Acerra: Considerazioni sui blocchi dei conferimenti all'inceneritore

4 / 11 / 2014

Prepariamo le macchine e ci contiamo. Siamo a ridosso della terza notte di blocco dei conferimenti all'inceneritore di Acerra, un blocco che è partito in sordina e che sta diventando uno degli atti di sabotaggio più efficaci del ciclo di smaltimento dei rifiuti che i comitati contestano da anni. Sta succedendo, come non era mai accaduto, che per due notti consecutive i cittadini e le cittadine del comune che ospita il mostro e che è al contempo una delle aree con il più alto tasso di incidenza delle malattie tumorali, hanno bloccato i camion che si dirigevano verso l'impianto, facendo saltare il normale svolgimento delle procedure di smaltimento. 
La causa scatenante e' stata la decisione assurda di bruciare nell'inceneritore le ecoballe del sito di Coda di Volpe, ecoballe dichiarate illegali da una sentenza della magistratura nel 2008. 
Una beffa, un'offesa che ha motivato l'immediata e spontanea reazione da parte degli abitanti della città, che di fatto, autonomamente stanno bloccando da  quarantotto ore un'impianto costato allo Stato centinaia di milioni di euro. 
La prima sensazione appena arrivato sul posto è quella di uno strano deja vu, di quelli che ti introiettano la sensazione di familiarità e simultaneamente la certezza di essere in un altro spazio e in un altro tempo. Una dimensione inedita e per questo interessante e necessaria. 
Sono passati dieci anni da quando Acerra ha cominciato a mobilitarsi contro quello che dopo, noi comitati, abbiamo cominciato a chiamare biocidio. Nel 2004 infatti si  apri' quella stagione di lotta che vide il comune della provincia napoletana al centro di una battaglia durissima, la cui sconfitta oggi si verifica tristemente nel conto dei morti di un'area nota ormai solo per cancro e malformazioni. 
Oggi, chi monta l'ennesima tenda contro l'ennesimo barbaro scempio, era probabilmente un bambino quando la propria terra ha cominciato ad insorgere e a rivendicare giustizia ambientale. Gli studenti e le studentesse di Acerra, che sono protagonisti oggi dei blocchi, sono nati già nel disastro, sono superstiti del biocidio e oggi non accettano le mediazioni di chi, come il vescovo e il sindaco, prova a gettare acqua su una mobilitazione che loro vogliono ad oltranza. Io d'istinto sto con loro. Anzi penso che le lotte vere hanno dei cicli e quella contro il biocidio, dopo la straordinaria mobilitazione dello scorso 16 novembre , aveva bisogno di un ritorno sui territori vero e radicale. E forse non è un caso che tutto riparta laddove tutto è cominciato. 
La radicalità in questo caso non e né un feticcio né tanto meno una passione estetica per posture infantili. E' l'imposizione frontale e violenta dello Stato di diritto che come al solito si presenta in mimetica e a bordo delle lince per imporre le proprie scelte. E' l' imposizione non scelta di una mediazione eternamente saltata che non cambia verso ne' linea politica neppure dinanzi  ai numeri di una vera e propria  strage che a qualunque istituzione di buon senso suggerirebbero solo   di  fermare tutto quello che fino ad ora ha ammalato per cominciare a bonificare, curare, riconvertire, l'intera area. Invece no. I patetismi istituzionali dell'anno scorso sulla terra dei fuochi e tutta l'indignazione nazionale si sono tradotte in un nulla di fatto, in un immobilismo totale, mentre qui si continua a morire e mentre Caldoro e Romano scelgono consapevolmente di iniettare altro veleno nella arterie di Acerra. 
A questo silenzio e senza mediazioni rispondono solidali ai cittadini e alle cittadine acerrani, anche le madri della terra dei fuochi, quelle madri così cercate dal main stream un anno fa  per raccontare le loro tristi storie di vita e che oggi, dando una enorme lezione di dignità e coraggio, sfidano esercito e forze dell' ordine frapponendosi con i propri corpi tra l'ingresso dell'impianto e i camion. 
Tutto questo accade mentre il decreto SbloccaItalia di fatti mette a sistema il modello campano di gestione dei territori. Una ratifica della scelta autoritaria e militare  che bypassa il formalismo democratico imponendo ogni scelta senza consultare i cittadini e senza che esistano possibilità democratiche di negazione. 
A me, dinanzi a queste accelerazioni criminali, francamente viene da pensare che ad ogni macchia mimetica che appare sul pianeta si risponde tempestivamente con un presidio o un blocco che dice "da qui non si passa". 
Lo insegna Kobane come lo hanno insegnato migliaia di esperienze in difesa dei Commons che in questi anni hanno animato le lotte sui territori. 
Lo insegnano i cittadini e le cittadini di Acerra al fianco dei quali ci stiamo disponendo tutti noi, che veniamo da storie simili e di territori che hanno subito attacchi altrettanto violenti e brutali. 
Non si può prevedere quello che accadrà nelle prossime ore, ma si può osservare la determinazione di chi oggi resiste davanti a quei cancelli. 
Ed è una determinazione  che ci è familiare e alla quale rispondiamo prendendo parte, partecipando, sedendoci anche noi davanti ai camion e ai blindati. Torniamo lì stanotte e nelle prossime notti. Quel sabotaggio parla la nostra lingua.

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