Al di là di ogni vita possibile

17 / 8 / 2018

Con la tragedia annunciata del collasso del ponte sull’autostrada A10 si manifesta, con atteggiamenti sempre più inequivocabili, la modalità di azione del capitalismo dei nostri tempi, di cui il Gruppo Benetton è indiscusso modello.

Un capitalismo apparentemente homemade, dall’impegno completo e poliedrico, che si destreggia fra il mondo della finanza internazionale e quello dell’accesso alle grandi riserve di materie prime, ma senza tralasciare la sembianza umana data dall’identificazione con un nome, simbolo della famiglia, ben identificabile. Un approccio antropico affidato alle campagne pubblicitarie nel settore dell’abbigliamento, dove è più diretto il contatto con la gente, che avvalora il pensare comune quotidiano e alimenta nell’immaginario collettivo l’orgoglio di essere italiani, di far parte in qualche modo di quella razza così scaltra, coprendo così la connivenza con il politico di turno.

Le parole che terminano la campagna pubblicitaria «nudi come …» di United Colors of Benetton, che imperversa in questo periodo, «… Cantico delle Creature che avvicina al cielo e sottomette il mondo», unite alla tristezza delle sue immagini, risuonano inquietanti e affini alla freddezza e cinicità con cui il Gruppo Benetton  (Atlantia per la precisione), il giorno dopo la tragedia, avverte che lo Stato dovrebbe pagare 20 miliardi di penale nel caso decidesse di revocare la concessione per lo sfruttamento delle autostrade. Evidentemente un contratto, guarda caso rinnovato dal governo precedente, che prevedeva anche nella peggiore delle ipotesi un salvataggio dei capitali e dei profitti.

benetton

Allo stesso modo, ricordiamo tristemente la tragedia del 2013, quando nel crollo del Rana Plaza in Bangladesh, dove rimasero fra le macerie 1134 donne e uomini che lavoravano per i maggiori brand mondiali della moda, compreso il Gruppo Benetton che, per evitare possibili indennizzi alle famiglie, si affrettò a precisare la sua estraneità all’accaduto, mentre ancora si estraevano i corpi dalle macerie mescolate alle etichette del loro marchio. Salvo poi essere costretto a versare 1,1 milioni di dollari di risarcimento, una miseria rispetto i 121 milioni di utile di esercizio avuto in quell’anno, giocando anche qui a ribasso fino all’ultimo, sulla pelle di quelle persone che per quell’utile avevano dato la vita.

E non possiamo non ricordare la continua sopraffazione nei confronti del popolo mapuche in Patagonia, dove sui territori del Gruppo si è perpetrata l’ennesima violenza il cui l’atto più grave è stato l’uccisione di Santiago Maldonado. Terre ricche di risorse che “la gente della terra” (mapuche) cerca in tutti i modi di preservare indenni dalla furia del capitalismo estrattivo, pagando il costo di essere accusati di terrorismo e perseguiti come tali, senza tutele e senza diritti.

Quello che oggi emerge con grande violenza e drammaticità è la vera faccia del capitalismo odierno, sorretto da un’imprenditorialità d’assalto esercitata a tutti i costi, fino al limite del possibile (e come vediamo anche oltre…), indifferente al rischio umano che certe scelte comportano, avido di guadagno, sempre e a qualsiasi costo, impassibile di fronte alle esigenze umane e distaccato innanzi alla tragedia, impaziente di salvaguardare la quotazione in borsa, il profitto.

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