Un altro ragazzo ucciso dai respingimenti: si chiamava Amir e fuggiva dall'Afghanistan

Un desiderio finito sotto le ruote di un tir

un articolo di Basir Ahang, rifugiato politico e giornalista afghano

26 / 6 / 2009

Amir, ragazzino afghano fuggito nel 2007 da una devastante guerra ormai trentennale, aveva tentato come molti altri suoi coetanei, di lottare per la propria sopravvivenza.

Dopo sei mesi di viaggio era finalmente riuscito ad arrivare in Grecia. La sua famiglia aveva allora pensato che Amir fosse al sicuro. Anche lui forse era contento e serbava nel cuore la speranza di una nuova vita, una vita migliore, diversa, da ricostruire e poter finalmente "vivere".
Come Amir, altri ragazzi, molti dei quali minorenni, si sentono al sicuro una volta giunti in Europa, è stato infatti insegnato loro, che qui i diritti umani esistono  davvero e vengono rispettati. Nulla di più sbagliato.
Quasi due anni della sua vita, Amir li aveva vissuti sotto la costante violenza della polizia greca, ma la speranza e la forza lui non le aveva perse.
Ogni sera si nascondeva sotto un tir, nell’intento di arrivare in Italia, dopo aver capito che in materia di diritti umani, la Grecia non si poteva considerare Europa.
Un suo amico, Hashim, racconta che assieme ad Amir un giorno si  erano nascosti sotto un tir, all’arrivo di quest’ultimo davanti al check-in del Porto di Patrasso i poliziotti lo avevano trovato e fatto tornare indietro. Amir, invece, era stao più "fortunato", i poliziotti infatti non si erano accorti di lui e il viaggio era proseguito.
Hashim continua, dicendo che quando i poliziotti lo avevano scoperto il suo pensiero era andato ad Amir e alla sua fortuna. Credeva che in Italia almeno lui avrebbe potuto trovare ciò per cui tanto aveva lottato.
Hashim piange, non credeva che la vita del suo amico potesse fnire in modo tanto orrendo ed ingiusto, ma da una parte lo invidia: lui almeno non dovrà più provare dolore, sottostare ad ingiusitficata violenza, vivere nel ricordo della guerra.
Amir finalmente è in pace, il suo viaggio è finito. Tre volte questo ragazzo era stato respinto dall’Italia. Schiacciato alle ore 15:30 del 23 Giugno 2009 sotto un tir di passaggio ad Ancona, morto dopo una lunga agonia alle 18:30, nell’indifferenza di uno Stato complice. Glielo dicano loro ora, alla sua famiglia che loro figlio è morto perchè qui nessun immigrato è ben accetto, glielo dicano loro che la sua morte è dovuta al suo essere "diverso", "immigrato", "clandestino". 
La vicenda è avvenuta in seguito alla chiusura del campo di Patrasso, decisa dal Ministro dell’Interno greco per far tacere l’opinione pubblica in seguito alla richiesta di spiegazioni sempre più pressante da parte di stampa, avvocati e Associazioni umanitarie. Ora, i ragazzi che prima risiedevano nel campo, di giorno si nascondono sulle montagne della città, mentre la sera tentano la fuga da un altro Paese che si vuole sbarazzare di loro. Ogni giorno dai Porti di Venezia, Ancona e Bari moltissimi giovani (perchè di giovani e bambini si tratta) vengono respinti verso Patrasso, qui vengono arrestati dai poliziotti greci che li segragano per almeno una settimana in container messi lì appositamente per loro.
Container nei quali la polizia può sbizzarirsi per ferocia, utilizzando come sempre l’unico linguaggio universale che conoscono: la violenza.
Da qui non è finita, perchè molti ragazzi vengono portati a Komotinì, città greca al confine tra Bulgaria e Turchia, altro "Paradiso dei Diritti Umani". In questa città, infatti, vi è un carcere, nel quale i richiedenti asilo vengono stipati fino a raggiungere un numero sufficiente per spedirli in Turchia e di qui alla volta dell’Afghanistan. 
La settimana scorsa 115 persone sono state respinte, 70 da Patrasso e 45 da Atene.
Tre semplici domande: chi paga il biglietto aereo che respinge questi ragazzi dalla Turchia al loro Paese d’origine? L’Italia, la Grecia, la Turchia, o tutti e tre gli Stati da buoni amici si dividono le spese? E l’UNHCR? E le Nazioni Unite in tutto questo dove sono? Ci sentono? Ci vedono? Perchè la cecità potrebbe essere una comoda scusante, come una vacanza in Libia volendo.

Basir Ahang

Rifugiato politico e giornalista afghano

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