Andreas Malm: il movimento climatico deve sabotare la normalità del capitale fossile

Traduzione di un estratto del prossimo libro di Andreas Malm, che uscirà su Verso Books il 5 gennaio 2021

24 / 12 / 2020

Abbiamo tradotto un articolo uscito su Jacobinmag il 14 ottobre scorso e tratto dall’ultimo libro di Andreas Malm, Learning to Fight in a World on Fire, che uscirà su Verso Books il 5 gennaio 2021. L’articolo analizza alcune esperienze di lotta climatica sviluppatesi in questi anni e traccia un’interessante prospettiva di lotta contro il capitalismo del XXI che parta da un presupposto: il movimento deve apprendere a sabotare il business as usual. Traduzione Lorenzo Feltrin.

I tre cicli di lotta climatica del ventunesimo secolo si basano su un presupposto sempre più ampiamente accettato: la classe dominante non sarà convinta a parole. La persuasione non fa parte del loro universo: più suona l’allarme e più gettano benzina sul fuoco. Il cambiamento gli deve quindi essere imposto, il movimento deve apprendere a sabotare il business as usual.

A tal fine, un impressionante repertorio è stato sviluppato: blocchi, occupazioni, sit-in, campagne per il disinvestimento, scioperi studenteschi, ingorghi di centri urbani e la tattica modello del climate camp. I cicli di lotta più recenti sono saliti sulle spalle dei precedenti. Verso la fine del secondo ciclo, perlopiù ispirato dalle lotte nordamericane contro le pipeline, il movimento tedesco ha reinventato la formula del climate camp portandola a un livello più alto: nasceva così Ende Gelände, che significa più o meno “Ora basta”.

Verso l’alto

A Ende Gelände, gli attivisti piantano le loro tende attorno a un’area centrale di padiglioni e cucine. Si preparano per gruppi di affinità, si ammantano in tute bianche e si incamminano alla volta di una miniera di carbone lignite. Si avvicinano all’obiettivo da varie direzioni, in colonne o “dita”, facendo un’arte del penetrare attraverso i cordoni della polizia grazie alla mera massa dei loro corpi. Beffando gli agenti, schizzano in avanti procedendo attraverso cannoni ad acqua e recinzioni, finché giungono alle miniere a cielo aperto.

Lì scivolano dentro ai crateri polverosi e si arrampicano sulle scavatrici – gli enormi bulldozer che masticano lentamente il proprio cammino attraverso la terra come imponenti navi arrugginite – o si distendono sui binari dei vagoni che traghettano il carbone alle fornaci. La produzione può rimanere sospesa per giorni. Nessuna quantità di carburante viene estratta e bruciata quando gli attivisti hanno la zona in pugno.

Probabilmente la punta più avanzata della lotta climatica in Europa, Ende Gelände ha attraversato diversi cicli di lotta ed è cresciuta anno dopo anno. Nell’estate del 2019, seimila persone hanno chiuso la più grande fonte di emissioni di gas serra in Germania, sostenute da altre migliaia nell’accampamento e da una manifestazione di Fridays for Future da 40.000 persone. Così Ende Gelände ha imposto la questione del carbone come prioritaria, obbligando una commissione statale a fissare una data per porre fine alla sua estrazione – che è stata fissata al 2038.

Ciò significa altri due decenni di carbone in fumo. Per questo Ende Gelände ha promesso di continuare, crescere e generare movimenti simili nel resto d’Europa. Nel 2019, decine di climate camp sono stati organizzati dalla Polonia al Portogallo. La curva di apprendimento è andata continuamente verso l’alto.

Così i cicli di lotta non hanno ricominciato ogni volta da capo. Hanno piuttosto costituito un processo cumulativo e una spirale crescente, proprio come la crisi climatica. La sezione americana e quella europea hanno imparato l’una dall’altra e i loro quadri hanno accumulato una grande ricchezza di esperienze. Ciò ha comportato “piccole vittorie” – la mancata costruzione di una pipeline, la chiusura di una centrale a carbone – come grandi sconfitte che, tuttavia, non hanno fermato la crescita del movimento. Il fuoco della crisi spinge sempre più persone a tuffarsi nella militanza.

Pacifismo strategico

Finora, però, il movimento non si è spinto fino all’uso della forza fisica offensiva (e, se è per questo, nemmeno difensiva). Qualunque cosa che possa essere classificata come violenza è stata metodicamente e scrupolosamente evitata. Anzi, l’adesione alla non-violenza assoluta sembra essersi rafforzata attraverso i cicli di lotta, l’internalizzazione di questo ethos è universale e la disciplina notevole.

Un esempio: a fine agosto 2018, circa settecento attivisti si radunarono fuori da un complesso di sette cisterne di gas nella provincia olandese di Groningen. Sede della più grande riserva onshore di gas fossile in Europa, l’area è da tempo scossa da terremoti seriali, perché l’estrazione di gas ha improvvisamente compattato e fatto slittare il terreno, danneggiando case ed edifici e facendo andare su tutte le furie la popolazione locale.

Piazzammo un accampamento improvvisato di fronte al complesso, bloccando così i trasporti. La polizia si schierò sui binari tra noi e i cancelli, binari che poggiavano su una massicciata di sassi. Con il calar del sole, circa trecento agricoltori marciarono contro Shell ed Exxon giungendo fino all’accampamento e spingendo la folla sui binari. A quel punto la polizia scatenò una grandinata di manganellate condite con spray piccante. C’era chi perdeva conoscenza e veniva portato via, chi urlava di dolore... Ma non volò una singola pietra, sebbene la materia prima non mancasse. Ne avevamo a migliaia sotto i piedi. Dopo un assalto come quello che ricevemmo, altre platee avrebbero risposto per le rime. Ma il movimento climatico no.

I veti contro la violenza valgono anche per la distruzione di proprietà. A Groningen, ogni manifestante dovette giurare solennemente che “non danneggeremo macchinari o infrastrutture”. Un anno dopo, l’imitazione svedese del climate camp ebbe luogo a Gothenburg contro la costruzione di un terminale di gas, parte di una nuova infrastruttura continentale per la combustione di carburanti fossili. Una società di nome Swedegas realizzò il terminale con il progetto di costruirne altri otto lungo la costa svedese. Il gas liquido sarebbe stato importato da tutto il mondo e pompato nel paese attraverso una rete di condutture, a beneficio di un consorzio globale di investitori. Così ci presentammo alla baia di Gothenburg con le nostre tute bianche, schierammo tre dita da cinquecento persone – la più grande azione di disobbedienza civile della storia moderna di questo sonnolento paese – e bloccammo tutti i camion di petrolio e gas per un giorno. Era stato deciso che ci saremmo comportati “pacificamente e prudentemente”, “distruggere o danneggiare infrastrutture non è il nostro obiettivo”. Passammo la giornata seduti sull’asfalto. Fino ad ora, il movimento contro la catastrofe climatica non solo è stato civile, ma anche estremamente cortese e mite.

Due possibilità

Non c’è dubbio che questa impostazione sia stata molto utile, comporta infatti un ventaglio di noti vantaggi tattici per il movimento. Con tattiche da black bloc – travisandosi con outfit sinistri, spaccando vetrine, bruciando barricate e dandosele con la polizia – non si sarebbero mai raggiunti i numeri di oggi. I certificati di pacifismo abbassano la soglia necessaria a unirsi a sabotaggi del business as usual. Facendoci pestare sui binari di Groningen ci siamo guadagnati la simpatia della stampa olandese, nessuno poteva calunniarci dandoci dei terroristi.

Se qualcuno dei nostri a Gothenburg avesse iniziato ad abbattere le recinzioni o a prendere i camion a colpi di fionda, il caos si sarebbe abbattuto su di noi. Saremmo stati circondati e sbattuti in galera, non avrei potuto portare i miei bambini a giocare per ore sul posto.

La disciplina collettiva – accettare le indicazioni della leadership operativa e rispettare i piani – è una virtù. La determinazione del movimento a espandere la sfida al business as usual tramite azioni di massa sempre più grandi e audaci non può essere messa in dubbio: questa è la via maestra. Che sboccino cento climate camp, saranno un problema reale per il capitale fossile.

Si può, tuttavia, mettere in dubbio un’altra cosa. La non-violenza assoluta sarà l’unica via e per sempre la sola tattica accettabile nella lotta per abolire i carburanti fossili? Siamo sicuri che sarà sufficiente contro un nemico del genere? Dobbiamo legarci le mani attorno a quest’albero maestro per giungere a lidi più sicuri?

Il problema può essere riformulato nei seguenti termini. Immaginiamo che diventi impossibile ignorare le mobilitazioni di massa del terzo ciclo di lotta. La classe dominante si sente talmente sotto pressione – forse i loro cuori si inteneriscono anche un po’ alla vista di tanti ragazzini con cartelli disegnati a mano – che la sua ostinazione si piega.

Nuovi politici vengono eletti, in particolare quelli dei partiti verdi europei, e stavolta rispettano le promesse elettorali. La pressione dal basso non si ferma. Si emettono divieti contro nuove infrastrutture fossili, si fanno leggi e piani per tagliare le emissioni di gas serra almeno del 10% all’anno, le energie rinnovabili e i trasporti pubblici si espandono, le diete vegetariane sono incoraggiate e si prepara la proibizione totale dei combustibili fossili. Il movimento deve fare la prova empirica e vedere se questa possibilità si materializza.

Ma immaginiamo la possibilità alternativa: tra qualche anno, i ragazzi della generazione Thunberg e tutti noi ci svegliamo un giorno e vediamo che il business as usual è ancora qui, alla faccia di tutti gli scioperi, la scienza, le preghiere, i milioni di costumi e striscioni colorati… Non è difficile concepire che potrebbe andare così. Immaginiamo insomma che le ruote oleose della crisi climatica girino sempre più veloce. Che facciamo?

Una distanza crescente

Nel frattempo, nell’economia capitalista globale reale, in parallelo all’espansione del movimento climatico, grandi risorse sono state investite nella costruzione di nuovi camini di emissioni. Nel maggio 2019, poche settimane dopo la “spring uprising” di XR a Londra, l’Agenzia internazionale dell’energia ha rilasciato il suo rapporto annuale sulle tendenze di investimento nel mondo dell’energia. I capitalisti sapevano bene dove mettere i loro soldi.

Due terzi del capitale destinato a progetti energetici nel 2018 è andato a petrolio, gas e carbone – ovvero infrastrutture addizionali a quelle già esistenti per estrarre e bruciare tali carburanti – e meno di un terzo per vento e sole. La proporzione di fonti rinnovabili è rimasta invariata. Anzi, l’investimento globale in energie rinnovabili è sceso dell’1% (e non a causa di una caduta dei prezzi).

Gli investimenti nel carbone, invece, si sono risollevati per la prima volta dal 2012, del 2% – questo significa che gli investimenti in carbone non si sono meramente mantenuti ma sono aumentati, anche se meno velocemente rispetto a petrolio e gas. Per il terzo anno consecutivo, la quantità di denaro giunta al settore “upstream” di petrolio e gas, cioè all’infrastruttura che estrae questi carburanti dal sottosuolo, è cresciuta del 6% - anno dopo anno, una quantità di capitale crescente del 6% è stata investita in nuove trivelle, pozzi, tubature; nel 2019 gli investimenti nella sola esplorazione erano previsti in crescita del 18%. L’incendio si riaccende continuamente.

Una transizione dai combustibili fossili alle fonti di energia rinnovabile non si vede da nessuna parte lungo l’orizzonte dell’accumulazione di capitale (nonostante le rinnovabili siano “nettamente più economiche” come fa notare la gazzetta dei miliardari Forbes). La Agenzia internazionale dell’energia ha garbatamente osservato che esiste “una distanza crescente tra le tendenze attuali e la strada per raggiungere” l’obiettivo di un riscaldamento globale massimo compreso tra gli 1,5°C e i 2°C. In altre parole, l’economia capitalista mondiale è fondamentalmente sconnessa dal senso comune e dalla scienza di un pianeta in fiamme, per non parlare delle aspirazioni a renderlo più fresco. E questa sconnessione sta crescendo.

Una volta che un’azienda costruisce una centrale a carbone, una tubatura o qualunque altra infrastruttura del genere, non vuole più smantellarla. Demolire il giorno dopo aver costruito coincide con un disastro finanziario. Ci vuole un bel po’ di capitale per far sì che dall’acqua fonda emerga oro nero e quindi ci vuole del tempo per ammortizzare l’investimento iniziale. Una volta che i profitti cominciano a fioccare, il proprietario avrà un persistente interesse a mantenere l’infrastruttura in funzione il più a lungo possibile.

Come possono i capitalisti andare avanti così? Credono ancora che il mondo sia loro. Capitali fissi di tali entità sono normalmente vulnerabili a rischi e sensibili alle previsioni sul “contesto politico”. Con tali somme di denaro, sarebbe imprudente realizzare questi investimenti se instabilità e imprevisti economici minacciassero di causare una svalutazione prematura, o persino una liquidazione, ma questi capitalisti non vedono nessun ostacolo sul loro cammino. Pensano di non avere nulla da temere.

Oltre le aspettative

All’epoca della Cop 1, la prima conferenza delle Nazioni unite sul cambiamento climatico tenutasi nel 1995, pochi avrebbero immaginato che due o tre decenni dopo le economie del mondo stessero scaricando quasi una gigatonnellata di carbonio al mese, mentre le multinazionali pianificano alacremente di espandere la capacità produttiva per bruciare più combustibili fossili con l’avvallo fiero o passivo dei governi.

La zona settentrionale del permafrost è un magazzino sotterraneo di carbonio rimastovi congelato per centinaia di migliaia di anni. Con il riscaldamento planetario, il suolo comincia a sciogliersi, i microbi scompongono la materia organica rilasciando anidride carbonica e metano. Quest’ultimo è un gas serra che per i primi vent’anni nell’atmosfera è 87 volte più potente dell’anidride carbonica.

Gli incendi forestali funzionano in modo simile. Il carbonio contenuto negli alberi e nel suolo viene liberato dalle fiamme, come succede sempre più spesso, per periodi più lunghi, con maggiore intensità, su territori più vasti, con gli incendi primari dei combustibili fossili che innescano incendi secondari dalla Kamchatka al Congo. Gli scienziati rincorrono a fatica questi circoli viziosi e faticano a inserirli nei loro modelli. I budget di carbonio devono ancora integrarli pienamente e se lo facessero si contrarrebbero ulteriormente.

Ci troviamo così tra l’incudine e il martello: da un lato un business as usual senza compromessi, con emissioni sempre crescenti e scarse speranze di mitigazione, dall’altro lato il collasso di delicati ecosistemi. La straordinaria inerzia del modo di produzione capitalista si abbatte sulla reattività della Terra. È in questo quadro temporale che il movimento climatico deve sviluppare strategie efficaci.

La scienza è di una chiarezza lampante. Poiché così tanto tempo prezioso e irrecuperabile è stato perduto, è necessario buttar via delle infrastrutture. Ci sono investimenti che devono essere depennati troppo presto per il gusto dei capitalisti. Secondo certe stime, la sospensione immediata di ogni progetto in corso d’opera renderebbe un innalzamento della temperatura non oltre i 2°C raggiungibile solo se accompagnata dalla chiusura di un quinto di tutte le centrali energetiche a combustibili fossili. Si tratta di un’enorme quantità di capitale già investito.

Una delle ragioni per cui la stabilizzazione climatica appare come una sfida così scoraggiante è che nessuno stato è pronto a prendere questa idea lontanamente in considerazione, perché la proprietà capitalista è la quintessenza del sacro. Chi oserebbe gettarla in discarica? Quale governo vorrebbe mandare i propri apparati di sicurezza a implementare la confisca di tali quantità di profitti?

Spezzare l’incantesimo

Qualcuno deve spezzare l’incantesimo. Una raffineria senza elettricità, una scavatrice a pezzi: è dopotutto possibile buttar via infrastrutture. La proprietà privata non lievita al di sopra della Terra, non c’è nessuna legge tecnica, naturale o divina che la rende inviolabile in un’emergenza come questa. Se gli stati non possono aprire i cancelli di propria iniziativa, altri dovranno farlo per loro. Altrimenti la proprietà privata ci costerà la Terra.

Ma se le suffragette cercarono di torcere il braccio dello stato, da sole non potevano legalizzare il suffragio femminile. Allo stesso modo, l’obiettivo dev’essere quello di costringere gli stati a vietare le infrastrutture fossili e cominciare a ritirarle. Dopotutto, se non saranno gli stati a realizzare la transizione, non lo farà nessuno.

Tuttavia, gli stati hanno dimostrato abbondantemente che non si muoveranno da soli. La domanda non è se il sabotaggio di un’ala militante del movimento climatico risolverà da solo la crisi – chiaramente si tratta di un sogno fantasioso – ma se l’urto necessario a scuotere il business as usual possa darsi senza tale sabotaggio.

Dobbiamo accettare che la distruzione di proprietà privata è violenza, nel senso che è l’esercizio intenzionale di forza fisica volto ad arrecare danno a oggetti di proprietà di qualcuno che non vuole tale danno. Ma allo stesso tempo, dobbiamo insistere sul fatto che si tratti di un tipo di violenza del tutto diverso da quella che colpisce un essere umano o un animale: non è possibile trattare crudelmente un’auto o farla piangere.

Martin Luther King accettò questa distinzione nella sua apologia delle rivolte del 1967: “Senz’altro sono state violente. Ma la violenza era nettamente indirizzata alle cose piuttosto che alle persone”. La differenza era cruciale: “La vita è sacra. La proprietà deve servire la vita e, per quanto noi la circondiamo di diritti e ossequi, non ha un’esistenza personale”. Perché allora i rivoltosi erano “così violenti con la proprietà? Perché la proprietà rappresenta la struttura del potere bianco, che stavano attaccando nel tentativo di distruggerla”.

Ecco un esempio di fine 2019. Gli studenti cileni hanno reagito all’aumento dei prezzi del trasporto pubblico – difendendo questo sistema di trasporto per renderlo accessibile a tutti – organizzando lo sconfinamento di massa oltre i tornelli, attaccando le biglietterie automatiche, i supermercati e i quartier generali delle grandi aziende, dando inizio a un’insurrezione su scala nazionale nel luogo di nascita del neoliberismo. Compariamo ciò con il movimento contro la catastrofe climatica: placido e composto.

Climate camp

La tentazione di feticizzare un certo tipo di tattiche dev’essere rifiutata e questo naturalmente vale anche per la distruzione di proprietà e altre forme di violenza. La tattica più promettente per questo movimento potrebbe essere qualcosa di diverso. Potrebbe essere il climate camp.

I climate camp hanno modo di rafforzarsi reciprocamente, diffondersi orizzontalmente, accumulando esperienze su come affossare il capitale fossile. Diversamente da Occupy e simili – con i quali hanno ovviamente dei legami – i climate camp sono pianificati con largo anticipo, hanno date prestabilite di inizio e fine, non sono né spontanei né reattivi, fanno parte di un’evoluzione strategica. Gli investimenti militanti continuano a rendere. Ende Gelände ha continuato ad attrarre grandi numeri e a beffare la polizia. Ma tale successo può essere difficile da replicarsi altrove. Avendo meno dei 5-10.000 partecipanti che si presentano in Renania, gli attivisti in altre parti d’Europa hanno scoperto che camp pre-annunciati possono dare alle multinazionali abbastanza tempo per accumulare scorte che attutiscano i blocchi. Essendo il danno così circoscritto, la polizia può togliere impatto scenico all’azione mettendosi da parte e lasciando correre. Nel movimento si parla di combinare i camp con più piccole azioni segrete in grado di causare reali disturbi. Qualunque cosa accada, il climate camp è l’impareggiabile laboratorio per apprendere questa lotta.

Immagine di copertina: manifestazione di Ende Gelände nel 2016.

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