Allarmismo, terrore ed entusiasmo nel Vecchio Continente

Sulla vittoria di Podemos in Spagna, sul negoziato della Grecia e sul referendum irlandese.

26 / 5 / 2015

Le reazioni della stampa, degli organi di informazione mainstream e delle dirigenze europee hanno una categoria specifica per descrivere ogni evento da segnalare cercando di orientare l’opinione pubblica delle masse. Prima il terrore della Grexit per le dichiarazioni del ministro degli Interni greco, poi la cronaca allarmista sulle elezioni amministrative spagnole e il successo di Podemos, infine il giubilo per la vittoria degli Yes sul matrimonio omosessuale nella “cattolicissima” Irlanda. Un’Europa che si muove non sempre con la stessa velocità e su binari diversi.

Partiamo dalla Spagna. Nel Paese del bipartitismo, regolato da un sistema elettorale nazionale che discrimina i partiti più piccoli o nuovi, il Pp e il Psoe non sono gli unici contendenti per i governi locali. Per quanto i popolari di destra si affermino nuovamente come partito maggioritario, la somma dei loro voti con quelli dei socialisti superano di poco il 50% su di un totale del 65% della popolazione votante. Il bipartitismo si è effettivamente incrinato a partire dai municipi e dalle regioni, dai contesti territoriali le cui istituzioni hanno un rapporto più diretto con la cittadinanza. In vista delle elezioni nazionali di novembre l’aver colpito il consenso verso i due granitici partiti non elimina di certo il problema formale della legge elettorale, ma a livello sociale la loro egemonia ha iniziato ad essere problematizzata; una base fondamentale per il protagonista indiscusso di queste urne, Podemos. Il livello territoriale della vittoria non è di secondo piano per due motivi. Da una parte Podemos, che alle regionali non ha ragionato per alleanze, non registra un successo clamoroso. Dall’altra ciò che si apre nelle città dove le coalizioni di Podemos hanno vinto è sicuramente sintomo delle lotte metropolitane che hanno rivendicato diritto alla città e welfare, due rivendicazioni che costruiscono un territorio potenzialmente libero dal comando dell’austerità. 

Può sembrare che il partito di Iglesias abbia subito una frenata nei consensi se compariamo i risultati odierni con i sondaggi di qualche mese fa; in effetti, alcune ambiguità nel programma e degli aspetti del populismo à la Laclau di sinistra non sono stati del tutto digeriti dall’elettorato. Ma è un errore pensare in toto che queste elezioni non siano state un successo: grazie alla strategia delle alleanze con le liste civiche territoriali, le forze politiche nuove si sono affermate in molte città con dei numeri tali per cui successive coalizioni con altri partiti di sinistra (Izquierda Unida laddove ha corso da sola, il Psoe, ecc) strapperebbero il governo a Rajoy. I casi più eclatanti sono le due metropoli Madrid e Barcellona (oltre a Saragoza, Valencia, Coruna e Cadiz). Nella capitale la candidata ex magistrato Manuela Carmena di Ahora Madrid sarà probabilmente il nuovo sindaco, mancandole solo un seggio per battere la risicata maggioranza conquistata dal Pp che è reperibile grazie all’alleanza con il Psoe. Un avamposto storico popolare è caduto quindi sotto il desiderio del cambio e del rifiuto della corruzione reazionaria di Rajoy. Ancora più interessante ciò che si è verificato nella metropoli catalana: l’ex attivista per il diritto all’abitare della Pah Ada Colau, candidata per la lista Barcelona en comù, vince con un voto in più rispetto alla coalizione di centrodestra. Ada ha organizzato il suo programma e l’attività della lista radicandosi nei quartieri, aprendo la progettazione politica alle assemblee che si sono sviluppate nei territori sull’onda lunga della marea contro i pignoramenti, gli sfratti e i pesantissimi debiti privati contratti con le banche a fronte della grandissima bolla immobiliare. L’orizzontalità e la partecipazione per immaginare nel vero senso dell’espressione una “Barcellona in comune” si sono unite al riconoscimento sociale della sua figura, da sempre visibile tra gli oppressi nelle occupazioni degli edifici di proprietà delle banche e per impedire agli ufficiali giudiziari di notificare gli sfratti. L’idea di una comunità libera dal ricatto del debito e dalle privatizzazione ha animato le migliaia di persone che hanno reso viva la lista elettorale. 

In generale, l’astensionismo rimane alto (35%) per quanto minore rispetto ad altri paesi europei. Queste elezioni mostrano una Spagna che ha in sé delle potenzialità di cambiamento legate al processo sociale di ridefinizione dei rapporti, delle idee e della cultura politica nata con gli indignados. Ma come fare ad arrivare “al potere” e fare egemonia a sinistra, come vuole Iglesias? Il Pp rimane comunque il primo partito, i socialisti il secondo. L’esperimento di Ciudadanos, da molti concepito come un Podemos di destra, ha effettivamente cercato di riempire un vuoto elettorale respinto da Iglesias, quello della cittadinanza liberale, con la stessa strategia: rifiuto della casta e giovane leader carismatico alla guida del partito. A fronte di queste considerazioni, evidentemente, si apre adesso una fase di verifica, perché laddove le lista indipendenti potranno ottenere il governo di un territorio, dovranno dimostrare non di saper amministrare ma di saper cambiare. Il momento dell’efficacia e dell’iniziativa politica alternativa per Podemos e gli alleati è adesso. Se faranno vedere che le alleanze per la maggioranza dei seggi saranno fatte in base al programma, se inizieranno a riformare le città sulle parole d’ordine della distribuzione della ricchezza, diritti sociali e eliminazione della corruzione, allora l’ “assalto al cielo” sarà possibile. Ciononostante, la possibile liberazione dall’austerità nelle città di Madrid e Barcellona oltrepassa anche la questione delle elezioni nazionali, avendo in sé il potenziale di federazione dei movimenti e delle forze politiche che si sono affermati localmente. Certo, lo sviluppo e la conquista degli obiettivi deve sempre essere legato alla capacità autonoma di superamento di tutti i limiti formali del governo locale ogni volta che si presentano.

I toni allarmisti da tutta Europa per la caduta di un colossale sistema del bipartitismo (proprio ora che Renzi sta approvando l’Italicum…) è dovuta all’irruzione di Podemos nelle istituzioni; non per niente l’allarmismo si trasforma in terrorismo quando si parla della Grecia. Che il pericolo insito – sebbene non affermato e scontato – di una diffusione di Podemos alle venture elezioni nazionali intimorisca perché si potrebbe riprodurre una dinamica simile a quella greca? Una situazione, quella greca, che sta precipitando e che tutti si apprestano a narrare sotto le lenti del catastrofismo, della Grexit dietro l’angolo, in poche parole della delegittimazione dei movimenti e del programma radicale di Syriza, ridotto ad un impossibile da pensare. Cosa che potrebbe accadere anche ad una Spagna sotto il governo di Iglesias. Già si spendono parole, grafici e schemi sugli effetti di un’eventuale uscita dall’euro e ritorno alla dracma della Grecia se Tsipras non si dovesse sottomettere alle volontà sovranazionali di Bce, Commissione e Fmi. Il negoziato deve necessariamente terminare con un’accettazione incondizionata delle riforme sul lavoro, IVA e pensioni per lo sblocco degli aiuti europei, altrimenti il 5 giugno la Grecia non potrà rimborsare una tranche del prestito dato da Washington che ammonta a 305 milioni di euro. I tuonanti Merkel e Hollande avrebbero rifiutato qualsiasi margine di trattativa con Syriza, non permettendo al “moderato” Juncker di assistere all’ultimo incontro informale dopo il vertice di Riga. Lo spettro dell’insolvenza viene agitato a mo’ di monito verso un programma politico che vuole ridiscutere il debito, garantire un salario minimo, reddito e le tutela contrattuali dei lavoratori (in pratica, tutto ciò che va contro l’attuale costituzione materiale europea). Subito reagiscono i mercati finanziari che aprono la settimana in negativo, con il valore dell’euro in netto calo. 

L’Europa intera non solo si allarma, ma è pronta a terrorizzare e a piegare al there is no alternative (se non i populismi di destra). Che la fuoriuscita dall’euro sia un rischio che le élites dell’Unione non si possono permettere con tanta facilità è piuttosto scontato. Ma il sobbalzo della finanza, lo spettro dell’insolvenza sono utili strumenti per generare terrore non solo verso cosa c’è già, ma anche verso cosa ci sarà. E’ un segnale per il tipo di programma politico che si vuole dare al Vecchio Continente. La difficoltà della tenuta dell’Europa sono le spinte centrifughe che ci sono dalle sue maglie e dalle sue zone di influenza più periferiche. Non sono indifferenti le dichiarazioni di Cameron sul referendum sulla permanenza nell’Unione Europa della Gran Bretagna e la vittoria dell’ultra-destra in Polonia. 

L’Europa è infatti preparata, anche, a creare coesione ed entusiasmo per le spinte innovatrici, per la nuova soglia dei diritti, per la civilizzazione e le libertà. Così i leader di tutta Europa, dai liberal ai socialdemocratici, accolgono il referendum sui matrimoni gay in Irlanda, bacchettando chi ancora non ha una legislazione ed esaltando chi invece ha preceduto da tempo alla modifica costituzionale irlandese sui contratti matrimoniali. Un modo per affermare l’identità culturale europea di contro allo spazio egemonico dell’Est e al proprio interno, creando quella comunità fondata su valori comuni e un condivisione politica di fondo. Si legge, addirittura, che il referendum in Irlanda ha rappresentato quel ritrovamento dello spirito dei Lumi, quella dinamica che non adegua il singolo alla totalità delle istituzioni ma il contrario. Al di là delle questioni inerenti il matrimonio, che certo non può essere il fine ultimo dei diritti e non risolve il problema dell’accesso al welfare e della distribuzione della ricchezza, è indubbio che il voto irlandese sia stato una fotografia importante di un passo di civiltà a livello societario. Ma fondare su di questo l’apertura delle istituzioni europee alle spinte dal basso è una considerazione molto falsata se teniamo conto dell’assetto della governance europea post-democratica. 

Nella scorsa settimana l’Europa è stata inadeguata, tra presentazioni non veritiere di se stessa e la crisi della sua unità e egemonia all’esterno dei suoi confini, scontando le gerarchie, l’autoritarismo e le politiche economiche monetariste della sua genetica. Quello che ci dicono, invece, in mezzo alle contraddizioni e alle ambiguità il voto spagnolo e in parte il referendum irlandese è che la trasformazione si innesta su dei processi interni alla composizione sociale di un paese che il cambiamento si deve porre sul piano della percezione dei rapporti di forza e del legame sociale. I populismi di destra e i nuovi fascismi in tutte le loro salse nazionaliste non vanno assolutamente sottovalutati. La rottura che in certa misura rappresentano questi fenomeni è frutto di un movimento dal basso e di una spinta che hanno agito negli scorsi anni. 

Adesso resta da capire, nella possibilità di crisi in cui possono ritrovarsi le élites capitaliste e dirigenziali europee, una domanda: come rivoluzionare l’Europa aggredendola fin dentro il cuore della sua decisione e del suo comando? La riposta sta nei movimenti sociali e nel loro essere nello spazio europeo.

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