando nella giornata del 14 e in quella del 22 dicembre.

Parliamo di ciclo, da una parte perché ogni fase di movimento è stata contrassegnata da una lunga riflessione interna, partita dall’analisi dei limiti e dei blocchi incontrati nella fase precedente: il riferimento alla crisi dell’Onda è stato nelle assemblee universitarie di quest’anno continuo e insistente. Dall’altra perché solo a partire da quell’esperienza è possibile mettere in evidenza gli sviluppi, le biforcazioni e i salti di quel processo di soggettivazione di cui il movimento è stato capace. Né la ripetizione, né la lineare continuità, ma al tempo stesso neanche la schizofrenia o il fraintendimento ideologico possono dire nulla di quel processo di formazione della soggettività che è ancora in corso e che ha visto, accanto alla modificazione della composizione sociale e delle condizioni politiche, l’emergere di un’intelligenza collettiva e di una pratica politica inedita. Gli elementi politici su cui questa nuova soggettività si è confrontata e si è costituita sono stati fondamentalmente due: la difesa dell’università pubblica (colpita da tagli consistenti al suo finanziamento pubblico) e la resistenza al declassamento delle figure sociali che l’attraversano e che attraverso di essa si presentano sul mercato del lavoro.

Sul primo punto occorre aprire una parentesi di non poco conto: non dimentichiamo quanto il movimento dell’autunno del 2008 abbia riscosso scarsi entusiasmi anche a sinistra. Le accuse di moderatismo politico, di conservatorismo nei confronti delle istituzioni pubbliche e statali esistenti, ne hanno in qualche modo scandito lo sviluppo, senza però coglierne minimamente il segno. Non si è saputo vedere invece come nella difesa dell’università pubblica e nella lotta contro il declassamento si avessero già gli elementi di una formazione delle soggettività che presentava una sfida ben più ampia e radicale. A differenza di quello che ha affermato Slavoj Žižek in un articolo su L’Internazionale, la difesa dello stato sociale colpito dalle politiche di austerità non allude affatto ad un piano di mera conservazione dell’esistente, tantomeno è in contraddizione con una lotta di carattere antisistemico. Proprio l’Onda ha dimostrato che difendere il pubblico vuol dire problematizzarne l’esistenza, romperne l’idea consolidata. È solo attraverso la difesa del pubblico che si è in grado di denunciare e smascherare la falsa alternativa (e l’alleanza) tra Stato e Mercato - di cui il pubblico è espressione - e di far emergere il comune come condizione di esistenza della vita sociale. Così come si è mossa nello stesso segno la rivolta degli studenti inglesi, che proprio a partire dall’opposizione all’innalzamento delle tasse universitarie, si sono espressi con radicalità nel rifiuto di una forma di vita complessiva, imposta dalle politiche di austerity. La “difesa” del pubblico e la contrapposizione alla privatizzazione delle università hanno immediatamente individuato un terreno concreto di lotta e una posta programmatica: la riappropriazione democratica di quelle forze comuni che costituiscono il pubblico e tuttavia alienate dal loro utilizzo statuale.

Non è quindi un caso se, a partire dalla difesa dell’università, si è arrivati, in tutti questi casi, all’affermazione della conoscenza e del sapere come matrice del lavoro contemporaneo, come il punto massimo della sua socializzazione. Questa rivendicazione degli studenti, dei ricercatori e dei docenti del proprio protagonismo nella costituzione del sociale svela di quale pasta sia fatta l’economia contemporanea. Non c’è quindi da stupirsi se è stata proprio su questa affermazione, che è al contempo una demistificazione del rapporto tra governanti e governati, che si è infranta per la prima volta la rappresentazione del popolo berlusconiano. La contesa attorno al «valore» della conoscenza nella società, offesa e mistificata dalle politiche del governo, se ha contraddistinto in particolare, ma non solo, la prima fase del movimento, è stata d’altra parte la premessa per quell’irruzione sulla scena di una soggettività che ha rivendicato non solo la sua esistenza, ma la sua natura di controparte indispensabile del capitalismo contemporaneo.

Divenire-classe

Le assemblee universitarie dell’autunno 2010 sono iniziate all’insegna del più assoluto pragmatismo, ai dibattiti sulle questioni relative al programma o all’autoriforma si sono immediatamente sostituite quelle sui modi, i tempi e le forme attraverso cui riprendere quella contesa apertasi due anni prima. “Dobbiamo vincere, e se questo non sarà possibile, non dovremo avere il rimorso di non aver combattuto”, questo il leit motiv che ha attraversato le assemblee in tutta Italia. Il libro come arma, il sapere sociale accumulato e quello a venire, non sono solo testimonianza di un’esistenza sociale ma espressione di forza, determinazione autonoma, ricerca collettiva, intelligente ma ostinata, del punto di rottura. Tutte le scadenze di lotta del mese di novembre e dicembre (in tutta Italia) non hanno avuto altra inclinazione che questa. Gli scontri, i blocchi, le occupazioni che si sono succedute, pur non preordinate, hanno espresso tutte la medesima disposizione: rompere il quadro per aprire un nuovo spazio di possibilità.

Tuttavia, sarebbe del tutto sciocco e frettoloso leggere questa nuova comune determinazione solo come conseguenza del blocco politico incontrato nella prima fase dell’Onda. Essa è infatti anche la reazione alle risposte che quel movimento aveva sollevato nel periodo intermedio di stallo tra le due fasi, quello, per intenderci, caratterizzato dal prevalere nella sua composizione sociale delle retoriche giustizialiste. È stata la mancata vittoria del movimento dell’autunno del 2008 ad aver aperto ad un pesante ripiegamento delle tematiche politiche nella direzione del legalitarismo giustizialista. Se questi tratti hanno da sempre attraversato il movimento, è solo a seguito dell’esaurirsi della prima fase che questi prendono il sopravvento. Non è possibile in altri termini interpretare il successo delle manifestazioni del Popolo Viola in questa fase se non le si inserisce all’interno del colpo d’arresto del movimento dell’Onda.

È bene partire da questa ambiguità costitutiva non solo per saggiare i salti successivi, ma soprattutto perché essa ci parla dell’ambiguità più profonda che caratterizza gli enunciati politici nel tempo della crisi. L’individuazione del declassamento del lavoro cognitivo, il blocco della mobilità sociale, la svalorizzazione del sapere e la dissoluzione degli istituti del Welfare State vivono di una doppiezza irrisolvibile: essi possono alludere semplicemente al ristabilimento di una dignità del lavoro cognitivo attraverso il merito, alla riproposizione di una misura nell’assegnazione del valore e delle posizioni sociali ma, al contempo, possono segnare l’apertura di un campo completamente diverso.

I mesi che preparano la ripresa del ciclo nell’autunno 2010 sono stati quelli caratterizzati dalla consapevolezza che non solo la crisi non tende a rimarginarsi, ma che soprattutto essa non prepara ad una ricomposizione del quadro politico ed economico. Il caso Fiat chiarisce che i patti sociali proposti non sono neanche patti, ma imposizione di un rapporto di forza schiacciante e ricattatorio, che le politiche di austerità non sono un interregno (seppur doloroso) ma la cementificazione di un nuovo ordine, che l’impoverimento generalizzato non è un effetto perverso della crisi ma null’altro che un’esternalità necessaria al meccanismo dello sviluppo economico sotto il governo della finanza, che la corruzione non è segno di malcostume ma la forma di governo propria di un capitale divenuto parassitario.

I mesi che preparano la ripresa del conflitto nelle scuole e nelle università sono gli stessi in cui il declassamento si svela essere una nuova ed inedita forma di proletarizzazione e in cui alla denuncia dei privilegi del potere si sostituisce la consapevolezza di un nuovo rapporto sociale che resisterà a qualsiasi alternanza di governo.

È questa consapevolezza ad aprire ad un processo di soggettivazione differente che possiamo definire come una soggettivazione di classe. Di classe, perché rompe tanto l’unità mistica del popolo berlusconiano quanto l’altrettanto mistica omogeneità della società civile. Perché assume che nessuna ricompensa è possibile in questo quadro senza la coscienza di un dualismo irriducibile. Perché sa che le pretese che hanno mosso il movimento non sono risarcibili se non al prezzo dell’apertura di un nuovo campo di possibilità che cancelli lo spazio tra la consapevolezza della propria condizione di precari e l’urgenza della trasformazione. Perché solo verificando nuove, più efficaci e ricompositive forme di lotta si può accedere alla definizione di nuove basi istituzionali del vivere comune.

L’affermazione di un orizzonte di classe però pone anche delle discriminanti: esso non procede solo in profondità, per cosi dire alla radice delle cose, ma anche in estensione. I commenti più infantili che abbiamo ascoltato in queste settimane sono quelli che leggono ideologicamente l’attenzione mediatica come una spia di moderatismo, o come una volontà da parte del movimento di rendersi appetibili. Nulla di più sbagliato. L’interesse continuo di catturare l’attenzione mediatica, di modificarne la narrazione, è al contrario indice della pretesa di presentarsi come soggetto generale, la cui estensione sociale non può più permettersi di coincidere con le posizioni conosciute dello studente, del precario o del giovane. Ma non solo: riconoscere il presentarsi di una soggettivazione di classe implica, al tempo stesso, la più netta distanza dai caratteri propri della plebe, la quale si esprime solo attraverso gli stilemi della rabbia e mostra la sua unica capacità nel destituire ordini e compatibilità. Per le stesse ragioni ci sembra altrettanto sciocco non cogliere il dato di intelligenza politica che il movimento ha dimostrato anche nella giornata nel 22 dicembre, in particolare nell’incontro tra gli studenti della Sapienza e il Presidente della Repubblica, seguito al corteo di trentamila studenti che hanno bloccato per l’intera giornata la mobilità a Roma, mentre lo stesso accadeva in altre città. In primo luogo perché dopo il 14 il movimento si è posto il problema molto concreto di mantenere aperto il piano della sua legittimità, non lasciando che altri prendessero in carico la difesa delle sue istanze e la narrazione di quanto era accaduto. Non ci sembra cosa di poco conto il fatto che il tentativo messo in campo da più parti di ridurlo ad un fatto emergenziale, di ordine pubblico, sia stato del tutto spiazzato e respinto. Ma soprattutto perché l’incontro con Napolitano ha ancor di più accentuato il carattere costituente di questo movimento e la sua irriducibilità alle forme tradizionali della politica e della rappresentanza. Questo carattere emerge con tutta evidenza proprio nella continuità tra la giornata del 14 e quella del 22, in questo rapporto sempre complesso che si stabilisce tra capacità di esercitare rottura e di presentarsi come forza costruttiva e normativa.

Nella conquista del pubblico, dei media e della stampa non bisogna vedere solo l’odio più profondo che questo movimento nutre nei confronti del minoritarismo identitario, ma proprio l’altra faccia del suo divenire classe. Questa tensione soggettiva alla generalizzazione non solo non è irreversibile, ma è solo all’inizio.

«Noi saremo tutto!», questo ci sembra di aver udito nelle assemblee e nelle piazze durante l’autunno. Le giornate di novembre, 14 e il 22 dicembre con l’esplosione della Piazza, il corteo nelle zone periferiche e il lancio del percorso verso lo sciopero generale, costituiscono già una traiettoria in relazione alla quale costruire spazi e condizioni adeguate. Con questo spirito, veramente nuovo, bisogna proseguire. Fare dell’evento un processo politico, della rabbia un potere che istituisce e dell’assenza di futuro un programma di trasformazione è la posta in palio che ci viene data in consegna. È dovere di tutti non richiudere questo spazio.

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